Da Nigeria a Venezuela, nuovi conflitti si sommano agli irrisolti in Ucraina e Medio Oriente. Le minacce alla Groenlandia e la diplomazia dell’Europa subalterna a Trump il prepotente.
Bagliori di guerre aprono il 2026, che tutti gli uomini di buona volontà sperano sia Anno di Pace: l’attacco degli Usa al Venezuela, nella notte tra il 2 e 3 gennaio, fa seguito a quello alla Nigeria, nella notte tra Natale e Santo Stefano. Sono azioni al di fuori d’ogni legalità – “atti di pirateria”, è una definizione ricorrente dalle Nazioni Unite all’opposizione democratica negli Stati Uniti -, che però la comunità internazionale denuncia – quando lo fa – in toni sommessi: il timore d’incappare nelle ire del presidente Usa Donald Trump induce acquiescenza e subordinazione.
Il 2026, che già eredita dal 2025 una guerra e mezza, parte con l’handicap della politica estera muscolare e pretestuosa del magnate presidente, che batte pugni sul tavolo a destra e a manca, tranne che nei confronti degli ‘uomini forti’ suoi compari, specie i presidenti russo Vladimir Putin e cinese Xi Jinping. L’intento è distrarre l’opinione pubblica del suo Paese dalle promesse mancate e dall’economia claudicante.
Già delusi quanti speravano nella pace di Capodanno, che in Ucraina non c’è stata; e quanti credono che la fragile tregua in Medio Oriente possa sfociare nell’avvio della seconda fase delle intese fatte a inizio ottobre – ammesso che quelle siano un passo nella giusta direzione -. Gli incontri di Trump, tra una partita di golf e l’altra, a fine anno, a Mar-a-lago, in Florida, con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con il premier israeliano Benjamin Netanyahu sono scenografie mediatiche più che affondi diplomatici: si rivelano sostanzialmente inconcludenti. Non poteva essere altrimenti: le condizioni per la pace non ci sono, né in Ucraina, né in Medio Oriente; tanto meno per una pace giusta e duratura.
Alle guerre ereditate si sommano i conflitti dimenticati, di cui nessun media si occupa, come quello nel Sudan, che allunga l’ombra di una drammatica immanente crisi umanitaria sul Sud Sudan; e quelli che l’imprevedibilità di Trump, venata da intenti affaristici riverniciati da input millenaristici, fa esplodere in Venezuela o in Nigeria, dove le bombe hanno l’eco eretico di una crociata cristiana.
Venezuela: un blitz nel segno del petrolio con la scusa della droga; la democrazia non c’entra
In Venezuela, l’innesco è il petrolio, il pretesto è il narcotraffico; il ripristino della democrazia conta zero. Catturati e trasferiti negli Stati Uniti il presidente Nicolas Maduro e sua moglie Cilia Flores, gli emuli del regime del ‘chavismo bolivarista’ restano tutti al loro posto, con la vice di Maduro Delcy Rodriguez promossa presidente ad interim, in cambio di 50 milioni di barili di petrolio ceduti agli Stati Uniti.
Il ‘blitz’, che ha fatto un’ottantina di vittime, militari e civili, è stato uno smacco per la Cina, che, con l’Iran, è il maggior acquirente del petrolio venezuelano, e per Cuba, che garantiva la sicurezza di Maduro e moglie. – circa 30 gli agenti cubani uccisi -. Ma, nell’analisi del New York Times, l’incursione degli Usa in Venezuela rafforza le ambizioni aggressive di Cina e Russia perché offre loro giustificazioni per esercitare la forza nelle loro sfere di influenza (Pechino verso Taiwan e Mosca verso l’Ucraina).
E poi ci sono le minacce di Trump, che possono preludere ad altri conflitti: il magnate presidente, ringalluzzito dal successo, ‘avverte’ Messico, Colombia, Cuba; e alza il tono sulla Groenlandia, di cui – dice e fa dire – gli Stati Uniti hanno bisogno per la loro sicurezza, perché le acque tutt’intorno sono infestate di unità militari russe e cinesi.
Pace: la voce forte del Papa e quella flebile dell’Europa
Oggi, nel Mondo, c’è un americano che dice le cose giuste – ma nessuno le ascolta e tantomeno le mette in pratica -: è Papa Leone XIV, che predica pace e tolleranza. E ce n’è uno – Trump – che fa cose profondamente sbagliate, ma tutti pendono dalle sue labbra perché lo temono. Il Papa avverte la differenza, quando invita “a non ridicolizzare” chi “crede nella pace”; e, all’Epifania, demonizza “l’industria della guerra” e benedice “l’artigianato della pace”.
