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Se non si verificherà un’ulteriore e inattesa interruzione delle forniture e l’Arabia Saudita continuerà a produrre ai livelli attuali, ci sono buone possibilità di una maggiore stabilità dei prezzi. Tra un anno è probabile che l’OPEC debba tagliare la produzione

Molto probabilmente i prezzi del greggio toccheranno quest’anno il livello medio più elevato di sempre, sia che vengano denominati in dollari USA, sia in Euro o in altre valute. A livello globale i consumatori pagano il greggio a un prezzo cinque o sei volte superiore a causa di pesanti tasse vigenti in Europa e in Giappone.
Per i governi il costo dell’energia è diventato una priorità assoluta per due ragioni fondamentali. Innanzitutto in base agli attuali livelli la quota percentuale dei costi dell’energia rispetto al PIL sembra aver raggiunto i massimi livelli di sempre. È vicina a dei livelli tali che, qualora dovesse continuare ad aumentare, lo farebbe a spese della crescita economica, un problema questo che, viste le precarie condizioni economiche prevalenti in gran parte del mondo, sarebbe politicamente intollerabile per quasi tutti i Paesi. In secondo luogo, i costi dell’energia, insieme ai costi dei prodotti alimentari, sono i più sensibili all’inflazione primaria, a livello globale ma soprattutto nei mercati emergenti. E nel 2012 non stiamo solamente assistendo a prezzi storicamente molto elevati dell’energia, ma anche all’aumento vertiginoso dei prezzi dei cereali, come grano, mais e soia.

Ci sono tre problemi fondamentali che vanno presi in considerazione. Il primo è: viste le prestazioni deludenti dell’economia globale, per quale ragione i prezzi del petrolio sono così elevati? In secondo luogo, riusciranno i paesi OPEC, capeggiati dall’Arabia Saudita, a raggiungere davvero il loro obiettivo dichiarato, cioè la riduzione dei prezzi su base durevole fino a 100 dollari al barile o persino oltre? Infine, sono attive tendenze di fondo che possono ridurre ulteriormente i prezzi nei prossimi anni, o il mondo è ormai destinato a sopportare prezzi costantemente elevati, per giunta con il rischio di sporadiche impennate dei prezzi?

Cavalcare il range.

I prezzi del petrolio si sono mantenuti entro i limiti, ma sono aumentati molto negli ultimi tre anni. Prendendo come riferimento il prezzo del basket dell’OPEC, i prezzi del petrolio hanno toccato quest’anno in media i 110 dollari al barile, rispetto ad un prezzo medio pari a 107 dollari nel 2011 e 77 dollari nel 2010. Persino nel 2008, quando i prezzi hanno raggiunto i valori massimi di sempre, il prezzo medio del basket dell’OPEC era pari a 94,50 dollari al barile. Il trading range dei prezzi medi è risultato piuttosto ampio. Quest’anno il basket OPEC ha raggiunto un livello massimo in primavera pari a 124,60 dollari e un livello minimo pari a 88,70 dollari dopo il crollo avvenuto nella seconda metà del mese di maggio, con un range pari a 21,50 dollari. L’anno scorso il range era risultato pari a 17,70 dollari e nel 2010 era stato pari a 10,60 dollari. La maggiore oscillazione di sempre è stata registrata nel 2008, con uno spread pari a 107,30 dollari tra il valore minimo di 33,40 dollari e il valore massimo di 140,70 dollari.

Le oscillazioni del range rilevate quest’anno riflettono una combinazione di ridotta crescita della domanda (dovuta al rallentamento della crescita economica) e di importanti interruzioni della fornitura, compresa l’interruzione delle forniture provenienti dall’Iran a causa delle sanzioni imposte dall’Europa e dagli Stati Uniti. Le condizioni macroeconomiche sono ribassiste mentre le crescenti e continue interruzioni delle forniture sono rialziste, come in un tiro alla fune che non sembra poter avere fine.

Con il rallentamento della crescita economica a partire dal 2010, la pressione sui prezzi derivante dalla crescita della domanda è diminuita e l’attenzione si è spostata su una combinazione di interruzioni delle forniture determinate da azioni politiche, interruzioni delle forniture causate più da problemi sul luogo di produzione che da questioni politiche, e timori in merito a interruzioni future, in particolare nel Medio Oriente, interruzioni che potrebbero verificarsi in seguito a conflitti militari nel Golfo Persico e che potrebbero portare alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Le interruzioni delle forniture determinate da azioni di tipo politico sono state eventi straordinari, che hanno tuttavia determinato la perdita di 1 milione di barili di petrolio al giorno a causa delle sanzioni europee e statunitensi imposte all’Iran.

