Diritti, consapevolezza, capacità, partecipazione. Parole che ritornano continuamente nel racconto dell’oggi politico, sociale e culturale di Davide Casaleggio. Sorridente, autorevole ma non spocchioso, sguardo ironico e profondo, cortese e sempre disponibile a riprendere un concetto, anche se il momento politico, in cui ritaglia una mezz’ora per Media Duemila, è difficile: lo scontro in atto fra i due vicepremier e la vigilia della festa al Circo Massimo.

Entriamo nel mondo della tecnologia che incide sul modo di vivere dell’uomo dal concetto di intelligenza connettiva creato da Derrick de Kerckhove.

“L’idea di connettività l’associo alla piattaforma dove l’interazione non è più solo fra umani, ma entrano nel processo i digital twin, gli oggetti e quant’altro si trova nell’ambiente. Oggi parlare tutti insieme è possibile, in passato erano necessari gli intermediari. E la sharing economy è, ancora, un mondo di intermediari. Airbnb, Amazon gestiscono in conto terzi, domani con blockchain le persone saranno in grado di creare valore direttamente”.

La disintermediazione, ancora non perfettamente compiuta nella sharing economy odierna, è la vera rivoluzione di blockchain?

“Sì, pensiamo a OpenBazar, l’eBay su blockchain dove gli individui si scambiano prodotti senza intermediario, a Flight Delay, l’assicurazione completamente automatizzata che permette il rimborso per il ritardo di un aereo in bitcoin in tempo reale. A Spotify che sta adottando un sistema blockchain per certificare le royalties dovute agli artisti”.

Siamo ancor nel mezzo del cammin di nostra vita, ma la disintermediazione, peraltro più volte messa sotto accusa da piattaforme comeCraigslist, può valere anche per il mondo della comunicazione?

“Nell’immediato futuro penso che pagheremo per leggere gli articoli del giornalista stimato, indipendentemente dalla testata. La fiducia, la professionalità e l’ingegno di un opinionista saranno sempre remunerati. Il punto di svolta è il supporto, GoogleNews o Flipboard sono degli esempi. Dall’altro lato viviamo in un’epoca di notizie automatizzate come quelle scritte per il meteo, la finanza e a quanto si basa sui numeri”.

Al cittadino digitale serve cultura, il sapere critico crea esigenza di opinioni e spinge alla partecipazione democratica?

“La democrazia è partecipativa, non basta avere un collegamento diretto con qualcuno. Creare valore attraverso la partecipazione significa votare il bilancio, suggerire leggi e tanto altro. L’ambito di partecipazione del cittadino è molto vasto, ma nella politica gli strumenti per esercitare tutti i diritti non sono sempre disponibili o facili da utilizzare. Tutti noi oggi interagiamo attraverso lo smartphone anche perché è semplice, quando ogni azione di partecipazione politica sarò altrettanto facile le abitudini cambieranno”.

Caratteristiche del cittadino digitale da qui a due anni?

“Prima di tutto avrà l’accesso alla rete, libero e dovunque perché se alcuni diritti si possono esercitare accedendo alla rete, bisogna creare aeree di fruizione gratuita. La rete è un po’ come l’acqua, berla alla fontana è gratis. Ho scritto un articolo “Fontane di Internet” in cui spiego l’idea dell’accesso libero che è anche quello dell’ONU. Al momento sono già diverse le nazioni che offrono servizi di accesso gratuiti alla rete, senza impegnare ingenti capitali per esempio l’Estonia, il Kerala in India, San Francisco, l’Australia.

Quindi prima di tutto accesso alla rete e poi identità digitale, perché le persone devono potersi identificare e accedere a servizi di banche, istituzioni. Oggi in Italia abbiamo avuto una iperproduzione di identità digitali in concorrenza fra loro. Il risultato finale è che nessuno degli strumenti utili all’identità digitale si è diffuso in maniera sufficiente”.

L’identità digitale ma non si diffonde, forse, per arretratezza culturale?

