di ELISABETTA DURANTE    

 

I centomila visitatori che a Firenze hanno affollato i 150 incontri, mostre ed eventi del recente Festival d’Europa sembrano dimostrare che la marcia verso l’unità del “vecchio continente” prosegue, nonostante i seri ostacoli che rallentano il cammino.

Leitmotiv di tutti i convegni e workshop fiorentini promossi dall’Istituto Universitario Europeo, è stata la necessità di valutare e prevedere: valutare e prevedere l’impatto, l’evoluzione, le conseguenze che le decisioni politiche di Bruxelles hanno sulla società e l’economia dei singoli Stati.

Questo è appunto il compito del Joint Research Centre, un complesso di sette centri di ricerca che forniscono un importante supporto tecnico-scientifico alla Commissione, come più d’un esperto ha ricordato a Firenze e come ha potuto direttamente verificare il gruppo di giornalisti dell’EUSJA (European Union of Science Journalists’ Associations) e dell’UGIS (Unione dei Giornalisti Italiani Scientifici) durante la recente visita all’Institute for Prospective Technological Studies (IPTS/JRC) di Siviglia.

Presentando il mandato dell’istituto, il fisico David Broster, che guida l’unità “Information Society” dell’IPTS, ha spiegato come gli esperti di Siviglia lavorino per aiutare i commissari e i policy makers europei a individuare le priorità di intervento dei Programmi di Ricerca e Sviluppo: un lavoro di ricerca e di analisi teso a evitare il più possibile squilibri nell’approccio e frammentazioni negli interventi, coordinare le risorse, favorire l’integrazione e la creazione di reti. Facile a dirsi, molto difficile a farsi.

Facciamo un paio di esempi concreti, attingendo ai numerosi rapporti che l’IPTS produce ed invia stabilmente a Bruxelles in materia di ricerca, innovazione, sviluppo sostenibile, clima, ambiente, energia, trasporti, information society, agricoltura e territorio.

Energia, Ambiente, Agenda digitale sono tutti e tre temi di valore strategico: le politiche d’intervento europeo su questi fronti devono tener conto e trovare un sempre migliore coordinamento sulla base di fattori di comune interesse, che l’IPTS ha analizzato e tradotto in una serie di dati. Le apparecchiature e i servizi delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) consumano ben l’8% dell’energia elettrica e producono il 4% di emissioni di Co2, ma ambedue i dati potrebbero raddoppiare entro il 2020.

Partendo dalle informazioni elaborate in particolare dall’IPTS/JRC, la Commissione europea ha fissato dei codici di condotta per le imprese europee dell’universo ICT, con l’obiettivo di invertire la tendenza. Il codice di condotta è già stato applicato da 36 delle maggiori società, che così potrebbero arrivare a ridurre fino al 50% del consumo elettrico delle loro apparecchiature a banda larga e dei loro centri di calcolo. Ma il codice è importante anche dal punto di vista simbolico e culturale, poiché intende fare dell’ICT un settore produttivo d’avanguardia in materia di efficienza energetica.

Ogni decisione, anche in materia di energia e ambiente, deve però fare i conti con una crisi economica accompagnata da una drammatica riduzione degli investimenti in ricerca e sviluppo. L’IPTS ha analizzato il problema e scoperto che le imprese europee hanno ridotto i propri investimenti in ricerca in una misura significativamente inferiore alle omologhe statunitensi: nonostante il calo delle vendite (-10,1%) e degli utili (-21,0%), la riduzione di questi investimenti si attesta infatti sul 2,6% a fronte del 5,1% americano. In particolare, la società che ha continuato a investire con maggior decisione in ricerca – e tenuto il passo col leader mondiale, il colosso giapponese Toyota – è la Volkswagen (5,8 miliardi), seguita da Nokia e Sanofi-Aventis.

Importante è soprattutto il dato in controtendenza del settore hi-tech, che mostra come le imprese europee siano molto meno interessate a investire in ricerca, sviluppo brevetti ecc., delle concorrenti statunitensi: ad esempio, gli americani hanno speso cinque volte più degli europei nel campo dei semiconduttori, quattro volte più nel campo del software e addirittura otto volte di più in quello delle biotecnologie. Inutile precisare che la crescita maggiore in ricerca e sviluppo si conferma quella di Cina (+40%), India (+23%), Hong Kong, Sud Corea, Taiwan e Svizzera.

 

Elisabetta Durante
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