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di GIAMPIERO GRAMAGLIA –

La sigla significa «Programma europeo di ricerca strategica per le tecnologie dell’informazione». La Cee ha investito in questo progetto un miliardo di dollari

Dopo una serie di provini senza pretese, la Comunità europea entra da protagonista con Esprit sulla scena delle tecnologie dell’informazione: il programma si propone di mobilitare investimenti per un miliardo di Ecu – l’Ecu è l’unità di conto dello Sme -, quasi un miliardo di dollari, e mira a restituire all’industria della Cee, sull’orizzonte degli anni ‘90, la capacità di reggere la concorrenza degli Stati Uniti e del Giappone. In termini di mercato, gli obiettivi di Esprit sono i seguenti:

l) assicurare all’industria dei Dieci la maggioranza delle vendite nella Comunità di tecnologie dell’informazione e di servizi ad esse connessi (attualmente, la quota è del 40 per cento) e il 30 per cento delle vendite nel mondo (attualmente, la quota è di poco superiore al 10 per cento);

2) riportare in attivo la bilancia commerciale di questo settore (il saldo positivo degli anni ‘70 è ormai un ricordo: il passivo della Cee è stato di cinque miliardi di dollari nel 1980, e poi raddoppiato nel 1982).

A concepire il lancio del programma, Etienne Davignon, visconte belga, dinamico vicepresidente della Commissione europea, l’esecutivo della Comunità, è arrivato sulla base delle esperienze fatte in campo microelettronico dagli organismi Cee, soprattutto a partire dal 1979.

Sulla carta, la storia del rapporto tra la Comunità e le nuove tecnologie incomincia nel 1974, quando il Consiglio dei ministri dei Dieci invita la Commissione a studiare iniziative nel settore. All’inizio, l’approccio fu tuttavia episodico, modesto, sperimentale: una banca dei dati per il trapianto degli organi fu il primo progetto con finanziamenti Cee; e vennero poi altri due gruppi di interventi prioritari.

Un salto di qualità nell’azione della Comunità sul fronte della microelettroni casi ebbe sul finire del anni ’70, con il varo dei programmi quadriennali, uno 1979-’83 per l’informatica e uno 1981-‘85 per il software e le infrastrutture.

Finanziariamente limitate (per l’una e per l’altra, i finanziamenti di partenza erano dell’ordine di poche decine di milioni di dollari), le due azioni sono tuttora in fase di realizzazione: i bandi di concorso per la presentazione di progetti vengono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità europea. Una proposta della Commissione per il rinnovo del programma per l’informatica, in via di esaurimento, ha appena ricevuto l’avallo del Parlamento europeo e deve ora passare al vaglio del Consiglio dei ministri dei Dieci: la proposta prevede una dotazione di 55 milioni di Ecu, oltre 50 milioni di dollari, da spendere in più anni.

Parziali, e modeste, le iniziative per la microelettronica hanno tuttavia suscitato l’interesse degli industriali e hanno quindi convinto gli esperti di Bruxelles dell‘opportunità di dedicare al settore, uno dei pochi a creare posti di lavoro in Europa negli anni della crisi, maggiori attenzioni (e maggiori risorse). Gli organi consultivi della Comunità europea – il Parlamento e il Comitato economico e sociale, nel quale siedono rappresentanti di tutte le categorie produttive e dei consumatori – hanno anch‘essi spinto il Consiglio e la Commissione a intensificare l’impegno nel campo delle tecnologie dell’informazione.

A questo punto, salta fuori l‘idea di Esprit, una sigla dalle iniziali in inglese di «Programma europeo di ricerca strategica per le tecnologie dell’informazione» e anche una parola che in francese significa allusivamente «ragione», «acume», «intelligenza» (una parola che piaceva agli illuministi, agli albori della prima rivoluzione industriale, e che può ben essere ora il simbolo di una nuova rivoluzione industriale).

Formulata nel corso di una serie di consultazioni fra Davignon e i manager del settore in Europa (Carlo De Benedetti, il «patron» della Olivetti, vi partecipa attivamente), l’iniziativa attraversa adesso la fase sperimentale. Nello stesso tempo, La Commissione sta mettendo a punto le proposte di gestione del programma da presentare al Consiglio (c‘è la speranza di un’approvazione entro la fine dell’anno, a tempo di record cioè considerati i ritmi di decisione della Cee). l termini di base delle proposte sono già noti: Esprit dovrebbe svilupparsi lungo un arco di dieci anni, in due farsi quinquennali, e dovrebbe consentire il finanziamento da parte della Comunità al 50 per cento di progetti di ricerca – e di sfruttamento della ricerca – condotti in collaborazione fra industrie, istituti e università di diversi Paesi europei.

I presupposti perché l’iniziativa vada avanti secondo i modi e i tempi indicati, ci sono; i primi riscontri sono già stati incoraggianti: fin qui, Esprit ha praticamente bruciato le tappe e non ha accumulato i ritardi consueti ai programmi Cee, nei labirinti delle procedure della Comunità.

