Separati in casa (il video delle tv domestiche) e contaminati a vicenda da una logica che insegue l’italiano mediocre più che medio, il servizio pubblico e le tv commerciali dovrebbero affrontare la catarsi della sperimentazione, proprio per sfuggire ad un web che, pur infestato al 90% da bufale e da informazione incontrollata (e incontrollabile), è pur sempre territorio di libertà, in cui testare il nuovo.
A tali conclusioni si giunge ascoltando il potpourri di interventi che hanno animato la sessione pomeridiana della seconda giornata di Eurovisioni 2015, una manifestazione internazionale di maieutica televisiva giunta alla sua 29.ma edizione.
La ricchezza di spunti che si possono trarre su un argomento che è impastato nella nostra vita moderna – qualità e trend della tv dei giorni nostri e il futuro, le ‘visioni’, appunto – occuperebbero un tomo (o un libro dei sogni) e ne avanzerebbe pure.
Gl’indirizzi di tutto ciò che è emerso nei dibattiti che si sono susseguiti, tesi a disegnare le direttrici di un nuovo modello audiovisivo europeo, sono stati distillati nella tavola rotonda finale, moderata dal vicedirettore de La Presse, Giampiero Gramaglia, alla quale hanno partecipato, tra gli altri, un’ampia falange di esponenti Rai o ex Rai, con ben due consiglieri di amministrazione – Franco Siddi e Carlo Freccero -, un ex dg come Claudio Cappon, già alti dirigenti, come Massimo de Angelis e Andrea Melodia e con un drappello europeo/europeista rappresentato da Pier Virgilio Dastoli e Gerardo Mombelli.
Precedentemente, nel dibattito animato da Infocivica e moderato dal suo vicepresidente, Gianni Bellisario, su: “Per un nuovo servizio pubblico crossmediale della comunicazione”, fra i protagonisti, con un’altra pattuglia ex RAI di esperti del servizio pubblico come Stefano Balassone (già nel CdA RAI), e ‘direttori illuminati’ di Viale Mazzini, come Piero de Chiara e Renato Parascandolo, hanno dato il loro contributo alcuni esponenti europei di peso, come Michel Boyon e André Lange.
Per approfondire qualcuna delle tematiche emerse in questo pomeriggio zeppo di suggestioni, Media Duemila ha incontrato Renato Parascandolo, colui che – come ha rivelato Gianni Bellisario nell’introdurre la sessione che ha moderato – è stato il primo, negli incipienti anni ’90, ad introdurre le tecnologie digitali in RAI, in maniera quasi carbonara, con una software house in un sottoscala e ideatore di un programma ‘visionario’, Mediamente, portatore delle proiezioni della rivoluzione digitale irresistibilmente in atto. Un programma che, miopemente, fu soppresso dal palinsesto nel 2002.

Quale è lo stato di salute del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia, oggi che si è in procinto di discutere i contenuti della concessione alla RAI?
“Il servizio pubblico regge ancora bene dal punto di vista degli ascolti e rispetto all’attenzione che suscita. Non si approfondisce, però, sui contenuti del suo modello di riferimento; di quale sia, nello specifico ed esplicitamente, la sua missione nei prossimi 10 anni. Eppure è la pietra d’angolo dell’intero sistema: ovvero, ciò che fa decidere il cittadino se valga la pena o meno pagare il canone. Dichiarato questo, allora bisogna creare un modello organizzativo funzionale alla missione affidata al concessionario”.

Insomma, manca il punto di partenza, il baricentro della concessione?
“Esattamente. Per spiegarmi meglio, ricorro ad una metafora: facciamo conto che il Ministro della Sanità, per impostare il programma del proprio dicastero nei prossimi 10 anni, si ponga come obiettivo di curare e guarire 10 milioni di pazienti in più; oppure di fare la scelta della prevenzione, in modo che non si arrivi ad avere un alto numero di pazienti. Nel primo caso, il perseguimento dei risultati richiederebbe un forte investimento in strutture ospedaliere adeguate, in reparti di rianimazione all’avanguardia e di chirurgia efficientissimi; se invece si opta per la prevenzione, l’organizzazione deve perseguire altri parametri, affrontare la questione sul lato della scuola e delle famiglie, formandole alla prevenzione delle patologie.
In entrambi i casi, però, nel medio termine va fatta una verifica sullo stato dell’arte. Se ci sono chiari segni che si è sulla buona strada, allora si è centrata l’organizzazione; altrimenti, bisogna riconoscere di aver sbagliato e di doversi attrezzare per cambiarla”.

