di GIAMPIERO GRAMAGLIA

 

A conti fatti, non sarà stato un 11 Settembre della diplomazia internazionale, come temeva un po’ catastroficamente il ministro degli esteri Franco Frattini: al massimo, sarà una Beresina della diplomazia americana, anzi di qualche diplomatico abbastanza ingenuo da pensare che i suoi cablogrammi da XIX Secolo restassero segreti nella Società dell’Informazione del XXI Secolo.

Dalla montagna di documenti che WikiLeaks mette a disposizione della stampa mondiale, con il New York Times, the Guardian, Le Monde, El Pais e Der Spiegel a fare da apripista e da tramiti di lusso, escono più pettegolezzi che segreti. Man mano che i file vengono spulciati – sono oltre 280 mila, per quasi tre milioni di pagine -, si scopre che i diplomatici scrivono quello che tutti dicono, di Berlusconi come di Putin, di Sarko come della signora Merkel, e dei “leader folli” – magari un po’ criminali – come Gheddafi e Ahmadinejad, Mugabe e Kim Yong-il.

 

Libertà d’informazione o furto di documenti

Lasciamo stare per un attimo i contenuti dei documenti, su cui, del resto, WikiLeaks attua una sorta di “strategia della tensione” mediatico-diplomatica: nei prossimi mesi, saranno pubblicati un po’ alla volta, sui siti del Cablegate. Un giornale belga, Le Soir, calcola che ci vorranno oltre 1000 giorni, quasi tre anni, per spulciare a fondo quelli già tirati fuori, un sesto dei quali circa riguarda l’Europa.

Dei giornali prescelti, nessuno ha preso alla leggera il lavoro di selezione e analisi; e neppure la decisione se pubblicare o meno. The Guardian prospetta una crisi diplomatica globale. Le Monde spiega la scelta di fare uscire i documenti di WikiLeaks nonostante gli appelli delle autorità a non farlo. Quelli rimasti fuori dal giro vero, un po’ rosicano: Le Figaro mette on line un sondaggio, “Azione legittima?”, chiede. I più dicono no, ma è una maggioranza risicata in un pubblico tendenzialmente conservatore. Il WSJ si pone lo stesso dilemma. Per il WP, “i documenti mostrano quanto la diplomazia è intricata”. Newsweek parla di “fine della trasparenza”: “La prima vittima è proprio cio’ per cui Julian Assange, il fondatore del sito, dice di battersi”, perché d’ora in poi, è probabile, i cablo, se ancora si faranno, saranno meno schietti e più involuti.

 

Dagli amici mi guardi Iddio…

La partita di WikiLeaks, pro e contro, si gioca a parti invertite: chi lo vuole sul banco degli imputati, lo trasforma in un martire, con l’arresto, le accuse di stupro (forse false), gli ostracismi informatici; e chi lo difende, gli crea intorno un alone di diffidenza. Dimmi con ci vai (sul Web) e ti dirò chi sei: se il vecchio adagio, adattato all’era Internet, ha qualche fondamento, Assange non si ritrova in una compagnia proprio adamantina. L’ultimo a mettersi al suo fianco, dopo Muammar Gheddafi, è stato Vladimir Putin.

Il presidente russo, cui alcune delle rivelazioni di WikiLeaks non devono essere andate a genio, sale in cattedra e dà lezione agli Stati Uniti: “E’ questa la democrazia?, perché avete arrestato Assange?, da che pulpito viene la predica” sulla libertà di stampa. Putin risponde alla domanda di un giornalista e si scatena: cita pure lui un proverbio, ma russo (“se la mucca di un vicino muggisce, è meglio che la tua stia zitta”) e punzecchia il Dipartimento di Stato (“Voi credete davvero che la diplomazia americana sia una fonte d’informazione cristallina?”).

Così, Putin balza in testa alla lista degli amici di Assange “potenti e famosi”: c’è gente per bene, come il brasiliano Lula, che ci sta per amore della libertà, ma ci sono pure leader discutibili. L’israeliano Netanyahu ci sta magari perché le rivelazioni di WikiLeaks gli hanno procurato più vantaggi che svantaggi; Putin perché i cablo dei diplomatici lo hanno forse punto sul vivo; Gheddafi, forse, per un antiamericanismo di fondo. Con il fondatore di WikiLeaks, si schierano pure i compagni di cella, che un po’ avanzi di galera devono pur esserlo.

Lui Assange, che Frattini accusa di volere “distruggere il mondo”, dice che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è contro la libertà d’informazione, perché la Casa Bianca insiste a condannare “l’operazione pericolosa” da lui condotta. La Clinton fa una difesa d’ufficio della diplomazia statunitense, parla di “attacco alla comunità internazionale” e annuncia “contromisure”. E mentre in Italia – ma perchè mai? – la magistratura apre un fascicolo, devono ancora emergere con chiarezza i retroscena della fuga di notizie.

 

Reprobo o eroe?

