Il report “Governo e diffusione dell’intelligenza artificiale” dell’Institute for Trasformative Innovation Research dell’Università di Pavia rappresenta, ad oggi, una delle analisi più solide per comprendere lo stato reale dell’adozione dell’AI nel sistema produttivo italiano. Non tanto per il singolo dato, quanto per la capacità di restituire una fotografia complessiva, costruita su un campione ampio e rappresentativo di imprese, che consente di leggere con maggiore lucidità una trasformazione spesso raccontata in modo superficiale.

Il primo elemento che emerge è il livello ormai elevato di diffusione dell’intelligenza artificiale: circa 8 imprese su 10 hanno già avuto almeno un contatto con l’AI, mentre il 50% ha avviato o prevede a breve percorsi formativi dedicati. Non siamo più nella fase pionieristica, ma in quella dell’adozione diffusa. L’AI è entrata nelle aziende.

A confermarlo è anche un altro dato: oltre il 40% delle imprese utilizza già strumenti di intelligenza artificiale generativa in almeno una fase dei propri processi, in particolare nelle attività legate alla comunicazione, al marketing e all’analisi dei dati. Si tratta delle aree in cui l’impatto è più immediato, ma anche di quelle in cui il rischio di banalizzazione è più alto.

Eppure, è proprio quando si passa dalla diffusione all’impatto che il quadro cambia radicalmente.

Nonostante questi livelli di adozione, solo il 17,8% delle imprese italiane di medio-grandi dimensioni effettua un investimento strutturato in intelligenza artificiale, e appena nel 4,4% dei casi il suo impatto sul vantaggio competitivo viene considerato davvero incisivo.

Questo è il dato che conta. Perché significa che la maggior parte delle aziende sta entrando in contatto con l’AI, la sta studiando, la sta anche utilizzando, ma non sta riuscendo a trasformarla in un fattore reale di differenziazione. In altre parole: l’intelligenza artificiale c’è, ma il vantaggio no.

Il confronto con il settore pubblico, da questo punto di vista, è interessante. Mentre la Pubblica Amministrazione, grazie al lavoro del Dipartimento per l’Innovazione guidato dal Sottosegretario Alessio Butti, ha decisamente cambiato passo negli ultimi anni, accelerando sulla digitalizzazione e creando le condizioni per un’adozione più strutturata, una parte significativa del mondo imprenditoriale continua a muoversi con maggiore fatica.

E non è difficile capirne il motivo. Veniamo da un contesto, quello italiano, storicamente restio al cambiamento, profondamente legato a logiche consolidate, dove espressioni come “abbiamo sempre fatto così” non sono una caricatura, ma una realtà quotidiana. In molti casi si parla di intelligenza artificiale quando ancora mancano le basi: esistono aziende che non hanno un sito responsive, che non hanno mai strutturato una vera presenza digitale, che non hanno mai affrontato in modo sistematico il tema del posizionamento.

In questo scenario, l’AI rischia di essere vissuta come un’aggiunta, uno strumento in più, quando invece richiede un cambio di approccio. C’è poi un altro dato che il report evidenzia e che merita attenzione: sono spesso i profili senior a guidare l’adozione e l’acquisto di applicazioni basate su intelligenza artificiale, con una propensione superiore rispetto alle fasce più giovani.

Un dato che può sorprendere solo in apparenza. Chi oggi è senior ha vissuto tutta la rivoluzione digitale, ha attraversato il passaggio dall’analogico al digitale, ha visto nascere il web, i social, il mobile. È quindi più abituato al cambiamento, più allenato a riconoscerlo e ad adattarsi. Al contrario, chi è cresciuto direttamente nello smartphone tende spesso a dare per acquisito il contesto tecnologico, senza sviluppare la stessa consapevolezza strategica. Non è una questione anagrafica, ma di esperienza.

Ed è proprio la dimensione strategica il punto centrale. Perché il vero limite non sta nella mancanza di strumenti, né nella scarsità di formazione. Il limite sta nel modo in cui questa formazione viene concepita. Concentrarsi esclusivamente su “come funziona l’AI” significa fermarsi a metà strada.

La sfida reale è un’altra: integrare l’intelligenza artificiale con il fattore umano il nostro “Capitale cognitivo”, per dirla con Derrick de Kerckhove – utilizzandola per amplificarlo. È lì che si costruisce il vantaggio competitivo.

L’intelligenza artificiale non crea valore da sola. Amplifica ciò che trova. Se alla base c’è una strategia debole, amplifica il rumore. Se alla base c’è una visione chiara, amplifica i risultati. Il report dell’Università di Pavia curato dal Prof. Stefano Denicolai restituisce quindi una fotografia estremamente lucida: un sistema imprenditoriale che ha compreso l’importanza dell’AI e che si sta muovendo per non restare indietro, ma che allo stesso tempo fatica a trasformare questa adozione in un vantaggio concreto e misurabile.

Ed è proprio in questo scarto – tra diffusione e impatto – che si giocherà la partita dei prossimi anni. Perché in un contesto in cui sempre più aziende utilizzano gli stessi strumenti, la differenza non la farà chi li utilizza, ma chi saprà usarli meglio degli altri. Non chi saprà utilizzare l’intelligenza artificiale, ma chi saprà trasformarla in un vantaggio competitivo reale.

 

Articolo precedenteImprese, Bellini (Bellini Nautica): “Grazie a bando regionale nostro Museo illuminato e
Articolo successivoTuttiMedia: “Farsi trovare online oggi – gli impatti dell’AI sulla search”