L’aumento delle interruzione nelle forniture

L’attuale grado di preoccupazione a livello globale in merito alle pressioni sulla fornitura è un fatto abbastanza nuovo, che sembra però destinato a durare per qualche tempo. Tali timori vengono ulteriormente rafforzati da un importante mutamento avvenuto nel 2011. Prima dello scorso anno, le interruzioni della fornitura determinavano la perdita di circa 500 o 600 mila barili di petrolio al giorno. In un mondo in cui la produzione e il consumo di petrolio si aggirava intorno agli 85 milioni di barili al giorno, quel livello di interruzione delle forniture era davvero una goccia nel mare, pari a meno dell’1 percento delle forniture complessive, tanto che nella maggior parte dei casi le forniture potevano essere facilmente compensate. Ma a cominciare dalla perdita delle forniture provenienti dalla Libia avvenuta nel primo trimestre del 2011 in seguito alla guerra civile, il settore del petrolio a livello globale ha dovuto fare i conti con interruzioni ben più consistenti e costanti, che hanno ridotto la disponibilità di forniture di greggio non facilmente compensabili.

L’interruzione delle forniture in Libia ha ridotto le forniture di oltre 1,5 milioni di barili al giorno ed ha rappresentato oltre il 10 percento di tutta la fornitura mondiale di sweet crude necessario nelle raffinerie senza apparecchiature avanzate. Anche se la quantità disponibile derivante da forniture di greggio alternative era più che sufficiente, lo sweet crude scarseggiava e nel 2011 il prezzo del greggio del Brent del Mare del Nord e il prezzo del greggio collegato al Brent sono aumentati. Da quel momento, nonostante siano state ripristinate le forniture provenienti dalla Libia quasi appieno, si sono verificate altre interruzioni. Fino a quest’estate tali interruzioni comprendevano la perdita delle forniture provenienti dalla Siria a causa di sanzioni, nonché delle forniture provenienti dallo Yemen a causa di conflitti interni al paese e delle forniture provenienti dal Sudan a causa di una disputa fra i due stati nata in seguito alla divisione del paese. Quando nel terzo trimestre del 2012 sono state imposte sanzioni all’Iran da parte dell’Unione Europea e dagli Stati Uniti, oltre due milioni di barili al giorno di greggio sono stati sottratti ai mercati.

Anche se tecnicamente la quantità disponibile risultava sufficiente e la domanda era abbastanza ridotta da diminuire la pressione sui prezzi, molti aspetti di tali interruzioni hanno in realtà pesantemente pregiudicato gli equilibri globali. Le forniture di greggio del Sudan che sono state interrotte rappresentavano la principale fonte di greggio per le esigenze di produzione di energia del Giappone, un paese che in seguito alla catastrofe di Fukushima nel 2011 aveva la necessità di sostituire l’energia prodotta dal nucleare. L’interruzione delle forniture provenienti dal Sudan ha obbligato i servizi di pubblica utilità giapponesi a rilanciare il prezzo del greggio equivalente proveniente da altri paesi. E sebbene le sanzioni all’Iran siano state largamente anticipate, in alcuni casi le potenziali passività legate alla perdita della copertura assicurativa hanno portato a divieti dell’ultimo minuto riguardanti tutte le importazioni in Corea e in Giappone e ad un conseguente rialzo dei prezzi, dal momento che il greggio interessato dalle sanzioni all’Iran era ben superiore alla cifra inizialmente prevista di 800 mila barili al giorno, e pari invece a oltre 1 milione di barili al giorno.

L’aumento delle interruzioni della fornitura è un fattore determinante per comprendere le cause sottostanti a prezzi così elevati. Ci sono molti altri fattori che contribuiscono a mantenere prezzi elevati, il più importante dei quali è evidente: più l’Arabia Saudita e gli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) aumentano la produzione di petrolio per sopperire alle interruzioni delle forniture di greggio dell’Iran e degli altri Paesi, minore sarà la quantità di petrolio disponibile in caso di ulteriori interruzioni della fornitura.

Il mondo ha sempre avuto due principali cuscinetti utili per controllare l’aumento dei prezzi in caso di significative interruzioni della fornitura. Si tratta della capacità inutilizzata dell’Arabia Saudita (oltre ad una limitata fornitura proveniente da altri paesi) e delle scorte strategiche di petrolio presenti nei paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), ma soprattutto negli Stati Uniti.

