DI         MOLLY         MOORE   

La ricerca di fonti di approvvigionamento energetico rappresenta certamente un faro per le scelte di politica estera cinese. Ma la “battaglia” tra il colosso orientale in frenetica ascesa e gli Stati Uniti, che difendono il loro primato mondiale, si consumerà sul terreno delle tecnologie. Ne è convinto Charles Freeman del Center for Strategic and International Studies, profondo conoscitore delle relazioni tra Pechino e Washington. “Ci sono parecchie persone che lavorano con attenzione per mantenere buoni rapporti” tra le due potenze, spiega ad Oil Freeman, ma non è necessariamente nel DNA delle due potenze mantenerli tali.

 

È il Paese più popoloso del mondo e il secondo maggior consumatore di petrolio dopo gli Stati Uniti. Con un prodotto interno lordo che cresce fino al 10% l’anno, alcuni analisti prevedono che il fabbisogno energetico della Cina aumenterà del 150% entro il 2020. Dove si rivolgerà la Cina per soddisfare tale domanda?


Il cinesi sono passati ad un’economia maggiormente basata sui consumi interni e quando si ha un mercato sviluppato quanto quello delle auto in Cina lo si vuole mantenere. Il problema però è dove andare a prendere il petrolio. Per loro è un vero rompicapo. Hanno provato a sviluppare l’industria delle automobili elettriche. Se c’è un Paese che potrebbe farlo per decreto, quello è probabilmente la Cina. Allo stesso tempo però non hanno la tecnologia. Rimane il carbone. È prevedibile che il carbone sarà la principale fonte di energia del futuro.

La politica estera della Cina quanto viene guidata dalla ricerca di potenziali fonti di energia?


La Cina ha una politica ben strutturata e orientata a interessi specifici; una politica che risponde a due criteri fondamentali: “influisce sugli approcci globali alla sovranità nazionale? Contribuisce allo sviluppo economico interno della Cina?”. Per quanto riguarda l’aspetto energetico, la Cina in politica estera si è decisamente impegnata in Paesi come Libia e Iran tenendo ben presente i propri interessi a lungo termine. Questo è il nocciolo della questione.

In che misura ciò rappresenta una spina nel fianco dei rapporti della Cina con gli Stati Uniti?

La questione è arrivata veramente alla stretta finale. La Cina ha approvato con riluttanza le sanzioni all’Iran. Gli Stati Uniti hanno fatto pressioni sulla Cina non solo affinché si attenesse alle sanzioni letteralmente, ma anche per impedire qualsiasi nuovo investimento cinese in Iran. Naturalmente i cinesi hanno detto “no” per proteggere i loro capitali azionari. Per la stessa ragione, non c’è stato nessun nuovo investimento cinese in Iran nel settore dell’energia da quando gli Stati Uniti hanno fatto tale richiesta. Pechino sembra riconoscere l’importanza dei suoi rapporti con gli Stati Uniti, anche se non è disposta ad ammetterla apertamente. Ad ogni modo la Cina importa ancora molto di più dall’Arabia Saudita e dall’Angola che dall’Iran. L’Iran per la Cina non rappresenta tanto una fonte attuale quanto una fonte potenziale di energia.

Tra Cina e Stati Uniti, chi vincerà la gara per l’influenza nel Medio Oriente negli anni a venire?

La domanda non è da poco. Anche se a livello politico e a livello pubblico le classi dirigenti cinesi guardano allo sviluppo del petrolio e del gas come a un gioco a somma zero – vale a dire che le aziende cinesi sono agenti che servono unicamente a soddisfare le esigenze e le richieste dei consumatori cinesi – nel settore dell’energia la Cina ha preso parte al gioco delle materie prime come ogni altro Paese. Ha riconosciuto cioè che nuove fonti di approvvigionamento alimentano un mercato generale, piuttosto che soddisfare le sole esigenze della Cina o di chiunque altro.

Alcune critiche attribuiscono l’aumento del prezzo del petrolio, che si è verificato a livello mondiale negli ultimi anni, alla crescente domanda di prodotti petroliferi da parte della Cina. È giusto biasimare la Cina per questo?

La domanda della Cina sta certamente crescendo e metterà sicuramente sotto pressione tutti i mercati. Non so se biasimare sia un concetto applicabile in questo caso. Il cinese medio consuma molta meno energia del suo omologo occidentale, inclusi i nostri “virtuosi” amici europei. Non sono sicuro che si possa esprimere un giudizio morale sul fatto che l’aumento dell’uso di energia sia giusto o meno. Un grandissimo numero di aziende automobiliste americane sta facendo moltissimi affari in Cina vendendo in quel mercato.

In quale campo pensa che avverranno le maggiori frizioni tra i due giganti per conquistare influenza e quote di mercato nei prossimi anni?

Gli scontri maggiori saranno quelli sulle questioni tecnologiche. Cosa stabiliscono gli standard globali per la tecnologia, in cosa consisterà la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, in che misura la Cina favorirà le politiche nazionaliste che incoraggiano la tecnologia interna a spese della tecnologia estera. Tutto questo sarà oggetto di grande contesa.

In campo energetico dove avverranno gli scontri maggiori?

L’emergere della Cina quale principale consumatore di petrolio è certamente un campanello di allarme. La domanda di energia sta aumentando ma l’offerta non tiene il passo. Però non penso che Washington e Pechino abbiano avuto contrasti sull’approvvigionamento dell’energia. Non c’è quel genere di conflitto che alcuni potrebbero pensare.

