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Ecco!, ci risiamo. E’ dagli Anni Novanta, beh diciamo dalla metà degli Anni Novanta, che, ad ogni elezione, i guru della comunicazione ci spiegano che questa volta è tutto diverso, che la campagna sarà un’altra cosa, perché adesso c’è –turno a turno- Internet, il web, il 2.0, i social network.

E, poi, puntualmente, i leader, una volta adempiuto il loro dovere di presenza mediatica sulle nuove frontiere della comunicazione politica, eccoli addensarsi su tutte le Tv possibili, di servizio pubblico e private, all news e puro entertainement, in chiaro e a pagamento, nazionali e locali. Nessuno che denunci la colonizzazione del web da parte dell’altro; e tutti a contarsi i minuti delle presenze in video.

Intendiamoci. Non è un fenomeno italiano, ma vale ovunque in Occidente e non solo. Lo abbiamo visto, e pure raccontato in questi appunti, l’anno scorso negli Stati Uniti: Usa 2012, la campagna più social network di tutti i tempi –e ti credo: prima, Twitter quasi non c’era e Facebook era solo un luogo simbolo di confidenze adolescenziali-, s’è accesa ed è divenuta incerta al primo dibattito televisivo fra i due principali contendenti. Romney perdeva con Obama tutti i duelli a colpi di tweet ed aveva la metà dei followers –per altro, pure fasulli-, ma gli è bastato vincere un match televisivo per rimettere il risultato in forse.

E se Obama con internet e i tweet è a suo agio i personaggi di casa nostra, poi, paiono, e spesso sono, a disagio con le nuove frontiere della comunicazione politica. Se il loro primo ‘cinguettio’ ufficiale viene annunciato con un enfasi che uno potrebbe credere riservata  a quelli di Benedetto XVI, poi il flusso si perde o è affidato a ‘replicanti’ . E – ancora – prendete poi la pubblicazione sul web della subito mitica Agenda Monti: difficile trovare, su tutta la rete, un documento presentato in modo altrettanto piatto. Simile in tutto e per tutto a un testo di un Professore, o a un documento dei federalisti, che sono parenti prossimi dei volantini Anni Settanta – non per i contenuti, per carità, ma per l’aspetto grafico assolutamente scoraggiante-.

Strano, per certi versi, perché questi nostri politici impacciati con i social media si sono, invece, adattati benissimo alle esigenze televisive dei ‘sound bites’, le battute ‘mordi e fuggi’: una frase che magari non vuole dire nulla di preciso, ma è efficace e, se possibile, graffiante e polemica – meglio se chiaramente indirizzata contro qualcuno, per altro senza nominarlo-. I nostri Tg ne sono già pieni d’abitudine, ne diventano addirittura zeppi in tempi di campagna: c’è tutta una scenografia dietro, chi li preferisce davanti a una libreria, chi in strada sul portone di casa, chi al parco.

Ecco, quando i nostri leader, o aspiranti tali, metteranno la stessa cura a studiare un tweet che un ‘sound bite’, vorrà dire che la loro campagna è davvero un’altra cosa. Ma, allora, magari, la tecnologia si sarà già inventata qualche altra frontiera e tweet e social network saranno diventati cimiteri degli elefanti.

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