Nel mondo dell’informazione del Novecento, il giornalista era un mediatore: selezionava i fatti, li verificava, li raccontava. Oggi, nell’ecosistema digitale, quella funzione è sempre più affiancata – e in parte sostituita – da ciò che Andrey Mir definisce Inquisitore Virale.
L’Inquisitore Virale non è una persona e non è una professione. È un meccanismo ambientale fatto di piattaforme, algoritmi e reazioni collettive. Non lavora sui fatti, ma sugli atteggiamenti. Non informa: osserva, valuta, giudica. Agisce dopo la pubblicazione, misurando like, condivisioni, silenzi, emozioni.
In questo ambiente, ciò che conta non è solo ciò che è vero, ma ciò che è allineato. La comunicazione si sposta dall’informazione alla esposizione delle identità, dal contenuto al posizionamento emotivo.
Ebbene precisare che prima dell’Inquisitore Virale, la rete ha conosciuto anche l’Editore Virale: un meccanismo collettivo in cui utenti e comunità selezionavano e facevano circolare ciò che ritenevano rilevante. Un processo imperfetto, ma orientato più alla condivisione dei contenuti che al giudizio delle persone.
Oggi quell’equilibrio si è spostato.
All’inizio di questo nuovo anno, l’invito è a riaprire la conversazione partendo da una domanda semplice:
👉 quando leggiamo, condividiamo o commentiamo online, stiamo ancora partecipando a un processo editoriale… o stiamo contribuendo a un meccanismo di giudizio?
È da qui che riparte il nostro dialogo sui media.
All’inizio di questo nuovo anno non proponiamo risposte definitive, ma un invito alla conversazione.
👉 Quando leggiamo, condividiamo o commentiamo una notizia, che ruolo stiamo assumendo?
Quello di chi informa, di chi reagisce… o di chi giudica?
È da queste domande che riparte.