L’Arabia Saudita ha dichiarato pubblicamente di avere la capacità di produrre 12,5 milioni di barili al giorno su base durevole. Fin dalla metà del 2011, il regno saudita ha prodotto circa 10 milioni di barili al giorno, con una capacità inutilizzata pari a circa 2,5 milioni di barili al giorno, una cifra pari a circa il 2,7 percento delle forniture globali e che dunque rappresenta di per sé un margine limitato. Dato che il paese non ha mai aumentato la produzione oltre i livelli attuali per periodi di tempo prolungati, in molti dubitano che tale capacità inutilizzata esista realmente. L’AIE è fra coloro che dubitano ed è convinta che la capacità inutilizzata dell’Arabia Saudita sia inferiore ai 2 milioni di barili al giorno.

D’altra parte, anche se il regno saudita avesse una capacità inutilizzata inferiore a 2,5 milioni di barili al giorno, ha costruito un’enorme quantità di scorte incrementali a terra e potrebbe aumentare la produzione di 1 milione di barili al giorno per 100 giorni prima di tornare a livelli di scorte inferiori a quelli del 2008.

Le preoccupazioni per lo Stretto di Hormuz

Uno dei timori maggiori, naturalmente, riguarda la possibile chiusura dello stretto di Hormuz; il regno saudita ha speso importanti somme di capitale al fine di deviare i flussi petroliferi altrove, così come hanno fatto gli Emirati Arabi Uniti inaugurando un nuovo oleodotto nella parte meridionale dello stretto. Si calcola che nei periodi di maggiore attività transitino attraverso lo stretto 17 milioni di barili al giorno; gli oleodotti alternativi potrebbero diminuire tale flusso fino a 10 milioni di barili al giorno o anche ad un livello inferiore, riducendo in maniera significativa la dipendenza del mondo da altre scorte strategiche di emergenza provenienti dai paesi dell’AIE, compresi gli Stati Uniti, dove un totale di 1,5 milioni di barili viene conservato per rispondere a qualunque situazione di emergenza.

Tuttavia la riduzione del livello di scorte sottratte alla capacità inutilizzata è una delle ragioni per le quali i prezzi potrebbero aumentare fino a livelli più elevati di quanto i fondamentali sottostanti potrebbero garantire.

Oltre alle incognite geopolitiche, l’aumento dei prezzi del petrolio e di altre materie prime è stato determinato anche da un certo numero di situazioni a livello macroeconomico. Le attese per una risoluzione della crisi del debito sovrano in Europa unite a un nuovo programma di allentamento quantitativo negli Stati Uniti, hanno prodotto il recente aumento del valore dell’euro rispetto al dollaro. Dal momento che le materie prime sono denominate in dollari, tale aumento ha sostanzialmente comportato un innalzamento del prezzo di tutte le materie prime negoziate nella seconda metà del terzo trimestre, proprio perché il tasso di cambio incrociato è passato da 1,20 dollari per un euro a oltre 1,30 dollari.

Gli allentamenti quantitativi che hanno caratterizzato simultaneamente sia l’OCSE che i mercati emergenti hanno avuto un ulteriore impatto. Le espansioni di bilancio con durata indefinita degli Stati Uniti e dell’Europa unite alle attuali e future politiche di espansione della Cina hanno reso più concreta la possibilità di un aumento della domanda di materie prime nel 2013, e, di conseguenza, la possibilità di un futuro aumento dei prezzi. Inoltre il mercato prevede che con tutta probabilità l’espansione del bilancio attuata dalla Federal Reserve Bank determinerà una notevole pressione inflazionistica; ciò produrrà a sua volta una fuga verso le materie prime come potenziale copertura contro l’inflazione, creando così nel breve periodo una sorta di previsione di prezzi più elevati che si autodetermina.

Con tutti questi fattori che spingono al rialzo, riusciranno l’OPEC e le altre forze di livello macroeconomico ad abbassare i prezzi? Se non si verificherà un’ulteriore e inattesa interruzione delle forniture e se l’Arabia Saudita e gli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo continueranno a produrre ai livelli attuali, le possibilità di una maggiore stabilità dei prezzi appaiono buone.

 

L’OPEC e un po’ di aiuto dai suoi amici

La combinazione di fattori macroeconomici e di maggiori forniture provenienti da fonti non tradizionali potrebbe senz’altro abbassare il valore del basket dell’OPEC fino a 100 dollari al barile, ma anche ben al di sotto di questa soglia. Tutto dipende da quali equilibri si creeranno. Il fatto che sia questo l’anno in cui la domanda proveniente dai paesi non-OPEC supera il fabbisogno di petrolio dell’OPEC, ci ricorda chiaramente che sappiamo sempre meno sulla domanda di petrolio e la gestione delle forniture. Le ragioni sono due: i Paesi dei mercati emergenti, con un crescente predominio a livello globale, tendono a non fornire dati corretti, per non parlare di dati ad alta frequenza; alcuni dei governi dei mercati emergenti ritengono anzi che fornire dati fuorvianti rientri nel loro interesse, così da allentare la pressione dei prezzi sulle loro economie.

