“Prima di tutto è importante renderli partecipi, incentivandoli a monitorare le risorse. Poi il governo dovrebbe sostenere altri settori dell’economia. Infine si applicherebbe, finalmente, il criterio di eguaglianza”.

Il 28 novembre Anadarko Petroleum ha raddoppiato le stime riguardo alla massiccia scoperta di gas in Mozambico. Se le previsioni si dimostreranno corrette, il Mozambico diverrà uno dei principali esportatori di gas e potrà godere di un vero e proprio colpo di fortuna. Ma il Mozambico non è il solo. Le risorse del sottosuolo per miglio quadrato che sono state verificate nei paesi poveri – soprattutto in Africa – rappresentano solamente un quarto di quelli di paesi più ricchi e meglio esplorati. Non sorprende, quindi, che i prezzi elevati e le nuove tecnologie stiano stimolando nuove scoperte di petrolio, gas e minerali in tutto il mondo in via di sviluppo. Miliardi di dollari sono stati riversati in paesi come l’Uganda, la Liberia, la Papua Nuova Guinea, la Mongolia e la Bolivia. E se da un lato queste sembrano buone notizie, sono al contempo fonte di preoccupazione. Perché dovremmo aspettarci che i governi coinvolgano i cittadini quando possono contare sui facili profitti provenienti dall’abbondanza di risorse? Perché i politici dovrebbero preoccuparsi di creare un’economia privata diversificata e aumentare le imposte, quando possono limitarsi a incassare assegni dalle compagnie minerarie e petrolifere?

Si inizia a fare muro contro la maledizione delle risorse. I paesi di tutta l’Africa, l’Asia e l’America Latina stanno tentando di combattere contro la cosiddetta “maledizione delle risorse” – il fenomeno che lega la dipendenza dal settore estrattivo alla povertà, ai conflitti e alla corruzione – pubblicando contratti e diffondendo i dati sugli utili. La trasparenza è irrinunciabile, ma probabilmente è insufficiente per vincere questa scommessa. Ma è giusto che solamente perché le risorse sono considerate beni nazionali, i profitti vadano dritti nelle tasche del governo? Una proposta alternativa sarebbe la distribuzione delle risorse direttamente ai legittimi proprietari: i cittadini stessi. Esistono svariati motivi per pensare che i cittadini-proprietari farebbero del loro meglio per promuovere lo sviluppo, soprattutto se i dividendi vengono impiegati per sviluppare una base fiscale più ampia. Innanzitutto l’idea racchiude un incentivo per i cittadini a monitorare le risorse, gli utili e le spese pubbliche. Anche se parte dei dividendi è soggetta a imposizione e ritenuta fiscale, i cittadini ne vedrebbero e toccherebbero con mano gli effetti. In secondo luogo, questo approccio spingerebbe il governo a sostenere altri settori dell’economia e cercare nuove fonti di guadagno. Questa strategia è fondamentale se questi paesi sperano di diventare in futuro qualcosa di più che meri esportatori di materie prime. Un terzo beneficio sarebbe l’eguaglianza. I cittadini possono anche possedere una stessa quota di ricchezza nazionale sulla carta, ma in realtà i paesi ricchi di risorse tendono a classificarsi tra le società più ingiuste e discriminatorie. La Libia, il Venezuela o la Guinea Equatoriale potrebbero facilmente trasferire 2.000 dollari l’anno a ciascun cittadino, spazzando via in un attimo la piaga della povertà. La portata di queste somme si riduce nei paesi più poveri, ma sono comunque cifre ingenti rispetto all’attuale livello dei redditi. Quest’idea potrebbe sembrare un drammatico atto di fede, ma molti paesi stanno già distribuendo le rendite alla popolazione – solo che lo fanno tramite schemi di occupazione o sussidi inefficienti. In Iran, l’acqua è più cara del petrolio e ciò alimenta la produzione di rifiuti e il contrabbando. I sussidi petroliferi in Venezuela favoriscono le famiglie ricche circa sette volte di più di quelle indigenti.
La dimostrazione che anche chi non ha soldi li sa gestire. Allo stesso tempo, prove sempre più lampanti indicano la necessità di maggiore efficienza ed eguaglianza nei trasferimenti di denaro, dimostrando come le persone povere sappiano gestire i loro soldi in modo molto saggio. In Brasile, il programma BolsaFamilia paga gli stipendi a 12 milioni di famiglie indigenti, che vaccinano i loro figli e continuano a mandarli a scuola. Questo modello funge da esempio in altre parti del mondo. L’India concede sussidi a favore dei pagamenti in contanti ai poveri. Perfino l’Iran ora sta risanando un sistema di sussidi distorto attraverso trasferimenti diretti a circa 20 milioni di conti correnti bancari, equivalenti all’80 percento della popolazione. La nuova tecnologia di identificazione biometrica e la circolazione dei capitali rendono questa opzione non solo fattibile, ma anche conveniente. I programmi high-tech funzionano perfino negli ambienti più ostici: che si tratti di pagare ex combattenti in Congo, fornire contributi pensionistici in Sudafrica o garantire assistenza d’emergenza alle vittime delle inondazioni in Pakistan. Anche alcuni paesi esportatori di risorse stanno recuperando il tempo perduto. La Mongolia destina parte dei proventi del settore aurifero al finanziamento di premi in denaro a beneficio dei bambini. Il programma RentaDignidad in Bolivia ha allocato oltre 1,1 miliardi di dollari di utili del settore gas alla popolazione più anziana, soprattutto nelle famiglie estese indigenti. Uno studio ha rivelato che le famiglie nelle zone rurali hanno incrementato i consumi, superando l’importo trasferito, perché i beneficiari hanno investito nel miglioramento delle sementi, degli utensili e del bestiame. Gli ostacoli principali a un’adozione su più ampia scala dei trasferimenti di denaro sono di carattere politico: le autorità non rinunciano tanto facilmente al controllo sui profitti generati dalle risorse. Con i prezzi elevati delle materie prime e le nuove tecnologie che aprono le porte a mondi inesplorati, la gestione del denaro sarà una questione politica di importanza vitale per diversi paesi. E per molti l’unica risposta possibile non potrà che essere la distribuzione di dividendi liquidi.

Todd Moss e Alan Gelb

media2000@tin.it

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