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Lo sviluppo di fonti alternative come aspirazione ad uno stile di vita più sostenibile e non come inevitabile surrogato dei combustibili fossili. La scoperta di nuove riserve di idrocarburi in Paesi finora ai margini sposta il dibattito sulle politiche energetiche pubbliche.

Entusiasmi e timori suscitati dalle nuove scoperte di idrocarburi. Il dibattito sulle fonti alternative. Gli equilibri geopolitici in Asia e nel Vecchio Continente e lo sviluppo dei progetti delle grandi arterie del gas. Steve Le Vine, giornalista e autore del best seller “The Oil and the Glory”, spiega come sta cambiando la geografia globale dell’energia.
La produzione di petrolio e gas sta vivendo un nuovo boom e non solo in Nord America, ma anche in regioni del mondo che potrebbero apparire sorprendenti: dall’Africa al Sud America, fino all’Artico. Il dibattito sul peak oil può quindi considerasi archiviato?
Il dibattito sul peak oil potrà considerarsi chiuso nel momento in cui le stime sulla produzione si materializzeranno. Per ora sembra proprio che si sia proiettati verso un prolungato periodo di scoperte di nuove riserve in posti sorprendenti come il Suriname (Guyana Olandese), la Guyana Francese o il Kenia, oltre ai già noti volumi disponibili in Canada, negli Stati Uniti e in Brasile. Da questo punto di vista 
certamente direi che non stiamo più andando verso una selva oscura.

Questo boom garantirà accesso all’energia a un numero sempre maggiore di persone anche nei Paesi produttori in via di sviluppo?

Questo boom garantirà a tutti un maggior accesso all’energia, ma pone anche nuove questioni. Il precedente scenario si fondava sul fatto che le risorse tradizionali erano destinate a esaurirsi e quindi 
bisognava sviluppare fonti alternative. Ora invece sappiamo che il petrolio e il gas non stanno per finire ma forse vogliamo comunque, per scelta, sviluppare fonti alternative. Il dibattito sulle politiche pubbliche per l’energia si è spostato e, a mio avviso, in una direzione che guarda molto più avanti e che è incentrata sullo stile di vita a cui si aspira.

Lei ha sottolineato come questa nuova “abbondanza abbia scatenato timori oltre che entusiasmi, considerando la lunga e sordida storia dell’Africa come preda di cacciatori di risorse e vittima di leader 
rapaci” anche se gli eventi più recenti, compresa la Primavera Araba, hanno mostrato “l’interesse dei produttori” verso politiche per il petrolio “più trasparenti”. Può fare qualche esempio concreto?

In Libia, ad esempio, la Primavera Araba ha mostrato come le popolazioni degli stati del petrolio non solo siano molto interessate alla loro forma di governo, ma sanno anche agire per determinarla. Allo stesso modo la forma di governo negli stati del petrolio interessa molto alle compagnie che operano su orizzonti di 30 o 40 anni e dunque devono poter contare sul rispetto dei contratti e sulle relazioni con chi 
 prende le decisioni. Gli attentati e l’instabilità in Kenia e in Nigeria dovrebbero ad esempio suonare come campanelli d’allarme per le compagnie che operano in quegli stati.

Dare elettricità a 1,3 miliardi di persone che ora non ne hanno, viene considerato un degli elementi cardine per uno sviluppo sostenibile. È solo una questione umanitaria o può essere anche un business profittevole?
Le grandi opere di beneficenza, perseguite da personaggi come Bill Gates, stanno facendo da apripista in questa direzione. L’elettrificazione di un Paese può essere nell’interesse geopolitico e macroeconomico e non è dunque una questione meramente umanitaria.
La volontà di utilizzare le proprie risorse per garantire un maggiore accesso all’energia manifestata da alcuni paesi in via di sviluppo, giustifica secondo lei decisioni come la nazionalizzazione della YPF in 
 Argentina o delle reti elettriche in Bolivia?
Il presidente argentino Cristina Fernández potrà anche sentirsi giustificata da interessi domestici per le sue mosse su YPF e Repsol, ma è rischioso perché spaventa gli altri investitori nel Paese e tutti i potenziali investitori, per non parlare della agenzie di rating!
L’enorme potenziale di petrolio e gas in Mozambico, in una posizione geografica favorevole anche per le esportazioni verso l’Europa, può ridimensionare il ruolo della Russia nel mercato dell’energia del Vecchio Continente?
Questa è la principale implicazione geopolitica delle ingenti scoperte  di gas in Mozambico. Già la rivoluzione dello shale gas in USA ha scosso l’equazione sui prezzi in Europa con Gazprom costretta ad 
 abbassare le quotazioni dell’oro blu in alcuni paesi. Se il gas del Mozambico dovesse riversarsi in Europa in modo cospicuo, ci sarebbe più  concorrenza sui prezzi e la capacità di leverage di Gazprom sul mercato 
  verebbe seriamente ridimensionata.


