Sintesi della Relazione del Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò (Camera dei deputati, Sala della Lupa, 14 giugno 2011)

 

Viviamo nell’epoca di internet.

Nei Paesi del Nord-Africa e del Medio-Oriente Twitter e Facebook hanno fatto da detonatore della rivolta. Una coppia egiziana ha chiamato la figlia Facebook in onore del ruolo del web nella rivoluzione di piazza Tahir. L’ultima campagna elettorale americana è stata condotta dal presidente Obama sulla Rete.

E tuttavia in Italia è ancora la tv il veicolo di gran lunga prevalente per l’informazione: oltre il 90%; poi vengono i quotidiani col 61%; internet è per ora soltanto al 20%.

Le tendenze si stanno stabilizzando: crescita, ancora, del comparto dell’audiovisivo; riposizionamento del comparto dell’editoria; crescente rilievo di internet, divenuto uno dei più importanti canali di raccolta pubblicitaria; per quanto riguarda la raccolta pubblicitaria la crescita di internet è continua.

Il sistema televisivo italiano è ormai tripolare.

Per quanto riguarda la ripartizione delle risorse, Mediaset rappresenta il 30% delle risorse complessive, Sky il 29%, Rai il 28%.

Nella raccolta pubblicitaria, Mediaset, con il 38% degli ascolti, attira il 56% delle risorse pubblicitarie; Sky meno del 5%.

La Rai, con circa il 41% degli ascolti, controlla il 24% della pubblicità (opera uno stringente limite di legge). Con il canone non riscosso (almeno 300 milioni l’anno) la Rai sarebbe il primo operatore. È intollerabile il livello di evasione del canone. Nelle mie precedenti relazioni ho fatto delle proposte per la riforma della Rai in senso duale, che, come tutte le altre, non hanno avuto seguito.

Certo la Rai dovrebbe avere maggiore considerazione per la qualità del suo servizio. Purtroppo arrestare il declino della tv pubblica è una priorità non percepita come tale.

Le sei reti generaliste di Rai e Mediaset conquistano ancora oltre il 73% di share medio giornaliero.

Pertanto il modello tradizionale imperante della tv generalista tiene ancora. E i principali broadcaster sono più o meno gli stessi.

Da qui l’importanza della messa in gara (beauty contest) di 5 nuovi multiplex di frequenze televisive per il digitale terrestre. Questo ampliamento del pluralismo televisivo è stato reso possibile dal piano delle frequenze approvato dall’Autorità che, dopo trent’anni di propagazione spontaneista (ratificata, negli anni, dal Ministero in base a un sempre prorogato regime transitorio), ha fatto chiarezza ed ha messo ordine nell’utilizzazione delle frequenze.

La nostra Autorità e l’Antitrust si sono espresse nel senso che Sky possa partecipare al beauty contest, a certe condizioni. E il Consiglio di Stato ha condiviso tale avviso.

La Commissione europea ha adesso all’esame il bando di gara, predisposto dal Ministero dello sviluppo economico. Solo in esito a tale esame chiuderà la procedura d’infrazione contro l’Italia.

Sempre sul tema del pluralismo abbiamo segnalato al Governo e al Parlamento l’opportunità di prorogare il divieto di cumulo tra stampa e tv; e il Governo ha accolto la nostra segnalazione.

Siamo appena usciti dalle campagne elettorali per le elezioni amministrative e per i referendum. Abbiamo adottato, quando necessario, puntuali interventi correttivi, in una situazione che minacciava di debordare in più modi. Certo, l’applicazione della legge sulla par condicio è un esercizio giuridico arduo e complesso, per l’amplificazione e la suggestione mediatica e per la necessità di tenere il passo coi tempi.

L’editoria – che rimane il secondo veicolo d’informazione dell’attualità – attraversa una complessa fase di trasformazione. Prosegue la riduzione delle copie vendute; le risorse attivate complessivamente diminuiscono (-4,5%), anche se nell’ultimo anno la raccolta pubblicitaria sulla carta stampata è rimasta pressoché costante. Cresce la capillare presenza delle testate giornalistiche nell’area della multimedialità.