“L’identità digitale non è un fatto di cultura, diventa necessità quando si capisce che facilita la vita. E’ sufficiente creare uno strumento, diffonderlo come è successo in Estonia. Oggi il processo di identificazione lo fanno le grandi banche, le assicurazioni ed anche noi con la piattaforma Rousseau. Per tutti ha un costo, che potrebbe essere annullato. Accelerare le procedure, snellirle in modo che le informazioni coerenti con il servizio o con la comunità, che deve condividerle, siano pertinenti è essenziale, anche e soprattutto per la salute. Dobbiamo fare in modo che l’individuo abbia tutte le sue informazioni a portata di mano. Oggi spesso sono di dominio di enti terzi”.

Ma siamo proprio sicuri che la cultura quale formazione al mezzo non c’entra?

“La cultura serve così come la formazione ma quest’ultima deve evolvere. Oggi, finita l’università, si passa al mondo del lavoro e si lascia tutto il resto alle spalle. Non è più così, non si vive di rendita per 40 o 50 anni. Non sono più sufficiente le informazioni studiate nel percorso scolastico. Questo approccio è obsoleto. Oggi nascono e spariscono professioni in un tempo molto più veloce di quello passato nelle aule scolastiche o all’università. Il sistema scolastico va rivisto, bisogna creare un nuovo percorso formativo che accompagni le persone ben oltre la laurea o il master.

Un giorno alla settimana dovrà essere dedicato a studiare cosa sta arrivando. Fino al secolo scorso i cambiamenti tecnologici accompagnavano un’intera generazione, se non più. Era possibile studiarli e viverli perché quelli successivi erano dei nostri figli. Il cambiamento va governato con la cultura, con la formazione, con l’accompagnamento alle nuove professioni”.

Tra due anni cosa vorresti aver realizzato?

“Con la Rousseau Open Academy dedicata alla cittadinanza digitale vorrei aver creato consapevolezza sugli strumenti già oggi disponibili, perché la cittadinanza digitale è una marea che sta si sta alzando in tutti gli Stati. I cittadini hanno a disposizione strumenti di partecipazione, e sostenere la consapevolezza significa creare valore per la comunità in maniera più rapida. In questi ultimi tempi penso molto ai diritti che, se non usati scompaiono o diventano un non diritto come quelli che non vengono utilizzati. La materia che non è fonte di diritto viene affidata, per esempio, ad una multinazionale. Penso al diritto all’oblio, oggi viene gestito da Google stessa che cancella a semplice richiesta i contenuti scomodi per qualcuno. E il diritto alla storia della comunità?

Il bilancio partecipativo è già un diritto in molti posti, non solo a Parigi o a New York dove la partecipazione è di oltre 100 mila cittadini, ma dovunque, e a Roma partirà l’anno prossimo. Creare consapevolezza dei diritti è un obiettivo prioritario”.

Davide Casaleggio

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Giornalista curiosa, la divulgazione scientifica è nel suo DNA. Le tecnologie applicate al mondo dei media , e non solo, sono la sua passione. E' fra i 25 esperti di digitale scelti dalla Rappresentanza Italiana della Commissione Europea. L'innovazione sociale, di pensiero, di metodo e di business il suo campo di ricerca. Direttrice della prima rivista di cultura digitale Media Duemila (fondata nel 1983 da Giovanni Giovanni storico presidente FIEG) anticipa i cambiamenti per aiutare ad evitare i fallimenti, sempre in agguato laddove regna l'ignoranza. Vice Presidente dell’Osservatorio TuttiMedia, associazione culturale creata nel 1996, unica in Europa perché aziende anche in concorrenza siedono alle stesso tavolo per costruire il futuro con equilibrio e senza prevaricazioni. Responsabile corsi di formazione del Digital Lab @fieg, partecipa al GTWN (Global Telecom Women's Network) con articoli sulla rivista e sui libri dell'associazione. L'ultimo testo: Are you ready for your digital twin. Per Ars electronica (uno dei premi pi+ù prestigiosi nel campo dell'arte digitale ha scritto nel catalogo "POSTCITY".