Presentata nella primavera del 1982 ai ministri dei Dieci, l’idea di base è stata subito favorevolmente accolta: pochi mesi più tardi, in autunno, i governi davano il via all’attuale fase dei progetti pilota.

Ancora più interessati, e più solleciti, dei governi, si sono mostrati gli industriali e i ricercatori, i veri protagonisti: le imprese europee hanno risposto in modo entusiasta al primo concorso per progetti pilota del programma Esprit (eppure, i soldi a disposizione per adesso sono pochi: 11.5 milioni di Ecu, poco più di 11 milioni di dollari, per contribuire al 50 per cento alla realizzazione di 15 progetti che vedano la partecipazione di vari enti di Paesi diversi).

Il bando di gara venne pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale nell’autunno 1982: il termine per la presentazione delle domande scadeva il 21 febbraio 1983. A conti, fatti, il numero dei progetti in lizza supera largamente non solo le previsioni, ma anche le speranze della Commissione: sono in lizza per i finanziamenti della Comunità 200 ipotesi di ricerca, per un’ipotesi di spesa totale di oltre 110 milioni di dollari, dieci volte la somma disponibile.

La selezione delle proposte e in corso. I lavori prescelti dovrebbero prendere l’avvio in estate. Da un primo spoglio delle domande presentate, gli esperti della Cee traggono già una considerazione «positiva e particolarmente interessante»: «La partecipazione incrociata è eccellente – spiega uno dei funzionari della Dg3, la direzione generale per l’industria della Commissione europea -, sia fra i dieci Paesi (tutti sono presenti, anche quelli che non hanno un’industria microelettronica propria), sia fra i diversi tipi di strutture coinvolte (industrie, istituti e università)». Le 200 ipotesi di ricerca che concorrono alla fase pilota comportano infatti 620 singole partecipazioni diverse (ogni progetto. come già spiegato. deve coinvolgere più organismi di Paesi diversi). Il successo che Esprit incontra presso gli industriali non sorprende la Commissione oltre misura: fin dall’inizio, infatti, Davignon si e dato da fare per coinvolgere gli imprenditori nella elaborazione, nella sperimentazione e, in prospettiva, nella gestione del programma. Fra gli obiettivi della fase in corso, v’è anche quello di mettere alla prova le capacita di intervento dell’«equipe» della Commissione e dei gruppi di consultazione «ad hoc» costituiti.

A dirigere Esprit, una volta messo in moto, dovrebbero essere un comitato di gestione misto Commissione-industria e un comitato di alti funzionari dei governi Cee (in i genere. i responsabili per l’informatica dei ministeri dell’industria dei Dieci).

Nel’ambito della Dg3, e con clementi anche della ricerca, Davignon ha costituito a Bruxelles una «task torce» di un centinaio di funzionari: Michel Carpentier, che viene dalla direzione generale per l’energia, la comanda; Jean-Marie Cadiou, direttore per l’informatica alla Dg3. ne è il numero due; la presenza italiana vi è piuttosto modesta numericamente (Giulio Cerare Grata segue le azioni per la microelettronica).

Accanto alle strutture della Commissione, cinque comitati riuniscono un centinaio di esperti sui singoli capitoli del programma Esprit (la microelettronica di punta, la tecnologia del software, l’elaborazione avanzata dell’informazione, l’automazione degli uffici, la produzione integrata con calcolatore; e. accanto a questi, i sistemi di scambio d’informazione).

In ciascuno dei comitati, sono presenti esponenti delle 12 società della Comunità più importanti nel settore: la Olivetti e la Stet per l’Italia: la lcl, la Gec e la Plessey per la Gran Bretagna; la Cii Honeywell Bull, la Thompson e la Cge Cit Alcatel per la Francia: la Siemens, la Aeg e la Nixdorf per la Germania; la Philips per l’Olanda.

La consultazione sulle caratteristiche di Esprit prosegue anche nel quadro di seminari, cui intervengono rappresentanti delle imprese, delle università, degli istituti di ricerca e degli utenti della telematica (in collaborazione con il Cecua, il «sindacato» dei consumatori di informatica in Europa, la Commissione sta mettendo per esempio a punto un modello di contratto per la vendita di tecnologie dell’informazione o la cessione di servizi).

Comitati per Esprit vengono pure costituiti dai singoli governi a livello nazionale: la corsa ai finanziamenti fra i Dieci si annuncia serrata e ognuno si preoccupa di partire bene. Il 7 aprile, a Roma, il ministro della Ricerca Pier Luigi Romita ha insediato il comitato italiano: lo presiede un rappresentante del ministero della Ricerca, Francesco Pittore, e lo compongono rappresentanti dei ministeri dell’industria, delle Poste, delle Partecipazioni statali, degli Esteri, oltre a un rappresentante del Consiglio nazionale della ricerca.

