Pubblichiamo l’intervento del professor Leonardo Chiariglione su “Diritti d’autore nell’era di Internet”

 

Io ritengo di far parte del Giurassico, ossia di coloro che pensano che i diritti d’autore debbano continuare ad esistere. La mia, però, è una particella del Giurassico che non sta lì a crogiolarsi nell’attesa che arrivi un meteorite o qualcos’altro a farne sparire l’ecosistema, ma cerca invece di favorirne la sopravvivenza, o addirittura l’estensione.

Ho tentato di tracciare un brevissimo panorama della storia del diritto d’autore, a partire dalla storia di Marziale. Marziale ha affidato a Quinziano i suoi libri. Nel farlo, gli ha dato un compito: nel caso qualcuno fosse venuto a rivendicare la proprietà di quei libri, Quinziano avrebbe dovuto ripetere per tre-quattro volte che quei testi erano di Marziale. In questo modo, sperabilmente, il padrone indebito sarebbe stato costretto a riconoscere il proprio pudore. Questa era una modalità di circa 2000 anni fa per affermare il diritto d’autore.

Un altro esempio più vicino a noi, ma neanche troppo, è Ludovico Ariosto, che nel 1515 chiede ad Alfonso D’Este di essere aiutato a rispettare il proprio diritto d’autore: “Chiedo di essere aiutato a far rispettare i diritti d’autore delle mie opere che verranno affidate ad una tipografia per essere stampate. Propongo che i trasgressori siano puniti con il pagamento di un risarcimento danni e che il ricavato della multa sia suddiviso tra la SV Illustrissima e lo scrivente”. Questo è quello che chiamo “l’enforcement ope legis all’italiana”.

“L’enforcement ope legis all’inglese”, invece, è molto più furbo ed è nato più o meno così: a un certo punto gli editori si coalizzarono e andarono al Parlamento a chiedere una legge che proibisse la stampa e ristampa di testi in assenza del consenso dell’autore. Il tutto “per favorire l’apprendimento e stimolare il flusso della conoscenza, così che l’uomo colto fosse incoraggiato a comporre e scrivere libri utili”. Ci sono altri esempi, come la versione alla francese (una legge del 1973), la Costituzione degli Stati Uniti e una situazione già abbastanza evoluta, come la Convenzione di Berna.

Ma veniamo a qualcosa che è più vicino a noi,  ossia alla metà del XX secolo. Da questo momento in poi, replicare un’opera diventa sempre più alla portata di tutti, per cui si adotta la legge che introduce il diritto d’autore come lo conosciamo oggi.

Io non ho nulla in contrario a che si cerchi di proteggere il diritto d’autore. Anzi, come ho detto all’inizio faccio parte del Giurassico. Sono convinto che questo diritto vada protetto, ma che sia sbagliato pensare che un tampone possa diventare il futuro.

Nell’ultima decade del XX secolo la situazione cambia ancora di più, principalmente per tre motivi. Da un lato Internet diventa la rete numerica universale di cui si era sempre sognato. In secondo luogo, i media diventano digitali e vanno dunque a braccetto con la Rete. Infine, il Pc e una serie continua di device entrano sulla scena. Da questi fenomeno scaturiscono tre effetti:

  • distribuire un’opera è sempre più alla portata di tutti;
  • la soglia d’ingresso per fare business sui contenuti digitali è bassa;
  • su Internet è difficile guadagnarci qualcosa.

Vediamo ora cosa succede nei primi anni del XXI secolo. Il diritto d’autore è totalitario, tant’è che il simbolo © è tipicamente accompagnato dalla dicitura “All right reserved”. Si tratta però di uno strumento grossolano e inadatto alla nostra era, poiché prevede che ci sia un solo modo di distribuire un’opera. Il movimento Creative Commons – che apprezzo moltissimo – ha invece definito un set di licenze mediante il quale un distributore può avere maggiore flessibilità nella diffusione delle opere. Il Creative Commons, in particolare, prevede che un distributore possa liberamente rilasciare in modo standard all’utilizzatore alcuni diritti, riservandone altri per sé. Il simbolo CC, infatti, è tipicamente accompagnato dalla dicitura “Some rights reserved”.

Ma il punto è che non si impara dal passato, anzi… Ho trovato una fantastica pubblicità del fonografo di Edison: “Quando il re d’Inghilterra vuole vedere uno show, chiama gli attori nel proprio castello e se lo vede da solo nel teatro privato. Se sei un re, perché non esercitare il regale privilegio di avere uno spettacolo tutto per te a casa tua?”. È vero che la musica Mp3 permette di eludere la ricompensa agli aventi diritto, ma è vero anche che dà nuove e grandi “user experience” che sono caratteristiche dell’epoca in cui viviamo. Il problema è che l’industria discografica non ha imparato da Edison a trattare bene i suoi clienti. È vero che i clienti non pagano, quindi il problema non è semplice, ma è vero anche che i clienti bisogna trattarli bene.

