warming stripes

Il clima è al centro delle conversazioni, posso dire, mondiali. Warming Stripes: il «codice a barre» che mostra visivamente il riscaldamento globale, notizia riportata sul Corriere.it, ha attratto la mia attenzione e la condivido perché i colori di questa immagine ci mettono davanti alla certezza: ognuno di noi inquina.

Le improvvise ondate di caldo e di freddo che abbiamo purtroppo vissuto anche noi, popolo del Mediterraneo, allarmano, i grandi riuniti per la Cop26  inviano messaggi sulla necessità  di invertire la rotta per evitare che il Pianeta si trasformi in un luogo ostile alla vita secondo lo «State of Climate», il rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) pubblicato prima dell’apertura della  conferenza, e nello stesso tempo Ed Hawkins, professore di scienze climatiche all’Università di Reading, in Inghilterra (esperto di cambiamenti climatici  fra gli autori del quinto rapporto sul clima dell’Ipcc del 2014 e la prima firma del sesto, che uscirà l’anno prossimo), nel 2016 ha iniziato a visualizzare i dati con grafici a spirale animati, che sono diventati virali  e così  ha deciso che un’immagine impattante e di immediata comprensione potesse essere quella di imitare il codice a barre. Il suo grafico è stato chiamato Warming Stripes, cioè barre di calore. Nel grafico Warming Stripes riferito all’Italia si vede la storia della nostra nazione che nel particolare segmento della sostenibilità digitale è stata anche mappata dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale di cui è presidente Stefano Epifani.

Il mondo digitale inquina? Ne siamo coscienti? Secondo la ricerca il 51% dei nostri connazionali pensa che c’è un problema, ma il 77% non si rende conto di quanto sia grave. Viviamo quindi da un lato i grandi allarmi e dall’altro la poca consapevolezza della gente comune. Strillare l’emergenza forse non è sufficiente per condividerla in modo capillare.

Sapevate che noi italiani compriamo più biciclette dei cugini europei ma non le usiamo? Noi italiani siamo bravi ad abbracciare l’idea di innovazione ma metterla in pratica, a quanto emerge, ci interessa meno. Stefano Epifani afferma che “C’è un equivoco piuttosto comune quando, nei Paesi più sviluppati, si parla di sostenibilità: quello di considerarlo un tema ambientale. Meglio: quello di considerarlo un tema esclusivamente ambientale. Lo stato di relativo benessere della popolazione (reale o apparente che sia, beninteso) fa passare in secondo piano la sostenibilità sociale e le condizioni di vita generali fanno guardare addirittura con sospetto al tema della sostenibilità economica. Ed ecco quindi che, nella percezione comune, in Paesi come l’Italia affrontare la questione della sostenibilità si riduce ad affrontare la questione ambientale”.

L’appuntamento della Fondazione per la Sostenibilità Digitale organizzato per discutere di transizione energetica mi è riapparso fondamentale in questi giorni della Cop26 soprattutto per le parole di Roberto Ferrari (ENI) che ha evidenziato la necessità  che ciascuna persona sviluppi un proprio modello di transizione per acquisire consapevolezza e quindi seguire modelli utili a  salvare il nostro pianeta. Ed in più ha evidenziato che la comunicazione, in questo settore è molto complessa. Le difficoltà di condividere strategie ed obiettivi attraverso narrazioni semplici e dirette al bene comune, le viviamo ogni giorno. Con la pandemia c’è il caso dei No Vax: nella transizione digitale le voci a volte sono troppe e troppo alte.

“Da Parigi il mondo ha iniziato a prendersi degli impegni seri per combattere il cambiamento climatico – ha sottolineato Roberto Ferrari –. Il dibattito nel 2018 innescato dalla Nostra casa è in fiamme ha provocato una spinta al tema ambiente, e la pandemia ha dimostrato che dobbiamo agire in fretta e in maniera globale per salvare l’ambiente. Oggi per completare la transizione bisogna cambiare i comportamenti delle aziende e di tutti i soggetti coinvolti perché la sfida deve essere vinta da tutti, nessuno deve rimanere indietro”.

Affinché si possa arrivare vincitori al 2030 e poi al 2050 (le lancette corrono) bisogna che la comunicazione si riorganizzi e sostenga la condivisione dei racconti costruiti sulla necessità del benessere comune.

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Giornalista curiosa, la divulgazione scientifica è nel suo DNA. Le tecnologie applicate al mondo dei media, e non solo, sono la sua passione. E' fra i 25 esperti di digitale scelti dalla Rappresentanza Italiana della Commissione Europea. Fa parte del gruppo di esperti CNU Agcom. L'innovazione sociale, di pensiero, di metodo e di business il suo campo di ricerca. Direttrice della prima rivista di cultura digitale Media Duemila (fondata nel 1983 da Giovanni Giovannini storico presidente FIEG) anticipa i cambiamenti per aiutare ad evitare i fallimenti, sempre in agguato laddove regna l'ignoranza. Vice Presidente dell’Osservatorio TuttiMedia, associazione culturale creata nel 1996, unica in Europa perché aziende anche in concorrenza siedono allo stesso tavolo per costruire il futuro con equilibrio e senza prevaricazioni. La sua ultima pubblicazione: Oltre Orwell il gemello digitale anima la discussione culturale sul doppio digitale che dalla macchina passa all'uomo. Già responsabile corsi di formazione del Digital Lab @fieg, partecipa al GTWN (Global Telecom Women's Network) con articoli sulla rivista e sui libri dell'associazione. Per Ars Electronica (uno dei premi più prestigiosi nel campo dell'arte digitale) ha scritto nel catalogo "POSTCITY". Già docente universitaria alla Sapienza e alla LUISS.