Per l’Italia, sempre a caccia di stimoli dalla Comunità per la ricerca e l’industria, Esprit rappresenta un’opportunità da sfruttare a fondo. Il ministro delle Poste Remo Gaspari e convinto che «la telematica ha ancora da esprimere grandi potenzialità» (la citazione è dal discorso al convegno su Telecomunicazioni e società, il 19 aprile, nell’ambito del salone della telematica alla Fiera di Milano). Nel 1981, il fatturato in Italia per la produzione di sistemi di telecomunicazione è stato di oltre 4600 miliardi di lire. «una realtà giù consistente -sostiene il ministro -, ma che rappresentata solo il 3,5 per cento del mercato mondiale», un mercato in aumento a un ritmo lo scorso anno del 6 per cento.

Impegnandosi massicciamente sul fronte delle tecnologie dell’informazione, la Comunità va contro una tradizione che la vuole sempre e solo alle prese con settori di produzione in crisi (la siderurgia, il tessile. i cantieri navali. ecc.): il settore della telematica è in espansione e offre alle imprese uno spazio di crescita ancora da misurare, alla Cee l’occasione di provare la capacità di gestire lo sviluppo (e non soltanto la ristrutturazione).

Quando fa pubblicità a Esprit, Davignon ama citare una serie di dati: nella seconda metà degli anni ’70, il volume del mercato della microelettronica è cresciuto dei 10 per cento l’anno in media nel mondo, del 13 per cento in Europa; le vendite raggiungono ormai i 100 milioni di dollari l’anno nel mondo e potrebbero toccare nel 1990 i 500 milioni di dollari (l’Europa ne assorbe tra un quarto e un terzo, ma la sua industria non ne profitta neppure per un sesto): il tasso d’innovazione e elevatissimo, al punto che la metà dei prodotti oggi in commercio non esisteva neppure tre anni or sono: il fatturato del settore nei Dieci supererà largamente negli anni ’81) il prodotto interno lordo italiano. Gli esperti di Bruxelles aggiungono: «negli anni ’70, il ritardo della Comunità nello sviluppo dell’informatica è costato la rinuncia a 8.50mila posti di lavoro in più». Sulla scena internazionale, gli Stati Uniti e il Giappone la fanno da padroni nel settore dei microprocessori per esempio, gli elementi di base della microelettronica, i due «giganti» occupano ciascuno i due quinti del mercato mondiale: l’Europa dei Dieci meno di un sesto.

Esprit servirà a ribaltare la situazione? L’obiettivo del programma è questo. Le analisi che ne stanno alla base dimostrano che, a fare difetto nella Comunità, non sono i fondi per la ricerca: in periodi equivalenti negli ultimi anni, le industrie della Cee, con il concorso dei governi, hanno investito nello sviluppo telematico 470 milioni di dollari; quelle giapponesi 240 milioni di dollari, la metà circa. La Francia ha annunciato un anno fa un piano di investimenti per 20 miliardi di dollari in cinque anni nel settore dell’elettronica, che è in gran parte nazionalizzato. Eppure, c’è sproporzione fra la comparabilità degli sforzi e la diversità dei risultati: i ricercatori giapponesi depositano il doppio dei brevetti di quelli europei. Risultato: l’industria comunitaria dipende sempre più da licenze extra-Cee per la tecnologia fondamentale (ad esempio, il 65per cento dei circuiti integrati).

Il problema della Comunità non è l’entità globale delle risorse mobilitate, ma il frazionamento di esse in programmi nazionali, e più spesso ancora aziendali, non coordinati l’uno con l’altro (spesso anzi in concorrenza reciproca) e che singolarmente non raggiungono la massa critica delle azioni americane e giapponesi, cioè la dimensione che garantisce un attivo nel rapporto tra spesa per la ricerca e sfruttamento commerciale dei risultati conseguiti.

Le caratteristiche di Esprit sono sulla carta tali da ovviare all’inconveniente: il coordinamento degli studi e la divulgazione almeno parziale delle conoscenze acquisite permetteranno di razionalizzare gli sforzi e di evitare i doppioni. Il diritto di utilizzo dei risultati della ricerca sarà «comunitarizzato» con accordi di licenza: se uno sfruttamento commerciale valido non interverrà in un termine di tempo ragionevole dalla conclusione dei lavori, i promotori ne cederanno gratuitamente alla Commissione tutti i diritti.

La storia industriale degli anni ’80 dirà se la Cee e i suoi imprenditori saranno riusciti con le armi di Esprit a riconquistare il mercato europeo delle nuove tecnologie: senza fare ricorso al protezionismo, migliorando la competitività, rispettando le regole della concorrenza (neppure alla Ibm gli è fin qui riuscito un percorso del genere senza penalità: la Commissione sospetta il «colosso» dell’informatica di pratiche sleali).

Giampiero Gramaglia

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