Roberto Cingolani ha un approccio pragmatico al mondo dell’Intelligenza artificiale, schietto e diretto: “Le decisioni dell’uomo vengono prese con componenti emozionali che nessuna intelligenza artificiale può emulare. I miei robot intervengono in situazioni di emergenza e sono comandati dagli uomini”.
Walkman, il robot che ha portato a Milano, in occasione della presentazione del nuovo Corriere Innovazione, è stato impiegato dopo il terremoto di Amatrice per rilevamenti sulle condizioni di edifici in cui sarebbe stato pericoloso l’accesso umano.
Tecnologia per il direttore scientifico dell’IIT di Genova è hardware più che software. Non condivide il modello Silicon Valley rappresentato dalla cultura dominante: “Tutto quanto è realizzabile lo è grazie all’hardware. I transistor sono alla base dei grandi processi di calcolo. La frontiera dell’innovazione è la tecnologia avanzata applicata all’essere umano. Prevedere l’insorgere delle malattie, prevenire invece di curare con la meccanica quantistica applicata al corpo umano cambierà la vita dell’uomo, non moriremo più di cancro a 70 anni, questa è innovazione”.

Intanto oggi parliamo quasi esclusivamente di intelligenza artificiale, algoritmi e dati.
“Non vedo la grande rivoluzione dell’intelligenza artificiale. In questo momento il problema serio è la gestione dell’informazione dei dati, cioè la capacità di estrarre informazioni sensibili dai dati. Certo mettere il mio profilo genetico a disposizione dell’autorità per sapere in anticipo quale malattia può colpirmi è utile, ma c’è bisogno di un sistema in grado di impedire alle banche, per esempio, di aver accesso a queste informazioni per evidenti ragioni di compatibilità, in quanto un uomo presumibilmente malato, potrebbe vedersi rifiutare un mutuo. La tecnologia, dunque, non è di per sé pericolosa, il problema è l’essere umano che deve identificare nuovi modelli per conviverci. Abbiamo bisogno di aggiornare didattica, competenze e di molto altro”.
Dobbiamo aver paura dell’IA?
“La tecnologia è tecnologia, non ha anima, ormoni e opinioni. L’IA non mi spaventa, dobbiamo però trovare un significato comune e condivisibile sul concetto. Il mio Istituto produce macchine, sono pensate per interagire con l’uomo, possono eventualmente anche sostituirlo in alcuni lavori, come ha già fatto Walkman, ma sono guidate in remoto, non sono, quindi, intelligenti”.
Di Ishiguro cosa pensa?
“Credo che abbia un problema psicologico. Classico caso di stupidità umana che viene in qualche maniera proiettata sulla macchina”.
Racconta di robot abili nell’agricoltura che aiutano a risparmiare perché curano solo le piante malate, ma per Cingolani la diversità fra uomo e macchina esisterà sempre.
“Dal punto di vista fisico i robot sono vicini ad un umano quasi perfetto, ma dal punto di vista mentale assolutamente no. Nessuna macchina a guida autonoma avrà mai momenti di rabbia verso un altro guidatore. È una macchina, si spegne… non prova emozioni. Negli ultimi anni le operazioni che una macchina riesce a compiere in un secondo sono cresciute, arrivando ai livelli del cervello umano. Questo non significa che siamo uguali. L’intelligenza umana è il risultato del binomio creatività / umore, imprevedibilità / razionalità, reazioni generate dalla biochimica. Dieci persone risolvono lo stesso problema in maniera diversa, anche se il contesto è simile. Ciascuno ha la sua biochimica che in quel momento influenza l’intelligenza naturale. Se invece il problema deve essere risolto da 10 macchine, create con gli stessi elementi di artificial intelligence, al 99% avremo una stessa soluzione, almeno che non introduco un generatore di numeri casuali. Creare una macchina inesatta ha, però, un costo altissimo a livello energetico. Il problema dei nostri giorni è il consumo di energia”.
Produciamo cose inutili e ad alto costo energetico?
“Non credo siano necessari telefonini sempre più potenti, al contrario è necessario sistemare l’ecosistema che abbiamo rovinato. Invecchiare e vivere a lungo va bene se la salute è buona, vivere in tanti sul pianeta significa cercare equilibri sostenibili. Ecco perché sono orgoglioso di appartenere al gruppo di scienziati che fa scienza per quelli che verranno dopo di noi. Siamo passati da società tribali, stazionarie con differenza genetica bassissima a comunità grandi. Siamo troppi, dobbiamo invertire la rotta, salvare la nostra terra invece di studiare come emigrare in altri pianeti. La razza umana è predatoria, consuma senza restituire nulla all’ambiente. Ogni essere umano ha un costo energetico per il pianeta superiore a quello che produce. Bisogna tenerlo ben presente perché prolunghiamo la nostra esistenza a livelli non compatibili con il pianeta. La scienza cerca soluzioni per problemi creati da chi è venuto prima, praticamente mette toppe per rallentare il degrado che dovrà essere affrontato dalle generazioni future”.
Uno scienziato al servizio degli altri?
“In un certo senso sì, perché cerco di diminuire le difficoltà per chi viene dopo, in particolare lavoro al miglioramento delle condizioni di salute e di vita che in pratica significa anche riduzione dei costi nella sanità pubblica, sostenibilità ambientale e riduzione dell’inquinamento. Per quanto riguarda i cambiamenti demografici in 400 anni non è successo niente, negli ultimi 100 anni è cambiato tutto. La mutazione riguarda 300 milioni di persone. La popolazione in 50 anni è cresciuta più che in 5000 anni. Nel 2014 per la prima volta l’essere umano ha prodotto più transistor che chicchi di riso, ciò significa riduzione delle riserve di cibo. Ogni due anni produciamo più dati che negli ultimi 50, se l’informazione fosse luce saremmo tutti abbagliati”.
Cosa possono fare gli scienziati per salvarci?
“Difficile dirlo perché fino all’anno 2000 il costo del cibo decresceva e quello energetico aumentava. Dall’anno 2000 in poi c’è stata un’inversione di tendenza. Un esempio pratico: nel 2000 una persona coltivando un campo di patate poteva sopravvivere, oggi costa di più produrre patate che comprarle. Nel momento in cui l’energia è legata al cibo solo i ricchi sopravvivono. Viviamo in una società di eccessi, la robotica può servire soltanto a diminuire i costi e migliorare i processi. Può essere impiegata anche in altri campi è evidente, ma il problema è capire quale modello di società vogliamo costruire per il futuro”.
Quale è il modello di società che immagina?
“Immagino una società equilibrata con il 40% di hardware e il 60% di software, perché il mondo non lo salvano le app. Senza elettricità si ferma tutto. Non credo nei successi veloci, la natura ha tempi lunghi. Nel mio piccolo non ho nemmeno WhatsApp, solo posta elettronica. Il mio è anche un problema culturale non penso che si possa trasferire un messaggio di valore in 140 caratteri e nemmeno una fotografi è sufficiente”.
Siamo già al quantum computing?
“Il mio primo progetto di quantum computing è del 1991, il raffreddamento è un problema ancora da risolvere ed è fondamentale per mantenere l’informazione all’interno di un sistema di atomi. In ogni caso bisogna valutare il costo di ogni singolo processo. Soprattutto in termini energetici. Un aeroplano pesa 26 tonnellate e brucia 35 mila chili di cherosene mentre gli uccelli pesano 300 grammi e fanno 10mila chilometri senza metter piede a terra e senza consumare nulla”.
L’ITT come funziona, chi decide il piano strategico?
“Viene costruito al nostro interno e poi valutato da 15 scienziati di varie discipline di tutto il mondo. Una volta approvato in qualche mese devo approntare il piano finanziario e scegliere i ricercatori.  La metà dei ragazzi del nostro team proviene da 55 nazioni. Siamo l’unica struttura internazionale che c’è in Italia”.

