Bill Gates ha lanciato un avvertimento molto chiaro: l’Intelligenza Artificiale non si limiterà a trasformare il lavoro, ma potrebbe rendere superflue molte occupazioni.
Le prime evidenze provenienti dagli Stati Uniti suggeriscono prudenza, ma non consentono più di liquidare il problema come fantascienza. Studi della Federal Reserve, di Stanford e del NBER mostrano segnali di trasformazione dell’occupazione soprattutto nelle professioni maggiormente esposte all’AI e tra i lavoratori più giovani. Al tempo stesso, non esiste ancora evidenza scientifica sufficiente per affermare che sia già iniziata una disoccupazione tecnologica di massa.
Ma il problema, a mio avviso, va osservato in una prospettiva molto più ampia.
L’Europa rischia di trovarsi nel mezzo di una “tempesta perfetta”.
Da una parte abbiamo la Cina, che sta sviluppando enormemente le applicazioni dell’AI nel mondo fisico, nell’automazione industriale e nella robotica.
Dall’altra abbiamo gli Stati Uniti, che stanno accelerando enormemente sull’AI applicata anche ai processi cognitivi, amministrativi e professionali del terziario: software, comunicazione, consulenza, customer service, finanza, attività legali, organizzative e molte altre.
Robotica e AI, quindi, potrebbero progressivamente sostituire una parte sia del lavoro manuale sia del lavoro cognitivo.
È qui che nasce il vero problema europeo.
Nel lunghissimo periodo sono convinto che, come accaduto nelle precedenti rivoluzioni industriali, nasceranno nuove professioni, nuovi mercati e nuove opportunità. Ma il problema è attraversare la transizione.
La mia previsione è che i prossimi 20–25 anni possano rappresentare uno dei periodi più difficili della storia contemporanea del lavoro, se istituzioni, imprese e parti sociali non cominceranno ad affrontare seriamente il problema.
Per questo rivolgo un appello alla politica, ai sindacati, alle imprese e agli stessi lavoratori: non aspettiamo che il problema esploda per cercare una soluzione.
Probabilmente non esisterà un unico strumento. Servirà una combinazione di politiche.
Da anni, per esempio, sostengo la possibilità di incentivare una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario nelle imprese in cui l’AI determina forti incrementi di produttività. Il dividendo tecnologico non dovrebbe trasformarsi esclusivamente in maggiore produttività e profitto: una parte potrebbe diventare tempo restituito alle persone.
Una seconda strada da studiare è una fiscalità specifica sui processi di sostituzione integrale del lavoro umano, destinando almeno parte delle nuove entrate al sostegno dei lavoratori espulsi dal mercato, alla formazione e alla riqualificazione professionale.
Una terza possibilità, per determinate categorie e nelle fasi di maggiore transizione, potrebbe essere il prepensionamento, strumento già utilizzato storicamente per gestire grandi eccedenze occupazionali determinate anche dall’innovazione tecnologica e dalle ristrutturazioni.
Formazione continua, riduzione dell’orario, redistribuzione del dividendo tecnologico, ammortizzatori sociali, fiscalità e prepensionamenti: nessuna di queste misure, da sola, risolverà il problema. Insieme potrebbero attenuarne gli effetti.
E attenzione: questa non è soltanto una battaglia a tutela dei lavoratori.
È una battaglia per la sostenibilità dell’intero sistema economico.
Perché se l’Intelligenza Artificiale consentirà alle imprese di raggiungere livelli straordinari di produttività mentre contemporaneamente milioni di persone perderanno reddito e capacità di consumo, arriveremo a un paradosso: un’economia capace di produrre moltissimo, ma con sempre meno persone in grado di acquistare ciò che viene prodotto.
La storia economica ci insegna quanto pericoloso possa diventare questo squilibrio.
L’AI può rappresentare uno straordinario progresso per l’umanità.
Ma il progresso tecnologico diventa progresso sociale soltanto quando i suoi benefici vengono distribuiti nella società.

