Il coronavirus cancella le guerre: Siria, Iraq, Yemen, Afghanistan, i capitoli più cruenti del Grande MedioOriente; e la Libia, a due passi da noi. Sparite. Detto così, sembrerebbe un dato positivo: l’epidemia si porta via un sacco di anziani dalle nostre case, ma riduce lo spreco di vite di giovani sui fronti dei conflitti.

In realtà, non è così: il contagio cancella sì le guerre, ma solo mediaticamente, dai notiziari radio e tv, dai siti e dai giornali; non ne azzera gli orrori. Anzi, in qualche caso – sta certamente accadendo in Afghanistan e in Libia – vi sono belligeranti che cercano di approfittare del disinteresse generale per acquisire vantaggi sul terreno: gli attentati dell’Isis a Kabul come i bombardamenti di Tripoli del generale Haftar avvengono nella distrazione (quasi) globale dei media e dell’opinione pubblica.

Non parliamo poi dei conflitti già di solito più dimenticati: nell’Africa sub-sahariana, per esempio, o nel Darfur o nel Sinai, tra il regime del generale golpista al-Sisi e gli oppositori criminalizzati della Fratellanza Musulmana.

Non sono solo percezioni soggettive. Ricorriamo a un criterio oggettivo: la Siria è il fronte di guerra più mediaticamente esplorato negli ultimi mesi, perché vi sono di mezzo Turchia, Russia, Usa e perché le vicissitudini dei curdi suscitano emozione ed empatia. Nei primi due mesi di quest’anno, l’ANSA, la maggiore agenzia di stampa italiana, ha dedicato al conflitto siriano, che va avanti, cruento e senza sbocchi da nove anni, 404 dispacci, senza contare quelli diplomatici collaterali; dall’inizio di marzo, solo 155, di cui una trentina sul coronavirus in Siria.

Un arretramento netto, che può in parte spiegarsi con il fatto che tra gennaio e febbraio c’erano state recrudescenze del conflitto, con riflessi anche europei: gli scontri tra lealisti siriani e militari turchi, in territorio siriano, hanno innescato una nuova stagione di pressione di migranti alle frontiere dell’Unione, essendosi il presidente turco Racep Tayyip Erdogan sottratto agli impegni sottoscritti nel 2016 con gli europei (e lautamente compensati). A marzo, una sorta di tregua: delle notizie, quanto meno. Anche quelle sui migranti alle frontiere con la Grecia e la Bulgaria hanno avuto meno attenzione di quanta ne avrebbero meritata e normalmente ricevuta.

Scenari analoghi sugli altri fronti dell’arco di crisi: sull’Iraq, 376 notizie tra gennaio e febbraio (all’inizio dell’anno, c’era stata l’uccisione a Baghda del generale iraniano Qasin Soleimani), soltanto 33 a marzo, di cui una dozzina sul coronavirus; e sullo Yemen, 14 notizie tra gennaio e febbraio, soltanto quattro a marzo, di cui una sul coronavirus.

Fa parzialmente eccezione l’Afghanistan: 74 notizie tra gennaio e febbraio, 42 a marzo e soltanto una manciata sul coronavirus. Qui, la spiegazione è che dopo una lunga stasi – una fase d’attesa o una parentesi, dentro un conflitto che va avanti dal 2001, il più lungo e costoso mai combattuto dagli Usa -, alla fine di febbraio è scoppiata la pace tra americani e talebani; e s’è immediatamente riaccesa la guerra, in un Paese dove tutti la fanno da padrone e dove nessuno lo è: due presidenti l’un contro l’altro proclamati; gli Stati Uniti e i loro alleati che stanno andandosene; i talebani, che si preparano a riprendersi il potere; gli sbandati del sedicente Stato islamico, che li osteggiano; e quel che resta di al Qaida. Il sussulto d’attenzione era nei fatti: accordi, faide, attacchi, attentati.

Là dove l’effetto coronavirus è stato più forte è però sulla Libia: 1225 notizie tra gennaio e febbraio, un sacco di attenzione sulla Conferenza di Berlino e le mosse sul terreno e le alleanza diplomatiche di Hafez al-Serraj e Khalifa Haftar vivisezionate come fossero di vitale interesse nazionale. Dopo, nulla a quasi: a marzo, una cinquantina di titoli, di cui una decina sul coronavirus. E non è che Haftar e al-Serraj si siano messi in quarantena, anche se pochi giorni or sono hanno convenuto l’ennesima tregua nel segno dell’emergenza contagio.

Quando usciremo noi dall’incubo della pandemia, scopriremo che le guerre di cui non si parla hanno magari fatto nel frattempo più morti del Covid19. Una certezza ci consoli: avremo modo e tempo di recuperare le notizie perdute; quelle guerre ci aspettano, non finiscono mai.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.