Nel confronto tra intelligenza artificiale e diritto d’autore, l’articolo di Isabella Splendore sul Sole 24 Ore “Diritti d’autore e AI la via italiana per la regolamentazione” offre una riflessione l necessaria.
Work in progress
Il quadro giuridico europeo è ancora in costruzione: il cartello “Work in progress” sull’AI Act fotografa perfettamente la fase di incertezza che stiamo vivendo.
Da un lato la fatica regolatoria per un mondo nuovo da costruire e dall’altra l’esplosione di nuovi strumenti. Su quest’ultimi come non essere d’accordo con Niels Bohr che per la fisica quantistica diceva: “chi non ne rimane stupito è segno che non ha capito nulla”.
Europa e Ai Act
L’Europa, con l’AI Act, ha scelto di tracciare la rotta della regolamentazione, ma la distanza tra le buone intenzioni e l’attuazione concreta resta ampia. Il cuore del dibattito tocca un nodo cruciale: come conciliare innovazione tecnologica e tutela dei diritti d’autore.
Il Regolamento europeo introduce infatti un’eccezione per il text and data mining (TDM), cioè la possibilità di usare grandi quantità di dati — anche protetti da copyright — per addestrare modelli di intelligenza artificiale. Tuttavia, come ricorda Splendore, la copia massiva di contenuti protetti apre interrogativi sulla reale efficacia dei meccanismi di opt-out, sull’ambiguità del concetto di “accesso legale” e sulla solidità giuridica dell’uso dell’articolo 4 della Direttiva Copyright in questo contesto.
Molti esperti temono che un’interpretazione troppo ampia rischi di scardinare il principio di equilibrio su cui si fonda il diritto d’autore. D’altra parte, l’intelligenza artificiale ha bisogno di enormi quantità di dati per funzionare, e bloccarne l’accesso potrebbe soffocare l’innovazione europea proprio nel momento in cui Stati Uniti e Asia (Cina) corrono in avanti.
Il punto critico è: non basta legiferare, serve un metodo condiviso per garantire trasparenza e responsabilità. L’AI Act introduce obblighi in tal senso, ma le modalità pratiche restano da definire. L’Italia, con la legge n.132/2025, si è mossa per prima, assumendo un ruolo pionieristico in Europa: un passo importante, ma anche una grande responsabilità.
È il momento di aprire un confronto più ampio — tra giuristi, tecnologi, imprese e istituzioni culturali — per evitare che il diritto arrivi sempre “dopo” la tecnologia. Come ogni rivoluzione, anche quella dell’intelligenza artificiale chiede un nuovo equilibrio tra creatività e libertà, tra accesso e rispetto del lavoro umano.
E forse la vera sfida non è tanto scrivere nuove leggi, ma trovare un linguaggio comune tra chi crea e chi programma, tra chi difende i diritti e chi costruisce le macchine che imparano da noi tutti, qualsiasi sia il mestiere.