“Il mistero della zingara” del giudice e scrittore salernitano è un giallo che intriga il lettore, tra Nord e Sud della penisola.

Decine di pubblicazioni giuridiche, saggi, poesie e infine anche Antonio Valitutti si cimenta nel romanzo, con “Il mistero della zingara”, pubblicato da Edisud Salerno nella collana Nuovi Orizzonti.

La trama del libro è un ordito fitto fitto che incastona momenti autobiografici, riferimenti culturali, reminiscenze artistiche e pillole musicali all’interno di una sceneggiatura ben scritta del fatto di cronaca nera in cui il protagonista viene chiamato dentro, per aiutare a venirne a capo, dal momento che vi sono coinvolte anche persone del suo passato. Questo implicherà per Luca Pogliani, avvocato di buona famiglia la cui biografia attinge a quella dell’Autore, un ritorno al Sud, che è anche il Sud dell’Autore col quale l’Autore stesso deve (vuole) fare i conti.

Non è casuale nemmeno la scelta di un avvocato come protagonista. Per sua stessa ammissione – Valitutti ha presentato pochi giorni fa il libro a Roma, ad un parterre, nell’occasione, prevalentemente dell’ambiente giuridico – vuole essere un omaggio ad una figura fondamentale nel cammino della giustizia, quella di “promotore di tutele”. Pezzi di vita, e di vite in difficoltà, raccolti e portati davanti al giudice per ottenere giustizia, appunto. Un ‘mestiere’ difficile, ma un ingranaggio cardine del cammino verso la giustizia. 

E se la deriva dei magistrati-scrittori degli ultimi anni ci ha regalato fin qui prevalentemente resoconti di processi, la formula del giallo, del thriller, serve invece forse a Valitutti per agganciare il lettore, tenerlo ancorato ben saldo alla pagina, ma costringerlo, così, anche ad ascoltare qualche suggerimento. Sono i suoi valori, quelli cui crede di aver informato la sua attività lavorativa e la sua vita di uomo, che il giudice-scrittore vuole fissare sulla pagina. Memo per sé e per chi lo leggerà.

Lo strumento della cultura, innanzitutto. A prevenire, prima che curare, i cattivi comportamenti tra gli uomini. La cultura come mezzo di costruzione della persona e prodromica per questo stesso al ben pensare e al ben agire. La cultura come lettura, ma anche come espressione di sé in pratiche artistiche o nel suonare uno o più strumenti, o nel conoscere e saper apprezzare la pittura e la musica. E i valori della solidarietà e dell’empatia. Nessuno si salva da solo. La pandemia ce lo ha ricordato, lo fanno da ultimo i registi attraverso i film di Venezia, lo impone l’emergenza ambientale e umana che tutti ci investe in questo momento storico. Ma non è scontato, è un impegno da perseguire e a Valitutti preme, è evidente, che anche questo messaggio trapeli tra le righe delle oltre duecento pagine del libro.

Che si snodano piacevoli al lettore, affatto appesantite, semmai nutrite, nel loro ritmo serrato che accompagna il lettore nella ricerca della verità su un delitto odioso, lo stupro e l’omicidio di una giovane donna, dove vedremo il protagonista affiancato da un’altra donna, un magistrato del Nord anche lei, a fare i conti con i pregiudizi, i silenzi, l’omertà della cittadina di provincia teatro dei fatti. Un Sud verso il quale Valitutti, che ci è nato e cresciuto, si rivela critico proprio per questi mai sopiti atteggiamenti di chiusura e di maldicenza di cui denuncia i nefasti effetti. Anche se poi quello che prevarrà, almeno nel libro, sarà un incontro tra culture diverse, molto più che uno scontro, con una virata verso l’ottimismo del pur autodichiaratosi “pessimista” Autore. Anche se poi, del Sud, il romanzo racconta, anche tutto il bello. Paesaggi, architetture, colori, dialetti. A comporre riproduzioni fedeli a beneficio dello sguardo del lettore, ovunque si trovi.  

Le figure femminili del romanzo sono tutte importanti, positive, a significare anche qui un omaggio, un omaggio alla donna verso cui come uomo l’Autore mostra di sentirsi in debito, all’interno della società, verso le cui istanze, la cui sicurezza, la cui tutela andrebbe e deve essere fatto di più.

I piani del racconto, infine, sono almeno tre. Quello del giallo, di cui si è detto, quello del pensiero dell’Autore che fa da sostrato al testo e poi quello della memoria – e qui il titolo – nel ricordo indelebile nella mente del protagonista (e dell’Autore) di un incontro con una zingara, Miriam, e con la sua profezia, che tanta parte avrà pure nel romanzo. Figura che si ispira alla Bella Mbriana della leggenda napoletana, benefica finché ci si comporti bene e ci si mostri grati, e poi affatto, e che però variamente può essere interpretata dai lettori. Se la sua profezia si avvererà, lo farà “in un mondo diverso, inta ‘a natu munno”. Quello che Antonio Valitutti auspica e a cui, come giudice e come uomo, nel suo piccolo come dice lui stesso, prova a lavorare.

L’Autore

Antonio Valitutti è Presidente della prima sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, è stato assistente universitario, docente nella Scuola Superiore della Magistratura e oggi collabora attivamente con diverse Università italiane. Conferenziere su temi legati al diritto e alla giustizia, è componente del Comitato Scientifico della rivista “La Nuova Procedura Civile”. Musicista, suona la chitarra e il sax e ha scritto due apprezzati studi per chitarra classica. 

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