E in casa RAI?
“Oggi la RAI è un’organizzazione liebnitziana, intesa a garantire il massimo della lottizzazione. Ci troviamo di fronte a monadi che non dialogano fra loro, ma competono, come se appartenessero ad aziende differenti e non rispondessero a un servizio pubblico, ovvero ai cittadini.
Un esempio? I 12 inviati a Parigi, durante i tragici giorni dei post attentati. Queste storture non avverrebbero se la RAI fosse organizzata per macro-generi: Informazione, Intrattenimento, Fiction, Sport, Cultura; e se ci fosse un approccio multimediale, come multimediali sono diventati il mondo e il pubblico di riferimento.
Condivido, ad esempio, l’idea della nascita di un’unica press room centralizzata, con un unico direttore. Il che darebbe un bel colpo di reni all’internazionalizzazione della RAI, ponendoci in grado di competere sul mercato europeo con prodotti ‘vendibili’.
Il fatto è che si è sempre cercato un demiurgo risolutore di tutto, mentre, invece, dev’essere la struttura organizzativa a cambiare. Ogni creatività, che potrebbe introdurre positive e rivoluzionarie novità, viene soffocata da questo mostro organizzativo improntato sulla monomedialità.
Il che è una battaglia di retroguardia, che rende l’Azienda non competitiva, giacché non si ottiene multimedialità dalla giustapposizione di strutture monomediali”.

Come immaginare, dunque, la riforma?
“Partendo dai bambini. E non lo dico per boutade. Tre anni fa, ovvero ben prima del 6 maggio 2016, data di scadenza della concessione RAI, noi di Articolo 21, insieme con Eurovisioni, abbiamo realizzato un concorso in cui abbiamo coinvolto studenti di tutte le età, dalle elementari all’Università. Li abbiamo ‘sfidati’ a scrivere, in non più di 10 righe, la mission della RAI nel prossimo decennio. I risultati sono stati entusiasmanti e siamo stati ‘costretti’ a premiare solo due testi, uno per gli alunni delle elementari, l’altro per il resto dei partecipanti.
La giuria, presieduta da Sergio Zavoli, ha potuto verificare l’alta qualità delle risposte: hanno partecipato 100 scuole e le finaliste sono state la metà; i testi selezionati sono stati 18, per altrettanti studenti, e tutte le notizie si possono trovare al seguente sito.
I finalisti sono stati in udienza dal Presidente Mattarella, che, a sorpresa, ha preso la parola, esprimendosi proprio sul tema RAI, sul quale, fino ad allora, non aveva profferito motto. Successivamente, i 120 ragazzi sono stati ricevuti a Viale Mazzini, dai vertici RAI, nonché dal Presidente del Senato, Pietro Grasso. Le tappe successive hanno previsto incontri con Claudio Fico, presidente della Commissione Bicamerale di Vigilanza, il sottosegretario Antonello Giacomelli e l’Agcom, ovvero si sono confrontati con tutti i player della riforma della RAI.
Voglio far notare che si è trattato dell’unica consultazione pubblica, tra non addetti ai lavori, che si è fatta sull’argomento”.

Insomma, per rifarci alla raccolta di poesie di Elsa Morante del 1968, possiamo definire quest’iniziativa ‘La RAI salvata dai ragazzini’. Il critico letterario Giulio Ferroni, nel recensire l’opera, affermò: “Un libro che vuole rivolgersi ai ‘felici pochi’ che mantengono la coscienza e il senso della bellezza”. Anche in questo caso, gli studenti potrebbero essere coloro che mantengono la coscienza e il senso della bellezza.

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Annamaria Barbato Ricci è una stimata e nota giornalista italiana, free lance e già capo-ufficio stampa alla Presidenza del Consiglio dei ministri, al Ministero dei Trasporti e consulente nello staff di Presidenza dell’UNICEF. E' stata coordinatrice e co-autrice della trilogia “Radici Nocerine: la Storia al servizio del Futuro”, e ideatrice de Le Italiane, un libro che racconta 150 anni di Italia al femminile.