Diego Ciulli (Head of Government Affairs and Public Policy di Google Italy), su LinkedIn si esprime sulla decisione del Ministero della Cultura di estendere il compenso per copia privata anche al cloud storage. “Sembrava una proposta senza alcuna base, invece l’hanno approvata davvero”, scrive, sottolineando che i cittadini pagheranno la cosiddetta copia privata anche sullo spazio cloud gratuito o inutilizzato, solo perché potenzialmente potrebbe essere usato per caricare contenuti protetti.
Secondo Ciulli, la misura va contro le evidenze: sul cloud si archiviano soprattutto foto e documenti personali; la fruizione legale di contenuti in streaming è in costante crescita; inoltre la copia privata viene già pagata all’acquisto di smartphone e computer, dispositivi indispensabili per accedere al cloud. “L’Italia è il primo Paese al mondo a fare questa scelta, ed è davvero triste avere questo primato”, conclude.
Sulla stessa linea Anitec-Assinform, che esprime forte preoccupazione per il decreto. L’associazione delle imprese ICT segnala un aumento dei costi stimato intorno al 20% e definisce l’estensione al cloud una misura che rischia di tradursi in nuovi oneri per cittadini e imprese, incidendo sugli investimenti e sull’attrattività del mercato italiano. Anitec chiede quindi l’apertura immediata di un confronto politico, ritenendo che la tutela del diritto d’autore non debba tradursi in strumenti non più coerenti con l’economia digitale.
Di diverso avviso Confindustria Cultura Italia, che accoglie con soddisfazione la firma del decreto da parte del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, annunciata dal Sottosegretario Gianmarco Mazzi.
Per il presidente Luigi Abete, la copia privata rappresenta un equilibrio tra il diritto del consumatore alla riproduzione per uso personale dei contenuti legittimamente acquistati e la necessità di garantire una remunerazione ad autori ed editori, presupposto essenziale per la diffusione della cultura.