E l’Europa?, e l’Italia in tutto ciò? L’Unione dei 27 cerca di fare sentire la propria voce, almeno sull’Ucraina, provando a correggere piani di pace che paiono, e forse sono, scritti da Mosca e avallati da Washington. Riuniti a Parigi nel giorno dell’Epifania, i Volenterosi, animati soprattutto da Francia e Gran Bretagna, rinnovano il sostegno a Kiev e affermano la disponibilità a contribuire alla sicurezza dell’Ucraina dopo la cessazione delle ostilità. Sulla Groenlandia, esprimono il timore, condiviso dall’Ue e dalla Nato, di un conflitto che rompa l’alleanza tra America ed Europa
Ma gli europei esitano ad agire per acquisire autonomia decisionale, rispetto all’America di Trump, sulle scelte di politica internazionale e di difesa. Per prima cosa, bisogna abbandonare la ‘politica dello zerbino’ finora adottata nei confronti del magnate presidente. Per seconda cosa, bisogna creare le condizioni per un’Europa unita su politica internazionale e difesa, rinunciando lì al diritto di veto: non è necessario farlo a 27; è importante che lo facciano presto i Paesi che ci stanno.
Guerre: la principale minaccia alla sicurezza globale nel 2026
Secondo un rapporto da poco diffuso dal Centro per la politica estera (Cfr) di New York, le guerre in atto e quelle potenziali sono le principali preoccupazioni per la sicurezza globale nel 2026. Scrivono Paul B. Stares e il generale John W. Vessey, rispettivamente direttore ed esperto dell’area per la prevenzione dei conflitti: “Il Mondo sta diventando sempre più violento e disordinato. L’ansia senza precedenti del 2025 per i rischi dei conflitti resta inalterata… Gli Stati Uniti possono e dovrebbero fare molto di più per promuovere la pace e la stabilità internazionali”.
Inutile sperarlo fin quando alla Casa Bianca c’è l’egocentrico Trump, interessato solo a promuovere se stesso e il proprio profitto. E se e quando dovesse esserci un avvicendamento con il suo vice J.D. Vance, la prospettiva sarebbe ancora peggiore: il sovvertimento dei valori e l’inclinazione all’accentramento del potere sarebbero ideologici, non estemporanei.
Le guerre, dunque, restano in primo piano sull’agenda 2026, più che le diverse emergenze: democratiche, in quello che era l’Occidente, prima che Trump lo smembrasse dividendolo fra amici (suoi) e nemici; umanitarie, là dove si patisce la fame e la miseria; e climatiche, accentuate dall’ondata di negazionismo economico che induce a privilegiare la tutela di agi e privilegi piuttosto che la salvaguardia del Pianeta e la sopravvivenza delle generazioni a venire.
Accadde Domani: l’agenda del 2026
L’anno sarà scarno, salvo sorprese, d’appuntamenti elettorali negli Stati chiave – Brasile a parte -, almeno fino al 3 novembre, quando gli americani, con il voto di midterm, rinnoveranno la Camera e un terzo del Senato: lo scrutinio potrebbe porre termine allo strapotere di Trump, se i democratici riusciranno a strappare ai repubblicani il controllo della Camera giocato su una manciata di seggi.
I tradizionali appuntamenti diplomatici da appuntare sul calendario sono il Vertice del G7 in Francia a Evian dal 14 al 16 giugno – un ritorno a Evian, dopo il G8 del 2003 -; il Vertice del G20 a Miami, in data non ancora definita – Trump ha già fatto sapere che non intende invitarvi il SudAfrica, causa una presunta politica di apartheid anti-bianchi -; il Vertice dell’Apec a Shenzen in Cina il 18 e 19 novembre; e, ancora, il Vertice dei Brics in India, in data non ancora fissata; quello della Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, deve ancora essere annunciato.
Brics e Sco sono motori della ricerca di un nuovo ordine mondiale alternativo a quello occidentale, la cui crisi è aggravata dalla sfiducia di Trump nel multilateralismo. Per il magnate presidente, contano le sue iniziative, talora estemporanee, più che la diplomazia collettiva dai riti spesso sterili.
L’Ue vedrà alternarsi alla presidenza del Consiglio Cipro, che darà il cambio alla Danimarca all’inizio dell’anno, e l’Irlanda, dal 1° luglio: sono due Paesi piccoli e non particolarmente influenti (specie Cipro) sulle scelte comuni. Il primo Vertice europeo è fissato a Bruxelles il 19 e 20 marzo, ma è possibile che appuntamenti straordinari si intreccino con quelli ordinari. La Nato non prevede vertici nel 2026. Al Palazzo di Vetro di New York, la settimana clou dell’Assemblea generale dell’Onu si aprirà il 22 settembre.
Però, i due eventi davvero planetari 2026 sono sportivi: le Olimpiadi invernali di Milano Cortina, dal 6 al 22 febbraio, e i Mondiali di Calcio ‘tripartiti’ tra Usa, Messico e Canada dall’11 giugno – calcio d’avvio al Banorte Stadium di Città del Messico – al 19 luglio, quando ci sarà la finalissima al New York New Jersey Stadium.
Tregue olimpiche? Nessuna chance. Anzi, ci saranno polemiche olimpiche: lo sport mette al bando in modo selettivo aggressori e criminali di guerra.