Rispetto a quando è uscito il suo famoso libro “The Oil and the Glory: the pursuit of empire and fortune on the Caspian Sea” (“Il petrolio e la gloria” ndr) nel 2007, com’è cambiato il ruolo del Caspio nella lotta epocale per il controllo dell’oro nero del pianeta?

C’e’ stato certamente un cambiamento per l’area del Caspio: da ruolo centrale nella grande geopolitica a ruolo secondario per una lotta che si sta estinguendo. Le attuali tensioni Est-Ovest sul fronte delle pipeline in Europa hanno le loro radici nella strategia diplomatica americana degli anni Novanta quando l’obiettivo era di allentare la presa della Russia sull’Asia Centrale e sul Caucaso. All’epoca ciò  rappresentava un pilastro della politica estera Usa. Una delle due gambe di questa politica era rappresentata dal gasdotto Baku-Ceyhan, divenuto operativo nel 2006. La seconda gamba, la Trans-Caspian pipeline, dal Turkmenistan all’Europa, non si è invece mai materializzata e dubito che lo sarà, almeno entro la fine di questo decennio. Il progetto si è infatti trasformato nel Nabucco, una versione molto più corta che dovrebbe partire non in Turkmenistan ma in Iraq, in Kurdistan o comunque  dove vi sia gas sufficiente da giustificare la costruzione. L’Asia   Centrale rimarrebbe così isolata rispetto all’Occidente e attratta verso l’Est , verso la Cina. Così staccata  politicamente, l’unico interesse di Washington per il Caspio al momento è legato al fatto che si tratta di una rotta di transito per le forniture belliche in Afghanistan.

In questo scenario come giudica il progetto South Stream? Molti osservatori lo considerano il gasdotto più fattibile perché, oltre  alla Russia, coinvolge i principali player del Vecchio Continente ed ora, con la designazione del socialdemocratico tedesco Henning Voscherau alla presidenza, potrebbe guadagnarsi lo status di progetto strategico in seno all’Ue.

Originariamente il South Stream è nato come risposta alternativa al Nabucco e all’Ucraina da parte della Russia. Penso che se il Nabucco  non si materializzasse e le tensioni con l’Ucraina venissero meno, Vladimir Putin lascerebbe tranquillamente morire il progetto . E ciò potrebbe ancora accadere: ci si chiede perché Putin voglia spendere 10 miliardi di dollari per la costruzione di questo gasdotto. C’è poi il fattore Cina. Se venisse siglato un accordo con Pechino, South Stream morirebbe . Ma di certo, anche per le ragioni sottolineate nella domanda, Putin sembra determinato a portare avanti il progetto indipendentemente dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabucco l’Ue ha annunciato una decisione finale il prossimo anno. Se il progetto venisse realizzato, secondo lei, sarebbe destinato a competere con il Gasdotto Europeo del Sud-Est (SEEP) o potrebbe fondersi con il Tanap?
Penso che assisteremo ad una combinazione tra il gasdotto SEEP sostenuto da BP e un connettore meridionale. Il fatto che BP,  proprietaria dei principali asset azeri,  abbia pubblicamente sostenuto 
  questa linea, la dice lunga. Nella remota possibilità che venisse  raggiunto un accordo sul nucleare con l’Iran tutte le ipotesi sarebbero  sul tavolo.   Potrebbe sembrare strano, ma se mi si chiede di fare una  previsione, io insisto sul fatto che il Nabucco non si materializzerà almeno fino alla fine del decennio.

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