di FORTUNATO PINTO –

Mercoledì 18 Gennaio 2012 sarà ricordato per anni come il giorno in cui la Rete ha vinto contro le major dell’entertainment.  I progetti di legge SOPA e PIPA sono stati congelati e rinviati a febbraio e  i loro sostenitori uno ad uno si sono tirati indietro mentre la protesta si sviluppava in giro per gli USA e per il mondo intero. Per la prima volta la Rete ha mostrato il suo potere: la semplicità di aggregazione e l’azione collettiva contro una minaccia, perché il SOPA e il PIPA, come sostiene Lance Ulanoff il capo redattore del blog Mashable, sono minacce che posso fermare l’evoluzione del Web e portarci indietro al 1994 quando il WWW ancora non era stato lanciato.

Milioni i sostenitori nel mondo: oltre 4 milioni e mezzo di firme sono state inviate al Congresso degli Stati Uniti, su Twitter le parole SOPA e PIPA sono state postate solo negli USA circa un milione di volte, nel mondo oltre i due milioni. Il sito SopaStrike, che si è impegnato e tutto ora è impegnato nella campagna contro gli atti americani, ha pubblicato due infografiche: una che mostra i dati del coinvolgimento online degli internauti e un’altra che semplifica in forma visiva le criticità della emendamento. La protesta è stata un vero e proprio black-out che ha coinvolto tutti gli utenti della rete, ognuno ha dato il suo contribuito inserendo nel proprio sito banner neri che oscuravano i contenuti oppure modificando il proprio avatar sui social network con il logo della protesta.

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Wikipedia è una delle prime comunità, con Reddit, che si è fatta avanti: i contenuti dell’enciclopedia online sono stati bloccati per oltre 12 ore e al loro posto una pagina con la W (simbolo del sito) con un ombra allungata, come se fosse sotto interrogatorio insieme ad un breve testo che introduceva i motivi della protesta [in copertina ndr]. La possibilità di non avere più a disposizione il sapere che per dieci anni gli utenti hanno utilizzato, creato e modificato è stata una delle principali forze motorie della protesta. Wikipedia, però, eccezionalmente ha reso una sola pagina pubblica e pochi se ne sono resi conto e ne hanno parlato. Arianna Huffington presidente dell’Huffington Media Group in un suo tweet l’ha fatto notare ai suoi oltre ottocentomila follower.

L’unica pagina del sito ideato da Jimmi Wales che era online era la pagina dedicata al termine “censura”, una protesta nella protesta, una provocazione per chiarire ancora una volta le opinioni che la comunità dei uno dei progetti più importati della Rete ha sul SOPA e il PIPA. Il black-out online si è manifestato nelle sue forme più straordinarie: l’Huffington Post ha inserito una grande schermata nera nella sua homepage, Wired Magazine ha oscurato testi e immagini dei suoi articoli lasciando leggibile solo la frase “Why censoring Wired”, il blog TechCrunch ha sostituito la sua veste verde acido in nero e Flickr ha dato la possibilità ai suoi utenti di oscurare le proprie immagini in forma di protesta. Facebook e Twitter hanno mostrato la loro adesione alla protesta ma entrambi hanno deciso di non oscurare i portali o vietare a gli utenti di accedere ai propri profili. Nonostante le critiche di molti blog per la mancata visibile adesione, è stato proprio grazie a i due social network con maggiore numero di utenti che la protesta ha raggiunto i numeri straordinari a cui abbiamo assistito. Twitter come detto in precedenze  ha prodotto un passaparola di oltre due milioni di tweet con gli hashtag #SOPA e #PIPA a questi si sono aggiunti i termini #blackout, #stopSOPA e #SOPAstrike che hanno aiutato la protesta a spostarsi dagli States al mondo intero. Facebook, invece, ha reagito diversamente, gli utenti hanno condiviso immagini, video e articoli contro il SOPA e il PIPA ma ciò di cui si è parlato di più è sicuramente il post condiviso da Mark Zuckerberg: in soli sei righe ha espresso la sua posizione contro gli emendamenti e tutte le leggi che possono danneggiare Internet invitando gli elettori a contattare i politici e dichiarare la propria posizione pro-internet.  Lo staff di Facebook inoltre ha messo a disposizione degli utenti un pagina dove poter discutere ed esprimere la propria posizione, un vera e propria agorà online. Zuckerberg inoltre ha fatto parlare di sé per un altro curioso caso: dopo quasi due anni è tornato ad usare il suo account Twitter che molti blogger pensavano fosse chiuso, invitando anche qui gli elettori ad esprimere la loro volontà di bloccare gli atti in discussione al Congresso.

Anche la Mozilla Foundation si è fatta avanti nella lotta contro il SOPA e il PIPA, nel blog della comunità online del browser della volpe rossa, si può leggere l’invito a porre l’attenzione sulla pericolosità degli emendamenti e la volontà di partecipare scurendo la pagina iniziale del software. Dal blog di Mitchell Baker,  presidentessa della Mozilla Foundation si legge: “Il SOPA rende tutti noi potenziali criminali, se non diventiamo il braccio d’azione di una struttura di governo nuovo regolato e vigilante. Il SOPA non ha come obiettivo quello di fornire un elenco di siti web che pubblicano contenuti non autorizzati. Il SOPA non ha come obiettivo quello di targhettizzare gli utenti che accedono a tali siti web. Il SOPA vuole targhettizzare tutti noi. Questi costi sono significativi, di ampio respiro e di lunga durata.”

Non è stata solo la Rete però ha manifestare la sua contrarietà, artisti come Aziz Ansari e altri collaboratori del Saturday Night Live Show hanno controfirmato una lettera per esprimere il loro appoggio alla protesta. Questa volta, però, non è stato lo show business ha far conoscere al grande pubblico cosa stava accandendo, la Rete si è coalizzata e reso possibile lo stop al SOPA e il PIPA. Tuttavia, come sottolinea Greg Kumparak su TechCrunch, il Congresso degli Stati Uniti ha solo bloccato il processo di legislazione, bisogna stare allerta perché “SOPA is not dead”, è solo slittata e Lamar Smith, uno dei congressmen che appoggia gli atti, è intenzionato a portare a termine il suo lavoro.

Abbiamo assistito alla prima battaglia tra la vecchia economia e la new-economy, l’entertainment e la Rete. Jonathan Weisman del New York Times sostiene l’improbabilità  che l’atto arrivi ai sessanta voti annunciandone una vera e propria battuta di arresto., citando John P. Feehery, ex rappresentante repubblicano: “l’industria dei contenuti non è capace di mobilizzare gli utenti come può fare ed ha fatto il Web e soprattuto i Social Media”.