di LIVIA SERLUPI CRESCENZI –

L’innovazione tecnologica promuove la convergenza tra servizi telefonici, tv e Internet ma una spinta verso la deregolamentazione, secondo un ricercatore in telecomunicazioni della Penn State University, Pennsylvania, potrebbe lasciare alcuni clienti sul lato sbagliato del digital divide. Rob Frieden, ricercatore e professore di  telecomunicazioni e di diritto presso la Penn State University ha sottolineato come questo divario “non sarà necessariamente tra ricchi e poveri ma tra l’informazione ricca e l’informazione povera”.
Negli Stati Uniti, infatti, secondo lo studioso, le compagnie telefoniche vogliono liberarsi del loro ruolo di pubblico servizio perché il grande cambiamento che la convergenza e la disponibilità di nuove tecnologie di comunicazione, come i telefoni cellulari e la fibra ottica (per esempio le apparecchiature in fibra ottica sono spesso usate per “Voice Over Internet Protocol – Voip – una tecnologia che usa la banda larga per mandare voce, testo e fax), sta portando nelle nostre vite ha determinato un sostanziale mutamento anche nel mercato. Tuttavia, continua lo studioso, non tutte queste tecnologie sono accessibili e diffuse come il telefono fisso che utilizza il cavo in rame, infatti molte zone rurali potrebbero rimanere fuori dal servizio. Gli abitanti di queste zone più disagiate potrebbero, ad esempio, sostituire i telefoni fissi con i cellulari ma, oltre ad evidenziare un diverso costo imposto dalle compagnie rispetto al fornitore di linea fissa, Rob Frieden si è dichiarato piuttosto scettico sull’affidabilità del servizio di telefonia mobile rispetto a quella fissa. Vi sono molti luoghi in America che non sono serviti dalla rete di telefonia mobile o godono di servizi limitati non adatti alla banda larga e all’accesso a internet. Nonostante la fibra ottica, ad esempio, sia sempre più comune, infatti, essa non raggiunge queste zone remote.
Con la convergenza delle tecnologie le compagnie telefoniche devono competere con le compagnie di comunicazione via cavo che sono classificate dal governo come “information service providers” e sono soggette ad una limitata regolamentazione. Le aziende telefoniche regolate come servizio di pubblica utilità, e quindi obbligate a fornire il servizio a tutti i clienti che lo richiedano, per aumentare i profitti vorrebbero essere dispensate da questo obbligo che le costringe a fornire il servizio di telefonia fissa a costi elevati.
Mentre le lobby delle compagnie telefoniche, in America, suggeriscono quindi che le forze del mercato deregolarizzato assicureranno, a tutti i clienti, il servizio a condizioni eque, Frieden si dimostra scettico su questo punto e conclude: “Tutti vogliono dire che il mercato è grandioso. Ma c’è anche qualcosa chiamato fallimento del mercato, in particolare nelle zone rurali e a basso reddito”
E in Italia? Secondo la commissaria Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione europea, sebbene “il 41% degli italiani adulti non abbia mai usato Internet, ogni cittadino potrebbe trarre dei vantaggi da questo mezzo. “Si pensi ad esempio all’utilità dei nuovi servizi di sanità online (e-Health) per i cittadini che nei prossimi anni avranno un’età superiore a 65 anni (uno su tre). Inoltre “investire nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione conviene: le Ict offrono rendimenti più elevati della maggior parte degli altri investimenti di capitale” e ha ricordato che l’uso della banda larga in Italia è del 10% inferiore ai livellli di Francia e Germania. L’Italia quindi, rinuncia ad un 1-1,5% extra del PIL.
Un dato confortante che ci riguarda, secondo il Ministero dello Sviluppo economico è costituito dal fatto che, mentre per la diffusione della larga banda fissa, l’Italia è indietro rispetto all’Europa, per le connessioni mobili (chiavette Usb e card per servisi dati), la media nazionale supera quella europea.
Telecom Italia è soggetta all’obbligo di servizio universale, che non prevede un collegamento a banda larga per tutti gli utenti.
Il Piano Nazionale Banda Larga, autorizzato dalla Commissione europea, e descritto nel documento redatto dal Ministero dello Sviluppo Economico di concerto con il Ministero dell’Istruzione, si pone l’obiettivo di azzerare il digital divide in Italia consentendo l’accesso alla banda larga a tutta la popolazione oggi esclusa dalla network society. Il piano è mirato all’eliminazione del deficit infrastrutturale presente in oltre 6 mila località del paese, i cui costi di sviluppo non possono essere sostenuti dal mercato, poiché economicamente non redditizie.
L’obiettivo, quindi, è quello di dare, entro il 2013, la copertura base, cioè almeno due Mbps a tutto il paese. L’investimento consentirà di connettere 2900 centrali in fibra ottica e 1000 centrali con reti wireless (ponti radio), per quelle zone che, poiché scarsamente abitate non sono convenientemente raggiungibili dalla fibra ottica.  Gli obiettivi europei impongono, entro il 2020, la banda larga veloce pari o superiore a 30 Mbps per il 100% dei cittadini UE e ultraveloce per il 50% degli utenti domestici europei e quindi abbonamenti per servizi con velocità superiore a 100 Mbps.
Il dibattito, in Italia, è aperto. Mentre è generalizzato il consenso sulla banda larga mobile prevista per i prossimi sistemi radiomobili cellulari di quarta generazione come Lte per scongiurare il cedimento della rete mobile a seguito dell’alto numero degli utenti contemporaneamente connessi e il consenso è ancora più importante sulla banda larga cablata nei territori non ancora connessi, il  problema nasce, invece, sull’utilità della banda ultra larga per i sistemi a reti cablate, le reti Ngn, Next Generation Network, la cui alta velocità è consentita dalla cablatura in fibra ottica.
Gli stessi operatori che dovrebbero realizzare una rete a banda ultralarga richiedono una convenienza  economica dell’investimento, convenienza che sembrerebbe invece avvantaggiare soprattutto i fornitori di servizi di rete come Google o Facebook.
Forse la soluzione al Divario Digitale potrebbe essere una piena e consapevole integrazione tra la banda larga satellitare e quella terrestre? A voi la parola.

Livia Serlupi Crescenzi

media2000@tin.it

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