La Cina si è posta alcuni ambiziosi obiettivi per ridurre la sua produzione di anidride carbonica e utilizzare maggiormente le fonti di energia rinnovabile. Sono aspirazioni fattibili in vista della sua crescita economica?

Mai dire mai. Si tratta del Paese che ha sfidato tutto ciò che si riteneva impossibile nel passato. Per loro sarà molto difficile raggiungere questi obiettivi. Fanno affidamento sui progressi tecnologici che ridurranno l’uso dell’energia nel tempo. A breve termine la questione non esiste perché la Cina è uno dei Paesi meno efficienti al mondo a livello energetico e uno dei Paesi al mondo a più intenso consumo energetico, anche se ciò non ha senso a livello economico. Incrementare l’efficienza e ridurre l’intensità d’uso dell’energia nella produzione può essere una strada lunga per ridurre la domanda complessiva.
Ma a un certo punto si dovrà fare i conti con la realtà di uno sviluppo tecnologico più lento. A un certo punto la gente preferirà imbrogliare piuttosto che pagare i costi più elevati associati alla salvaguardia dell’ambiente. Non sono del tutto sicuro che non riusciranno a raggiungere i loro obiettivi, ma sono scettico.

Perché è uno dei Paesi meno efficienti a livello energetico nel mondo?

Molta della loro produzione è stata fatta al volo, in modo molto economico, senza tener conto dell’energia usata. Gran parte del consumo proviene da carbone sporco bruciato eccessivamente. Stanno andando verso impianti più efficienti, in particolare nel campo dell’acciaio e di altre produzioni. D’altra parte, fino a un paio d’anni fa, l’uso cinese dell’energia nella produzione era molto intenso, cosa che non ha senso. La Cina è povera di risorse e ricca di manodopera, il che significa che ha molta forza lavoro disponibile. Quando l’uso intenso dell’energia e la bassa occupazione nella produzione costituiscono una grossa fonte di crescita dell’economia, c’è qualcosa di molto sbagliato. Hanno iniziato a correggere un po’ la rotta e si stanno muovendo nella direzione giusta.

Qual è la più grande sfida che la Cina deve affrontare per tenere a bada il consumo energetico nei prossimi anni?

La loro più grande sfida è la riluttanza locale. Sappiamo che vogliono che il 20 percento dell’energia complessiva provenga dalle fonti alternative e stanno chiedendo di installare depuratori in ogni acciaieria. Ma alla fine dei conti, i funzionari locali sono più interessati a una crescita maggiore e più veloce che non a una crescita attenta e efficiente a livello energetico. La più grande sfida energetica probabilmente è mettere in riga questi funzionari.

La Cina sta sorpassando gli Stati Uniti nello sviluppo delle energie alternative come quella solare ed eolica?

I cinesi hanno scelto di farne una questione di politica nazionale. Uno dei motivi per cui hanno sorpassato gli Stati Uniti, in particolare nell’energia eolica, è che, negli USA, il calo del prezzo del gas naturale, concorrente dell’energia eolica, ha reso comparativamente troppo costose le nuove turbine eoliche, che quindi non vengono più installate. Il governo cinese ha deciso di forzare lo sviluppo dell’energia eolica come linea politica e di pagare di più per tale privilegio. La politica sull’energia eolica avrà successo, indipendentemente dal fatto che si tratti o no di una politica energetica di successo.

Due anni fa ai negoziati delle Nazioni Unite a Copenaghen sul clima, la Cina era vista dall’Occidente come il “cattivo” della conferenza. A Cancùn sembrò che fossero disposti a essere più flessibili. È veramente così?

La Cina tratta i negoziati sul clima in linea generale come uno sforzo per gestire politicamente i propri interessi, in modo che il sistema globale non emani leggi contro la flessibilità cinese. Se questo è il loro interesse principale e il loro obiettivo principale, avere l’appoggio dei cinesi in un qualsiasi grande disegno generale sarà probabilmente molto difficile.

A inizio maggio gli Stati Uniti e la Cina hanno avuto l’ultima serie di dialoghi in un incontro al vertice a Washington. Qual è stato il risultato di tali discussioni?

Sono poco interessato ai singoli risultati o traguardi tangibili. Non penso che questo sia il nocciolo della discussione. È utopistico pensare che i colloqui avrebbero prodotto grandi benefici o che i cinesi avrebbero fatto concessioni su una questione specifica o su un’altra.

Guardando al quadro generale, come vede i loro rapporti da qui a cinque anni?

A Pechino ci sarà un nuovo Presidente e chissà cosa succederà qui in America, quindi è difficile fare previsioni precise. Penso che la maggior parte dei cinesi le direbbe che da qui a cinque anni la Cina avrà raggiunto una sorta di parità con gli Stati Uniti come potenza economica a livello globale. La questione è se, quando il loro peso a livello globale sarà aumentato, i cinesi saranno disposti a usare tale responsabilità entro i limiti stabiliti dagli Stati Uniti o se, dove i reciproci interessi non sono palesemente allineati, intenderanno sfidarci più direttamente. La mia sensazione istintiva è che ci sono parecchie persone che lavorano con attenzione per mantenere buoni rapporti, ma non è necessariamente nel nostro DNA mantenerli tali. Perciò si vedrà.

Molly Moore

 

 

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