Califfato

La visione di Roy libera l’Occidente dal suo senso di colpa” queste le parole scelte da Stefano Montefiori per la prefazione al libro La Paura dell’Islam diffuso con il Corriere della Sera.
Dopo aver letto il libro con Derrick de Kerckhove abbiamo deciso di chiedere un’intervista al politologo francese, esperto orientalista e docente presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.
Olivier Roy non concorda con Michel Onfray e Michel Houellebecq che accusano il governo francese di essersi guadagnato, con gli interventi militari in Medio Oriente e Africa, gli atti di terrorismo. Nel suo libro parla di scontro di civiltà, di rabbia mussulmana perché l’Islam è incapace di accettare lo spirito critico e la libertà di pensiero.

Jihad Versus McWorld?
La novità, dal punto di vista del cambiamento, sta nel fatto che la Jihad è dal lato del MacWorld e non del tribalismo. In effetti, concordo con quanto dice Barber, perché la tribalizzazione fa parte della globalizzazione.

La metafora del tribalismo è dunque corretta per indicare questo mondo sempre più globalizzato dove le tribù non sono relegate in un territorio specifico?
Le tribù sono globalizzate. Questa è la loro parte di genialità. Tribù e territorio non sono più legati da i confini del secondo.

Allora il Califfato è solo un ambiente virtuale?
Il Califfato mondiale non è legato al territorio, ciò lo rende ideale per l’ambiente virtuale. Quest’aspetto ha un enorme successo fra i giovani e gli studenti. Il movimento chiede a tutti i mussulmani di unirsi, a questo punto non è importante se l’unione avviene solo virtualmente. È proprio Daesh ad offrire il compromesso perché sostiene che il Califfato sarà globale o non sarà.

Il Califfato deve però avere i suoi leader…
I giovani francesi, che si uniscono alla causa non sono spinti dagli stessi ideali di chi si univa al marxismo o ai movimenti rivoluzionari del 900. Vengono dalle peggiori periferie della città che grazie al movimento passano da essere piccoli arroganti da strada ad eroi della globalizzazione. Eroi negativi, certamente, ma se ne fregano perché vogliono diventare celebri. Non conoscono la storia islamica, non sono mossi da sentimenti umanitari e non sono filantropi.

La tecnologia, Internet questa la differenza?
Invito alla massima attenzione su questo punto perché non è Internet che fa cambiare di mentalità. Internet è lo strumento non la causa, o vero, più semplicemente è la tecnologia della globalizzazione. Dobbiamo essere molto prudenti sull’argomento. In passato è successa la stessa cosa con l’invenzione di Gutenberg, non è stata la stampa a causare la riforma protestante. Possiamo dire che la stampa a caratteri mobili si è rivelata un mezzo utile per la riforma. Sono convinto che esistono parallelismi rispetto alle due vicende, perché in entrambi i casi la diffusione della dottrina è legata alla tecnologia disponibile.

Il mondo virtuale ha, però, caratteristiche diverse rispetto alla stampa a caratteri mobili…
I giovani grazie alla Rete creano la loro comunità virtuale su Internet, costruiscono ambienti simili alla propria casa, dove non c’è necessità di confronto. Come per esempio può accadere con il vicino che ha idee diverse. Il mondo virtuale è il luogo delle affinità, dove non è necessario il confronto. Internet è il luogo delle affinità, non del dibattito. Il gruppo espelle chi non è d’accordo. Gli intellettuali sono gli unici a usare questo spazio con la logica del confronto costruttivo, in generale in Internet prevale la logica dell’autosoddisfazione, si parla fra pari. Gerarchia e carisma non sono del mondo di Internet. Non ci sono guru nell’Internet, perché la sensazione è di avere accesso diretto alla verità.

Prima l’informazione era al servizio dell’azione militare, oggi sembra il contrario. Qual è il ruolo dei media in questo contesto?
I media fanno parte della Rete che non può essere paragonata allo Stato Maggiore che decide come rispondere su un argomento specifico. Paradossalmente il giornalista è manipolato dal suo stesso mezzo di informazione. Quando i media si interrogano sulla propria responsabilità, non si arriva a nulla. I media non possono decidere cosa diffondere, è impossibile arrivare ad una decisione internazionale che porta alla non pubblicazione di alcune notizie. Se uno non pubblica una notizia, qualcun altro lo farà. I giovani sono competenti, riescono a trovare su Internet ciò che vogliono, questo aumenta la distanza generazionale e rende inutile qualsiasi tipo di censura.
Uno sguardo al futuro?
Vedo una contrapposizione fra reale e virtuale, perché l’ambizione di un Califfato mondiale si può realizzare solo virtualmente e dunque ci sarà. Attenzione lo avremo solo in questa dimensione. L’altro, quello reale, sarà circoscritto in territori limitati. Daesh non uscirà dallo spazio fra la Siria e L’Iraq. Per il futuro penso che se il progetto non è realizzabile alla fine muore. Questo non significa che i combattenti scompariranno e con loro gli attentati, anche se il numero di entrambi tenderà a diminuire.
In passato gli attentati erano legati alla logica della geopolitica, per esempio il caso dei palestinesi o degli iraniani, ed il fine era la negoziazione. Il terrorismo era uno strumento di negoziazione. Oggi non lo è più, anche perché non possiamo negoziare con Daesh. Il terrorismo dei nostri giorni è un mezzo di comunicazione che tende a distruggere il sistema di legittimazione dell’avversario.

 

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Giornalista curiosa, la divulgazione scientifica è nel suo DNA. Le tecnologie applicate al mondo dei media, e non solo, sono la sua passione. E' fra i 25 esperti di digitale scelti dalla Rappresentanza Italiana della Commissione Europea. Fa parte del gruppo di esperti CNU Agcom. L'innovazione sociale, di pensiero, di metodo e di business il suo campo di ricerca. Direttrice della prima rivista di cultura digitale Media Duemila (fondata nel 1983 da Giovanni Giovannini storico presidente FIEG) anticipa i cambiamenti per aiutare ad evitare i fallimenti, sempre in agguato laddove regna l'ignoranza. Vice Presidente dell’Osservatorio TuttiMedia, associazione culturale creata nel 1996, unica in Europa perché aziende anche in concorrenza siedono allo stesso tavolo per costruire il futuro con equilibrio e senza prevaricazioni. La sua ultima pubblicazione: Oltre Orwell il gemello digitale anima la discussione culturale sul doppio digitale che dalla macchina passa all'uomo. Già responsabile corsi di formazione del Digital Lab @fieg, partecipa al GTWN (Global Telecom Women's Network) con articoli sulla rivista e sui libri dell'associazione. Per Ars Electronica (uno dei premi più prestigiosi nel campo dell'arte digitale) ha scritto nel catalogo "POSTCITY". Già docente universitaria alla Sapienza e alla LUISS.