Invece, si continua imperterriti per la stessa strada. Se Internet è il veicolo mediante il quale si commettono gli illeciti, invece di risolvere il problema agli estremi – tra chi trasmette e chi riceve – si attacca il veicolo. La Francia, ad esempio, ha adottato la famosa legge Hadopi che permette  di ispezionare i contenuti trasmessi da un utente. Forse l’ha fatto perché la Costituzione francese non ha l’articolo 15 della Costituzione italiana, che recita: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”.

Ora si può ritenere che anche Hadopi fornisca questo concetto e che l’autorità giudiziaria lo garantisca. Ma un conto è garantire qualcuno perché si pensa che si stia commettendo un reato, un altro conto è farlo indiscriminatamente per milioni di persone: non funziona più, il sistema non scala.

Finora sembra che io abbia criticato: che abbia detto di essere del Giurassico, per poi contestarlo. In realtà dico solo che ci sono altre strade. A esplorarle per la prima volta è stato il gruppo no-profit “Digital Media in Italia“, che ha proposto un obiettivo assolutamente rivoluzionario: massimizzare la circolazione redditizia dei media digitali per consentire all’Italia di acquisire un ruolo primario nello sfruttamento del fenomeno “digital media”. Più si massimizza la circolazione dei media digitali, infatti, più dovrebbero aumentare le entrate che ci si aspetta di ricavare. La proposta si articola su due fronti: da un lato si tratta di agire sulle modalità di offerta e accesso a contenuti, reti a banda larga e servizi di pagamento/incasso; dall’altro, di coniugare i requisiti degli autori (e dunque la loro libertà di poter offrire le loro opere), degli intermediari (la libertà di scelta del ruolo) e dei consumatori (che devono avere la libertà di poter accedere ai contenuti di loro scelta).

La gestione dei diritti, insomma, deve essere ammodernata. Sembrerà una tautologia, ma i diritti d’autore non possono non essere basati sulla gestione dei diritti. Questo è certamente vero per la parte B2B (rapporti di business). Sulla parte B2C (dal business al consumatore) non ne sono tanto sicuro: forse gradualmente, ma si tratta di un aspetto molto più difficile. Il punto è che non siamo più ai tempi di Gutenberg. I produttori, gli aggregatori e i distributori si contano a milioni, e i consumatori si contano a miliardi. Non si possono sempre gestire i diritti con la presenza di 10 avvocati della parte cedente e 10 avvocati dalla parte acquirente. Intestardirsi a voler mantenere l’impianto legislativo che abbiamo ereditato dai tre secoli passati è assolutamente velleitario: ci facciamo male da soli.

Il progetto Creative Commons è un passo avanti, ma non basta. Il progetto CC propone di far uscire il mondo dei diritti dall’era Gutenberg: per la parte B2C è ottimo; purtroppo, invece, per il B2B siamo ancora al modello “10 avvocati per parte”. Quindi, CC non permette ancora di “tagliare sui costi del licensing”, il solo modo per remunerare i contenuti della coda lunga. Fortunatamente, la tecnologia informatica lo permette, ma solo se è basata sugli standard.

In conclusione, dobbiamo avere uno strumento flessibile mediante il quale i diritti – che devono essere riconosciuti, su questo non ci sono dubbi – possano essere gestiti. Ma in modo economico, ossia non come è stato fatto finora.

La necessità di dare strumenti agli aventi diritto per valorizzare i propri contenuti continua a valere: valeva 300 anni fa, e vale ancora oggi. Questo non può – e non deve – essere messo in discussione. Se lo facessimo, mi troverei molto in imbarazzo a giustificare una situazione di questo genere. Il problema è che molti degli strumenti attuali presuppongono una realtà tecnologica che non esiste più. Tentare di perpetuarne l’uso con interventi legislativi sconsiderati non solo non raggiunge lo scopo, ma impedisce di sfruttare le opportunità della tecnologia. È giunto il momento in cui la tecnologia da un lato e la legge dal’altro si trovino e parlino. Io raccomando la strada indicata da Digital Media in Italia: “Massimizzare la circolazione remunerativa dei digital media”. Naturalmente in modo che tutti gli aventi diritto e tutti i partecipanti abbiano il loro ritorno.

 

Leonardo Chiariglione

Amministratore CEDEO.net

Articolo precedenteDiritti dell’autore e della comunità. Equilibrio difficile da raggiungere e da prevedere
Articolo successivoOsservatorio TuttiMedia: Comunicazione senza confini? Serve un nesso tra connettività e collettività