Intervista a Marina Ceravolo (Rai Pubblicità) sulla ricorrenza dell’8 marzo e sulla questione della parità di genere.
In base alla sua esperienza personale, com’è cambiata la questione della parità di genere negli ambienti lavorativi rispetto al passato?
La mia esperienza personale in questo credo che sia emblematica. Sono entrata in Sipra (la società che una volta si occupava delle concessioni pubblicitarie per la Rai, ndr) nel ’95 ed ero l’unica donna dirigente. Fin da quel momento mi sono sempre battuta, anche esponendomi direttamente – andando, per esempio, a denunciare alle “pari opportunità” il fatto che non fosse possibile che, a fronte di un 70% di dipendenti donne sul totale degli impiegati, solo una di esse fosse dirigente – per l’equità tra i generi sui luoghi di lavoro. Ovviamente non è stato merito mio, ma grazie alle battaglie di tante altre donne come me e a una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica e della società, oggi (ventiquattro anni dopo) nella stessa azienda abbiamo il 50% di dirigenti donne che occupano il 60% delle posizioni apicali, oltretutto il nostro direttore generale è una donna. Questo significa, soprattutto, che in quest’azienda si è diffusa l’abitudine molto importante di fare squadra con le donne; anche comprendendo le mansioni che le donne svolgono oltre il luogo di lavoro. In passato gli impegni privati delle donne, soprattutto quelli riguardanti la famiglia, erano considerati un handicap ma nell’era digitale tutta quest’abitudine a risolvere problemi in poco tempo è un grande vantaggio. Credo che siccome, storicamente, la donna abbia sempre avuto più occupazioni che la obbligavano a pensare a più cose contemporaneamente, nella contemporaneità gli individui di genere femminile abbiano sviluppato molto di più un’attitudine al multitasking rispetto agli individui di genere maschile. Dovendo risolvere molti problemi, anche complessi, in parallelo, le donne si sono rivelate molto più adattabili e integrate nell’era del lavoro digitale. Non ne faccio soltanto un discorso tecnico, si tratta di tenere insieme una complessità fatta di tante variabili e tanti fattori.


Partendo dalla sua esperienza di crescita positiva in Rai, crede che questo progresso sia generalizzato?

È difficile dirlo con certezza ma mi sembra proprio di sì. Attenzione però, non bisogna adagiarsi. C’è ancora molta strada da fare anche se è indubbio che oggi, rispetto a quando ero più giovane o alle generazioni che mi hanno preceduta, penso a mia nonna o a mia madre, in molti campi l’emancipazione sia stata raggiunta; tuttavia non parlerei di emancipazione completa. Se da un lato la donna ha molta più possibilità di intraprendere una carriera e di scegliersi una professione, non mi sembra che dal punto di vista sociale la rete di servizi necessari per essere, ad esempio, madre e lavoratrice, si siano adeguati. Ad esempio, si fa fatica ad aprire gli asili nido nei luoghi di lavoro, i lorocosti sono ancora proibitivi, gli orari inadeguati… è in questo tipo di aspetti che bisogna intervenire. Bisogna fornire le strutture e i servizi per quelle donne che scelgono di non rinunciare al proprio ruolo di madre o alla propria carriera. Del resto, va detto che anche gli uomini oggi sono più coinvolti: si dedicano di più alla paternità, sono più presenti, delegano meno, questo è senz’altro un ulteriore passo in avanti nell’emancipazione femminile.
Un fattore di evoluzione sociale.
Sociale e culturale. Uno degli aspetti più interessanti credo che sia proprio il ruolo nuovo delle donne nell’epoca del digitale, può anche darsi che sarà questo a far compiere un passo ulteriore al genere femminile sulla via dell’emancipazione totale.