Eppure ci sono senza dubbio dei segni di debolezza per quanto riguarda il futuro. Citi prevede per quest’anno una crescita economica globale pari ad un misero 2,9 percento, con un modesto miglioramento nel 2013, pari a 3,15 percento. Si tratta di una revisione al ribasso delle recenti previsioni, che erano migliori, una revisione che è in linea con una crescita della domanda globale annuale pari a meno di 1 milione di barili al giorno. Gran parte di tale peggioramento è da imputarsi alla Cina, dove quest’anno la domanda finale globale sembra crescere soltanto dell’1 percento, un valore che potrebbe diminuire ulteriormente in inverno e nei primi mesi del 2013.

Per queste ragioni le ripetute dichiarazioni da parte dell’Arabia Saudita e degli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che auspicavano un abbassamento dei prezzi del petrolio fino a 100 dollari o oltre, potrebbero avverarsi. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che il “call on OPEC” per quest’anno sarà di poco superiore a 30 milioni di barili al giorno, un valore inferiore di oltre 1 milione di barili al giorno rispetto ai recenti livelli di produzione.

Una parte delle previsioni ribassiste del mercato deriva dai consistenti flussi di produzione riscontrabili in Paesi sorprendenti come gli Stati Uniti, il Canada e l’Iraq.  Si prevede che la domanda crescerà di circa 1 milione di barili al giorno, ma la sola dinamica coppia nordamericana, formata da Stati Uniti e Canada, aggiungerà oltre 1 milione di barili al giorno di greggio e di gas naturali liquefatti ai propri flussi annuali, ponendosi come il fornitore con la crescita più rapida degli ultimi cinque anni e probabilmente anche come il fornitore con la crescita più rapida dei prossimi cinque anni. Nello stesso tempo l’Iraq ha aggiunto quest’anno 400 mila barili al giorno alle proprie forniture e sembra che tutti e tre i paesi potranno dare un contributo ancora maggiore nel 2013, sopperendo così al calo della produzione nel Mare del Nord, e potenzialmente anche altrove, e mantenendo l’equilibrio dei mercati.

Si può quindi dire che gli equilibri generali appaiono relativamente flessibili e in grado di sostenere qualunque sforzo da parte dell’Arabia Saudita di riportare i prezzi al di sotto dei 100 dollari al barile. Un fattore di complicazione è rappresentato dall’insufficiente produzione di prodotti petroliferi da parte del sistema di raffinazione globale, un problema questo che potrebbe in futuro richiedere maggiore attenzione. Ciò accade perché negli ultimi due anni una parte importante della capacità di raffinazione dell’area atlantica è andata perduta: la produzione di prodotti raffinati in Europa, negli Stati Uniti e nei Caraibi è diminuita di circa 2 milioni di barili al giorno in maniera temporanea o definitiva, e tutto questo ha portato ad una contrazione dei mercati della benzina, del diesel e dei carburanti. Tuttavia le scosse di assestamento più importanti sembrano essere alle spalle ed è probabile che il peso rappresentato da una sovrapproduzione di greggio sarà alla fine in grado di ridurre i prezzi. Tra un anno è probabile che l’OPEC debba tagliare la produzione, e qualora lo facesse dovrà anche fare uno sforzo per mantenere l’equilibrio dei mercati. La continua crescita della produzione negli Stati Uniti, in Canada e in Iraq costituirà senz’altro un nuovo elemento da prendere in considerazione.

E nel lungo periodo?

La teoria del “picco del petrolio” ha ottenuto un successo così clamoroso nel corso degli ultimi vent’anni che è difficile trovare dei modi per criticarlo in maniera convincente. Il mondo si è abituato ad una serie di presupposti che, ad un esame retrospettivo, appaiono sempre più discutibili. La teoria del picco del petrolio sostiene che il petrolio “facile” non è più una realtà, che il tasso di diminuzione della produzione dei giacimenti è in crescita e che i prezzi del petrolio sono destinati a proseguire la loro corsa al fine di compensare i costi più elevati e le minori possibilità di produzione in tutto il mondo.

È facile comprendere per quale ragione la teoria del picco del petrolio abbia avuto una tale diffusione. Per coloro che sono a digiuno di tali argomenti, possiamo dire che la produzione di petrolio negli Stati Uniti ha finora confermato il percorso previsto dalla teoria del picco del petrolio: una crescita della produzione, seguita da una lunga fase di stasi dei livelli di produzione, seguita a sua volta da una fase di rapido declino. Ciò che accadde negli Stati Uniti sembrò fornire un esempio di quel che stava accadendo nel resto del mondo.

