Il prof. padre Paolo Benanti, premio Nostalgia di Futuro 2021, in quell’occasione ha detto che in realtà lo sforzo principale che si deve compiere oggi è quello di considerare il linguaggio nella sua evoluzione e non solo nei suoi sconvolgimenti recenti precisando: “Le ricerche scientifiche e filosofiche si sono soffermate molto, soprattutto negli ultimi 150 anni, su quanto il linguaggio sia fondamentale per la nostra evoluzione: noi siamo diversi dagli altri animali perché sappiamo raccontare e raccontarci attraverso le epoche perché siamo in grado di rendere visibile l’invisibile. Come? Proprio attraverso il linguaggio. La comprensione che creiamo nella mente di un’altra persona quando diciamo che siamo tristi è forse il modo più semplice di spiegare questa natura magica del linguaggio.Ed è questo il grande discrimine. Oggi ci sentiamo spesso disorientati di fronte a questi cambiamenti così rapidi e imprevedibili, ma in realtà siamo solo di fronte a un’ulteriore mutazionedello strumento che da millenni ci ha permesso di crescere come specie”.
Questo concetto di rendere visibile l’invisibile lo ha riproposto in un recente articolo su “Il Sole 24 Ore” in cui puntualizza che: “Ci stiamo concentrando, infatti, sull’obiettivo sbagliato. Il potere, oggi, non risiede primariamente nei dati in quanto tali, ma nella capacità trasformativa del computazionale”. E continua a ben vedere, il paradigma critico mainstream si è, infatti, cristallizzato attorno a una visione dei dati come «nuovo petrolio». Mentre il potere oggi si sposta dai dati alla capacità computazionale che li trasforma, allora editoria e informazione diventano cruciali per evitare che la società cada in una algocrazia opaca.
Il loro ruolo non è solo quello tradizionale di “informare”, ma di rendere visibile ciò che il computazionale rende invisibile?