La raccolta pubblicitaria on line complessiva cresce sino a sfiorare il miliardo di euro. Google è il giocatore più importante.

Internet che in meno di 40 anni è diventata un’infrastruttura da cui dipendono non solo la comunicazione mondiale, ma anche le transazioni economiche di tutti i settori, il trasferimento e la conservazione dei dati, le operazioni militari.

Ma internet vuol dire anche disintermediazione.

La funzione di filtro in precedenza era affidata a pochi grandi “custodi” del sapere: editori, università, autorità culturali. Oggi la ricchezza quantitativa d’informazione travolge la possibilità di un concomitante giudizio critico, qualitativo. Questo può arricchire ma può disorientare. L’informazione diventa più libera ma più esposta al “rumore di fondo”.

Bisogna comunque prendere atto che la cittadinanza digitale sembra rappresentare ai nostri giorni la “naturale” estensione della cittadinanza tradizionale.

Ma non si può ignorare che la grande libertà nell’utilizzazione dei nuovi strumenti insidia il diritto alla remunerazione dei creatori delle opere dell’ingegno.

È universale la richiesta di una nuova disciplina del diritto d’autore attestata sulle nuove frontiere della tecnologia. Una disciplina a livello sovranazionale, come vado sostenendo da anni (adesso l’ha detto pure Sarkozy nell’ultimo G8). Noi abbiamo elaborato uno schema che ha riscosso consensi, che sono andati al di là di quanto potessimo immaginare. Addirittura il nostro schema viene tenuto a confronto in Francia, Olanda, Gran Bretagna e nel Congresso degli Stati Uniti.

Abbiamo azzeccato la soluzione? Non credo, ma forse siamo sulla via giusta.

Una via da praticare perché l’Italia ha due primati negativi: agli ultimi posti del ranking dei Paesi europei sul fronte dell’accesso ad internet, e ai primi posti a livello mondiale per la pirateria.

Rappresenta ormai una costante positiva nel quadro economico del nostro Paese il contributo antinflattivo dei servizi di telecomunicazioni. Nell’ultimo anno i prezzi del settore sono diminuiti del 5%, proseguendo una dinamica che porta a quasi 65 punti, dal 1997, la forbice tra l’indice di tali prezzi, diminuito quasi del 33%, e l’indice nazionale dei prezzi e servizi, cresciuto di oltre il 31%. Nessun altro Paese europeo è così virtuoso.

Ma abbiamo un’Italia a due velocità.

Nella rete mobile abbiamo da tempo il primato per numero di cellulari, primato che si sta trasferendo anche sull’utilizzazione della larga banda mobile per il traffico dati.

Vantiamo il dato più elevato di diffusione degli apparecchi idonei a ricevere e trasmettere dati in mobilità (dagli smartphone – alle chiavette USB). Sono circa 12 milioni gli italiani che navigano in rete dal telefonino, scaricano applicazioni, vanno quotidianamente su Facebook, prenotano il cinema, il treno, l’aereo, guardano gli orari degli autobus.

Non solo il pianeta è divenuto un villaggio globale; si è anche rimpicciolito fino a entrare in un telefonino o in un tablet.

Nella rete fissa, invece, la situazione è più stagnante.

La percentuale di abitazioni connesse alla banda larga (fisso e mobile) è inferiore al 50%, a fronte di una media europea del 61%. Esiste ancora un 4% di digital divide da colmare. Siamo sull’orlo della retrocessione in serie B.

Le piccole e medie imprese stentano ad acquisire maturità nell’utilizzo delle soluzioni informatiche.

L’anno scorso avevo dato un segnale di allerta: se non interveniamo rapidamente la nostra rete mobile rischia il collasso. Qualcuno prese male il mio avvertimento, ma oggi il riconoscimento della sua fondatezza è diffuso: negli ultimi 4 anni il traffico sulla rete mobile è aumentato di 16 volte.

L’internet delle cose segnerà un ulteriore salto di qualità nel consumo di byte.

Il sistema delle comunicazioni elettroniche deve poter reggere l’impatto affinché i benefici della svolta digitale non siano soffocati nella culla.