Inoltre la teoria del picco del petrolio ottenne credibilità negli anni novanta e nell’ultima decade, dal momento che la quantità di petrolio consumato anno dopo anno a livello globale superò la quantità di nuovo petrolio scoperto, comprese le revisioni di precedenti ritrovamenti e l’ampliamento dei giacimenti già scoperti con l’utilizzo di nuove perforazioni.

Infine fu l’aumento dei costi associati alla scoperta e allo sviluppo di nuove forniture di petrolio a dare impulso alla teoria del picco del petrolio.

Tuttavia tale teoria ha perduto molta credibilità negli ultimi anni. A mettere in discussione la teoria c’è soprattutto il recente aumento delle forniture di petrolio proveniente da fonti non convenzionali. Sono tre le fonti non convenzionali di petrolio che sono cresciute in maniera significativa negli ultimi dieci anni: il petrolio prodotto da giacimenti sottomarini, il petrolio prodotto dalle sabbie bituminose e la rivoluzione del petrolio da scisti che sta avvenendo in questi anni negli Stati Uniti.

Ognuna di queste nuove fonti richiede un costo attuale più elevato rispetto a quello tradizionale. Tutte e tre le fonti sembrano necessitare di prezzi superiori ai 50 dollari al barile e un aumento importante di tutte e tre le fonti potrebbe facilmente richiedere prezzi pari a 70 dollari al barile al fine di produrre un adeguato rendimento per gli investitori (pari al 15-20 percento). Ma senz’altro tutto questo appare molto probabile: le curve forward a cinque anni o più oscillano attorno ai 90 dollari al barile. Inoltre i costi legati all’estrazione del petrolio da tali risorse non convenzionali sembrano essersi stabilizzati in maniera significativa negli ultimi tre o quattro anni dopo essere aumentati vertiginosamente tra il 2002 e il 2008. E a dare ulteriori certezze si aggiunge il fatto che negli ultimi due anni la quantità di petrolio scoperta sembra aver finalmente superato la quantità di petrolio consumata, segno evidente di una nuova inversione di rotta.

È quindi probabile che nel lungo periodo i prezzi tornino a stabilizzarsi. Se la quota di 90 dollari (Brent) ha rappresentato per il mercato un efficace tetto minimo di prezzo nel corso degli ultimi anni, sembra probabile che entro il 2020 la quota di 90 dollari rappresenterà invece un tetto massimo, dal momento che continueranno ad essere create nuove riserve e che la capacità di produzione continuerà ad aumentare a livello globale.

Da oggi alla fine di questa decade, tuttavia, le cose potrebbero rivelarsi problematiche dal punto di vista dei prezzi. L’interruzione della fornitura in Libia è stata parte della cosiddetta primavera araba e potrebbe rivelarsi un drammatico punto di svolta per alcuni dei maggiori produttori di petrolio a livello mondiale. Tale punto di svolta testimonia il fatto che molti paesi produttori di petrolio sono a tutti gli effetti economie basate su una singola risorsa: hanno un’enorme quantità di petrolio, ma poco altro per sostenere le entrate. Tendono inoltre ad avere una classe governativa in là con gli anni, e una popolazione in crescita e sempre più giovane che considera la propria classe politica distante dai propri bisogni e dalle proprie aspirazioni.

Al fine di garantire la stabilità politica, i governi dei paesi produttori di petrolio (dalla Russia al Venezuela, dall’Arabia Saudita alla Nigeria), ritengono sempre di più che sia loro interesse aumentare la spesa al fine di mantenere la pace sociale e di consegnare le merci all’interno dei confini nazionali. E questo, a sua volta, richiede prezzi del petrolio sempre più elevati, remando così in direzione opposta a quella delle nuove tecnologie e della pressione sui prezzi generata dalla nuova produzione.

È difficile prevedere in che modo i paesi produttori riusciranno a soddisfare le sfide che hanno di fronte a loro. Alcuni ci riusciranno senz’altro. È chiaro tuttavia che è difficile negare l’impatto di 150 anni di petrolio come materia prima negoziata a livello commerciale, con la sua ciclicità a lungo e a breve periodo. Diffidate dei sostenitori della teoria del picco del petrolio, i quali ritengono che il mercato del petrolio abbia raggiunto “la fine della storia”. La storia dà ragione a coloro i quali credono che davanti a noi ci attendano prezzi più bassi.

Edward L. Morse

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