“Innovating Innovation”, l’evento di ottobre al CNR per la presentazione del progetto Bivee, una piattaforma di condivisione per aziende e professionisti, ha raccolto rappresentanti di imprese, Istituzioni ed enti, per una discussione su quanto il Paese necessita per ripartire in tutti i settori.
Pubblichiamo l’intervista a Paolo Annunziato, direttore generale del CNR, che ha aperto la giornata pubblica del convegno (21 ottobre) terminata con un Atelier di Intelligenza Connettiva organizzato da Media Duemila.Il direttore Annunziato spiega come incrementare il tasso di innovazione di un Paese, dibattito che anima tutto il mondo. Sottolinea quanto la spesa pubblica per la ricerca sia di perenne attualità. L’Italia è sempre in coda nelle classifiche, si presenta come un Paese che non investe…
“Da un’analisi inedita che collega numero delle imprese e budget, possiamo riscontrare una realtà diversa. Si scopre, infatti, che le nostre aziende investono quanto le francesi, ad esempio. Una piccola impresa fa poca ricerca in Italia, in Germania, in Francia. Le grandi aziende, invece, sono fortemente impegnate nell’innovazione all’estera, come in Italia. Le statistiche dunque vanno lette tenendo conto della struttura produttiva. La priorità è far evolvere la struttura produttiva. La politica e le prassi di un trentennio favoriscono il piccolo, al medio grande. Rigidità nel mondo lavoro, sistema bancario, ecco le nostre catene”.
Innovazione di sistema e segnali deboli per rompere queste catene?
“Ripensare l’innovazione è stimolante, ancor più lo è riflettere su tutto quanto non ha funzionato per cogliere, appunto, attraverso i segnali deboli la cultura del miglioramento continuo. Il convegno sarà utile ad individuare i processi nuovi da seguire, a ripercorrere la nostra storia dell’innovazione, a capire cosa non ha funzionato. Certamente noi italiani siamo troppo legati al modello dell’impresa familiare. La globalizzazione impone punti di vista, e soprattutto una cultura diversa. Abbiamo bisogno dell’ossessione della crescita, come ha giustamente detto Squinzi. Abbiamo bisogno di visione e voglia di crescere per ritrovare competitività e fatturato. Questo significa anche portare in azienda persone con nuove competenze e saper creare legami stretti con l’università”.
Un nuovo ecosistema?
“La parola magica, forse strausata ma che ben rappresenta la coerenza di una serie di sistemi. In questi giorni di incontri dobbiamo evitare di percorrere le strade di sempre. Certo le policy tradizionali servono, ma questo dibattito va vissuto come un’opportunità che permette di cogliere i segnali deboli per seguirli. Il 3D printing, per esempio, ha già in sé il seme della prossima rivoluzione. La fabbrica cambia totalmente, bisogna ripensare la riproduzione. Avremo la possibilità di produrre piccoli lotti differenziati, dunque è tempo di ripensare il manufacturing. Le aziende devono inserirsi coerentemente nei social network per essere parte del cambiamento, seguire la domanda, instaurare un rapporto inedito con il consumatore. Ecco che l’ecosistema è protagonista perché le aziende per vincere devono vivere in un ecosistema innovativo. La nostra forza è riuscire a creare ridondanza di canali dedicati all’innovazione, questo è già un primo passo. Non si può vivere senza collegamento fra scienza, tecnologia ed impresa. Abbiamo bisogno di integrare i sistemi e cambiare la cultura di tutte le parti. Il mobiliere del piccolo Paese deve conoscere le strutture di nanotubi di carbonio ed il produttore di mozzarelle deve essere informato sui nuovi enzimi utili alla conservazione. L’integrazione deve essere totale non bastano più i ponti fra produttori ed università e nessun segmento del Paese può permettersi di non investire in tecnologia. Con la digitalizzazione i servizi diventano infiniti. La cyber fisica porterà una rivoluzione nel manufacturing, il collegamento dei sensori, l’Internet delle cose sono pronti a rivoluzionare la produzione ed a generare una marea di servizi che dovranno essere gestiti”.
I grandi processi di innovazione non sono ancora finiti?
“Assolutamente l’esplosione dei sensori, l’aumento della velocità di calcolo sono nuove frontiere da affrontare. I rapporti con i social network e ripeto il mondo delle stampanti 3D impongono di ripensare la fabbrica. Abbiamo bisogno di un sistema che sostenga i ricercatori che già all’università siano in grado di immaginare la fabbrica da creare. Il fine della ricerca non deve essere solo arrivare al Nobel, anche se l’ambizione è condivisibile. La parola chiave è dialogo fra impresa, ricerca, scuola, banche, finanza, politica. Le norme devono facilitare i processi ed aiutare i segmenti produttivi all’avanguardia”.

Maria Pia Rossignaud

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Laureata in lingue e letterature straniere, specializzata in giornalismo e comunicazione di massa alla LUISS, è giornalista professionista dal 1992. Ha lavorato presso le redazioni de Il Mattino e il Roma. Ha insegnato Editoria Elettronica presso la Scuola superiore di giornalismo della LUISS, è stata titolare della cattedra di “Economia e Gestione delle Imprese Giornalistiche” e di “Giornalismo e divulgazione scientifica” nella facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università “La Sapienza” di Roma, è stata anche componente del Consiglio Direttivo dell’UGIS (Unione Giornalisti Italiani Scientifici) e membro del comitato editoriale del CNIPA (Centro Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione). Vanta diverse pubblicazioni. È direttore della rivista di cultura digitale “Media Duemila” e vicepresidente dell’Osservatorio TuttiMedia. Membro del comitato direttivo degli Stati Generali dell'Innovazione. Da gennaio 2015 è Digital Champion del comune di Vico Equense.