Il tema dello sviluppo delle reti è dunque la cornice imprescindibile in cui inquadrare tutti i tasselli del puzzle e promuovere la sostenibilità dell’ecosistema digitale. Il problema, tuttavia, è complicato dal fatto che motori di ricerca, over the top, non sono vincolati ad investimenti in infrastrutture.

I nuovi soggetti sviluppano servizi ad alto margine e non pagano agli operatori di telecomunicazione un pedaggio proporzionato al valore che estraggono dalla rete, proprio nel momento in cui gli operatori avrebbero maggior bisogno di risorse per investire nelle reti di nuova generazione.

Da parte loro gli operatori di telecomunicazione stanno in surplace.

Il Governo, al tavolo Romani, sta cercando di convincere i maggiori operatori di telecomunicazioni a investire insieme.

Ma il suo potere di convinzione è scarso, visto che non mette sul tavolo nemmeno un euro e che addirittura gli 800 milioni destinati alla riduzione per il digital divide si sono praticamente volatilizzati.

E allora?

C’è un soggetto, uno solo, che può giocare l’atout per trasformare l’Italia in un Paese informatizzato così come l’IRI ha svolto un ruolo fondamentale nella trasformazione dell’Italia da Paese agricolo in Paese industrializzato: la Cassa Depositi e Prestiti.

Lo farà? La consapevolezza della fondamentalità della banda larga per lo sviluppo del Paese è ben presente nella struttura.

Non è questa un’opinione solamente mia, dell’Agcom o degli esperti e studiosi italiani. È  un’opinione universalmente condivisa, perfino in un Paese disastrato come la Grecia.

L’effetto positivo dell’alta velocità trasmissiva si manifesta sia sul versante dei risparmi di spesa che su quello della produttività.

Destinare anche solo 80 MhZ alla banda larga mobile comporterebbe per l’economia italiana una creazione di valore tra gli 11 e i 19 miliardi.

Almeno 1 punto di PIL per ogni 10% di diffusione della banda larga e circa 30 miliardi all’anno, a regime per l’Italia, di risparmi.

Non solo chi ha il debito più elevato risulta maggiormente esposto nel panorama globale, ma anche chi sperimenta la crescita economica più bassa. E l’Italia ha un trend di crescita modesto, pur nell’ambito della modesta area euro.

C’è scarsa consapevolezza delle potenzialità delle tecnologie della società dell’informazione, mentre esse possono invece dare una spallata a un sistema imballato.

Al giorno d’oggi nessun altro settore è in grado di accelerare in misura comparabile la crescita e lo sviluppo del Paese, in un momento in cui ne abbiamo assoluto bisogno.

 

Il valore dell’indipendenza

La trasposizione nell’ordinamento nazionale del terzo “pacchetto” delle comunicazioni elettroniche non è avvenuta entro il termine previsto del 25 maggio. Lo svigorimento normativo è appena temperato dal fatto che le disposizioni self-executing delle direttive comunitarie hanno comunque efficacia nell’ordinamento interno.

Continuiamo comunque ad auspicare che possa trovare seguito nel testo del d.leg. di recepimento la nostra segnalazione – che rinnoveremo – circa l’opportunità di rafforzare l’indipendenza dell’Autorità nazionale di regolamentazione, come prefigurato dalla Direttiva Quadro.

L’attività di programmazione e di promozione strategica è di competenza dell’Autorità politica.

Ma, una volta dato il quadro istituzionale, le competenze sono definite e non devono mischiarsi e/o sovrapporsi. Un recente parere del Consiglio di Stato lo ha messo scultoreamente in evidenza.

Tanto più indispensabile è il requisito dell’indipendenza per un’Autorità come la nostra, cui è affidato anche il compito delicatissimo della tutela del pluralismo.

Un regolatore ben attrezzato non è esente da inadeguatezze ed errori, ma la sua soggezione al controllo di quadro dell’Unione europea e del Parlamento e al penetrante sindacato del giudice amministrativo costituisce una precisa garanzia per il suo retto funzionamento.

Resta indubbiamente fondamentale – specie nel nostro settore – che ci siano imprese capaci di cogliere il nuovo e programmare l’avvenire.

Oggi; perché il domani sarà il frutto di scelte che andavano fatte oggi.

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