Roberto Cingolani

 

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Giornalista curiosa, la divulgazione scientifica è nel suo DNA. Le tecnologie applicate al mondo dei media, e non solo, sono la sua passione. E' fra i 25 esperti di digitale scelti dalla Rappresentanza Italiana della Commissione Europea. Fa parte del gruppo di esperti CNU Agcom. L'innovazione sociale, di pensiero, di metodo e di business il suo campo di ricerca. Direttrice della prima rivista di cultura digitale Media Duemila (fondata nel 1983 da Giovanni Giovannini storico presidente FIEG) anticipa i cambiamenti per aiutare ad evitare i fallimenti, sempre in agguato laddove regna l'ignoranza. Vice Presidente dell’Osservatorio TuttiMedia, associazione culturale creata nel 1996, unica in Europa perché aziende anche in concorrenza siedono allo stesso tavolo per costruire il futuro con equilibrio e senza prevaricazioni. La sua ultima pubblicazione: Oltre Orwell il gemello digitale anima la discussione culturale sul doppio digitale che dalla macchina passa all'uomo. Già responsabile corsi di formazione del Digital Lab @fieg, partecipa al GTWN (Global Telecom Women's Network) con articoli sulla rivista e sui libri dell'associazione. Per Ars Electronica (uno dei premi più prestigiosi nel campo dell'arte digitale) ha scritto nel catalogo "POSTCITY". Già docente universitaria alla Sapienza e alla LUISS.