Certo che l’Amministrazione statunitense ci s’è messa di buzzo buono per farsi nemici, in questa vicenda, e per procurare amici ad Assange. Lasciamo da parte le dichiarazioni a gogò dei suoi diplomatici, che, esposte sul Web, sono diventate una sorta di gogna informatica per i leader “sbertucciati” e per il Dipartimento di Stato incapace di difendere i suoi segreti. A scompaginare le carte, è stato il clima di persecuzione creato – un po’ a disdoro della libertà d’espressione salvaguardata dalla Costituzione americana – intorno al “pirata” australiano, che, all’inizio, era simpatico a pochi (e che, in fondo, continua a non piacere proprio, come persona). Anche le femministe si dividono sul reato di stupro addebitato a Julian: una montatura? I dubbi ci sono e il profilo di almeno una delle vittime li avalla.

E si dividono pure i giornalisti: quel biondino australiano slavato sa più di spia che di “collega”, però fa saltare fuori un sacco di notizie. Vero più per gli “scoop” sull’Iraq e sull’Afghanistan, che hanno tirato fuori verità celate dal Dipartimento di Stato e dal Pentagono, che nel caso di questa valanga di carte spesso inconsistenti.

Con Assange, stanno, ovviamente, gli hacker di tutto il mondo, che conducono attacchi a tutto spiano contro chi, pubblico o privato che sia, boicotta WikiLeaks. Il commissario Onu per i diritti umani Navi Pillay se ne allarma e, anche lei, se la prende con gli Usa: “Si parla di pressioni esercitate su società private, banche, società di carte di credito, fornitori di siti, perché chiudano le linee di credito per le donazioni a WikiLeaks”. “Se WikiLeaks – aggiunge la Pillay – ha commesso atti riconosciuti come illegali, deve essere perseguito nel quadro della legislazione e non attraverso pressioni o intimidazioni, specie su terzi”.

Il concetto è semplice: se giustizia va fatta, va fatta nel rispetto della giustizia (e non sommariamente). Gli avvocati sono in campo. Assange martire e santo? Speriamo non diventi martire e non crediamo che sia santo, ma intanto è già una statuetta nei presepi di Napoli.

 

Segreti pochi e tante banalità

Dalle carte, intanto, di segreti, non ne saltano fuori (ma già si sapeva che nessuno di quei cablo era “top secret”, davvero succulento); ma neppure una cosa che davvero non si sapesse, a parte qualche pettegolezzo gustoso ma quasi sempre di seconda mano: l’insostenibile pesantezza dell’ovvio, come la storia che i vicini arabi e sunniti dell’Iran persiano e sciita sarebbero ben contenti di dare una lezione per interposta persona a quel regime ambizioso e invadente. A dire il vero, ci sono pure storie che nessuno sapeva: peccato che, in genere, siano balle, come la Corea del Nord che ha un missile intercontinentale  – ma dove ?, se, quando ci prova, a volte non riesce neppure a farli partire, i suoi missili, da spaventare giusto giusto Seul e manco Tokyo – e l’Iran che ha un missile capace di raggiungere l’Europa.

Certo, dopo una grancassa durata cento ore, che aveva dato il tempo al Dipartimento di Stato di limitare i danni, il tema è esploso sulla stampa internazionale, ha tenuto bene due settimane e non è esaurito. Ma c’è l’impressione di una sorta di sospiro di sollievo collettivo: “Uff!, tutto qui?”. Tirato il quale, tornano i sudori freddi : perché, se questi danno spesso l’impressione di essere “prove di stile” di diplomatici con la vocazione del giornalista, ci resta l’ansia di che cosa ci sarà mai scritto nei documenti “top secret” che non sono – ancora? – saltati fuori.

Senza dubbio, la pubblicazione dei documenti avrà conseguenze: non tutti i leader colpiti dalle rivelazioni sceglieranno di farci una risata sopra, come ha fatto Berlusconi. Washington ha scuse da chiedere; chiarimenti da dare, con il “leit motiv” che quello che scrivono i diplomatici non è la linea dell’Amministrazione, ma al massimo un contributo alla sua definizione; spiegazioni da fornire, per esempio per lo spionaggio ai danni del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e degli ambasciatori degli altri Paesi con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Gli Stati Uniti ne escono oggettivamente indeboliti o, comunque, imbarazzati: per qualche tempo , Hillary Clinton e i suoi collaboratori dovranno muoversi con cautela.

Intanto, il fondatore del sito “che tremare il mondo fa” molto più del Bologna Anni 30 finisce in carcere a Londra, mentre, in nome suo, si scatena una cyberguerra contro le società che lo hanno boicottato, come MasterCard e PayPal, e contro la magistratura di Stoccolma che l’accusa di violenza sessuale. Ed è mistero sulle trattative, se vi sono, tra Washington e Stoccolma per l’estradizione, mentre l’Australia, Paese natale dell’hacker un po’ spia e ladro e un po’ Robin Hood, accusa gli Stati Uniti: “La colpa delle fuga di notizie è vostra”. Che diamine!, proteggete meglio i vostri segreti e, se non ne siete capaci, mettete almeno il bavaglio ai vostri ambasciatori.

 

Giampiero Gramaglia

direttore dell’Agence Europe