Il mondo hacker è complesso e non può essere semplificato mediante quegli schemi interpretativi con cui viene di solito presentato all’opinione pubblica: pubblico/privato, legale/illegale e simili. Anche la sua valenza politica risulta ambigua e cambia di Paese in Paese: più impegnati politicamente gli spagnoli e gli italiani, più individualisti e rivolti al mercato gli americani e quelli degli altri Paesi. La stessa rivendicazione principale del movimento hacker, il software libero, è – secondo l’autorevole opinione di Manuel Castells – “politicamente agnostico”: sfugge a una definizione politica e la promozione e l’uso che se ne fa possono risultare anche contraddittori. Diversa è anche la collocazione teorica e sociologica del fenomeno hacker: fisiologica eccedenza e contraltare dell’attuale ordinamento dell’economia informatica (brevetti, copyright, ecc.) oppure avanguardia di una vera e propria rivoluzione informatica. Insomma, quello hacker è un fenomeno ancora difficilmente leggibile e interpretabile in quanto tale.

Un approccio interessante alla questione è stato fornito di recente dalla etnografa e antropologa americana Gabriella Coleman nel suo Coding freedom. The ethics and aesthetics of hacking (Princeton University Press, 2013). Questo libro rappresenta la riflessione più avanzata sull’argomento e sarebbe opportuno tradurlo in italiano; intanto, si comincia a discuterne anche da noi, come testimonia una recensione di Alessandro Delfanti su “il Manifesto”. Qual è dunque la peculiarità dell’approccio di Coleman al mondo hacker? L’approccio è antropologico ed etnografico e, al di là delle ambiguità a cui accennavo, rintraccia nella prassi hacker una vera e propria antropogenesi che sta cambiando le caratteristiche dell’“umano” e sta ridefinendo i termini fondamentali della società liberale: proprietà, libertà, individuo. La “persona digitale” non è riducibile all’idea di persona politico-giuridica su cui si fondano le nostre società e i nostri ordinamenti. Come suggerisce Coleman, sono forse l’etica e l’estetica gli ambiti attraverso cui è possibile cominciare a leggere le linee di tendenza delle trasformazioni in corso, perché è in essi che la mutazione si manifesta più profondamente. Non sarebbe certo la prima volta nella storia dell’uomo che i segnali più profondi di un cambiamento epocale si rintraccino nei comportamenti, nei linguaggi e nelle forme d’espressione.