Quando, martedì a metà giornata, Theresa May è giunta alla cancelleria di Berlino per incontrare Angela Merkel, seconda tappa del suo ‘giro d’Europa della disperazione’ sulla Brexit, la pioggia scrosciava fitta e fredda. La premier britannica non riusciva, però, ad aprire la portiera dell’auto e rimaneva bloccata dentro per qualche istante, mentre la cancelliera tedesca, in piedi, lì vicino, l’attendeva sul tappeto rosso. La scenetta, quasi una gag, non è sfuggita all’ironia dei social: “Come può la May pensare d’uscire dall’Europa se non riesce neppure a uscire dalla sua auto?”, si chiedeva beffardamente Politico.com.

Berlino era la seconda tappa del rapido tour organizzato dalla May alla vigilia del Vertice europeo di giovedì e venerdì, dopo che la premier aveva deciso di rinviare il voto ai Comuni previsto l’11 sull’accordo per la Brexit raggiunto con i 27 a novembre, ma che pareva destinato a essere bocciato dai deputati britannici. All’Aja, dal premier Mark Rutte, a Berlino dalla Merkel e poi a Bruxelles con i presidenti del Consiglio europeo Donald Tusk e della Commissione europea Jean-Claude Juncker, la May ha cercato sponde per una riapertura delle trattative, senza apparentemente trovarle.

Londra punta a strappare qualche concessione in più sul cosiddetto ‘backstop’ sul confine irlandese, fra Eire ed Ulster, per evitare l’impressione che l’Ulster resti nell’Ue e sia separata dal Regno Unito e per provare a rendere così l’accordo sulla Brexit accettabile da parte ddi Westminster. La risposta degli interlocutori della May, confermata, poi, dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì, che non avrebbe più dovuto occuparsi di Brexit, è stata chiara: l’intesa c’è e resta quella già fatto; se Londra non lo accetta, allora sarà Brexit senza accordo; oppure, non sarà Brexit; oppure ancora, i britannici potrebbero decidere di tornare alle urne e di verificare, con un secondo referendum, se – 30 mesi dopo il 23 giugno 2016 – vogliono davvero andarsene o se hanno per caso cambiato idea. Ipotesi come quella di un accordo Ue-Gran Bretagna ricalcato sul modello di quello Ue-Ucraina, all’origine fra l’altro delle tensioni con la Russia, appaiono più elucubrazioni da eurocrati che prospettive concrete.

A complicare le prospettive, è venuta, il 10, una sentenza della Corte di Giustizia europea, che riconosce al Regno Unito la possibilità a revocare in modo unilaterale e in qualsiasi momento l’istanza di Brexit attivata da Londra, tramite l’art. 50 del Trattato di Lisbona, a fine marzo 2017. Se apre una via di fuga dall’impasse attuale – ma il governo britannico dovrebbe fare marcia indietro, rispetto al referendum -, la decisione della Corte di Giustizia dell’Ue viene letta con preoccupazione a Bruxelles, perché può offrire un’arma di ricatto a governi che vogliono imporre proprie condizioni ai partner europei: minacciare l’uscita, ottenere migliorie, ritirare la minaccia, costringendo l’Unione a continui rinegoziati.

In ogni caso, gli ultimi sviluppi spezzano il filo sottile dell’illusione che il negoziato e l’accordo sulla Brexit potessero costituire un’occasione di rilancio dell’Ue. Scrive in proposito l’ambasciatore Antonio Armellini su AffarInternazionali: “Nella confusione che continua ad avviluppare la saga della Brexit, è sempre più difficile trovare un filo di Arianna. I Ventisette sono riusciti a mantenere la loro compattezza lungo tutto l’arco del negoziato: un risultato che in pochi si attendevano …. E’ un fatto importante, che ha contribuito a scardinare la strategia britannica … di dividere il fronte degli avversari per massimizzare il proprio vantaggio tattico … Attenzione tuttavia a pensare che, sull’onda dell’unanimità mantenuta a dispetto dei timori, possa venire un rilancio dell’idea europea … I Ventisette hanno saputo respingere una minaccia, ma mantengono intatte le loro contraddizioni e divisioni interne”. Quella che esce dal negoziato sulla Brexit non è un’Unione “disposta a cercare un nuovo terreno politico comune, su cui completare le pagine mancanti del libro dell’integrazione: dall’Unione economica alla composizione del dualismo comunitario/intergovernativo, alla sicurezza interna ed esterna, a modelli sociali e di solidarietà condivisi”.

 

 

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.