A sfruttare il Covid per la propria propaganda, o per denigrare un nemico, ci hanno provato in tanti. Quel che resta del sedicente Stato islamico, l’Isis, lo ha presentato come un ‘soldato del Califfo’, mandato a sterminare gli infedeli. E molto più successo ha avuto la narrativa del ‘virus cinese’, cara a Donald Trump e sporadicamente ripresa da altri leader più o meno negazionisti: un virus sfuggito, accidentalmente o addirittura intenzionalmente, ai laboratori di Wuhan.

La formula del ‘virus cinese’ pareva però tramontata, con l’uscita di scena del magnate, estromesso dalla Casa Bianca da Joe Biden, che non l’ha mai usata. Invece, il tema torna alla ribalta, sia pure con cautela, in una fase d’incertezza delle relazioni tra Usa e Cina. E Washington cerca e trova sponde a Bruxelles e nelle capitali dei 27: una commissione d’inchiesta, o un approfondimento d’inchiesta, non si nega mai a nessuno.

La ripresa dei negoziati commerciali fra Usa e Cina ha coinciso con la richiesta del presidente all’intelligence di “raddoppiare gli sforzi per raccogliere e analizzare informazioni che possano portarci più vicino ad una conclusione definitiva” sulle origini del virus: Biden vuole un rapporto “entro 90 giorni”.

Secondo i dati della Johns Hopkins University, la pandemia da coronavirus ha infettato nel Mondo oltre 170 milioni di persone e ne ha uccise oltre tre milioni e mezzo, mentre le dosi di vaccino somministrate si avvicinano ai due miliardi. Gli Stati Uniti restano, in assoluto, il Paese con più casi (oltre 33 milioni) e più vittime (quasi 600 mila), davanti all’India e al Brasile, ma sono anche quello con la campagna vaccinale più avanzata.

La richiesta del presidente all’intelligence è stata fatta la scorsa settimana, dopo che il Wall Street Journal aveva rivelato un rapporto confidenziale secondo cui tre virologi del laboratorio di Wuhan si ammalarono di una imprecisata patologia nel novembre 2019 e furono ricoverati in ospedale, mentre il primo caso ufficiale di contagio da Covid risale all’8 dicembre.

Torna, dunque, l’ombra di ritardi e reticenze da parte cinese nell’ammettere il contagio e nel darne l’allarme. E su Pechino s’addensano di nuovo sospetti di scarsa trasparenza sull’origine del Covid. Trump gongola e ne approfitta per attaccare Biden, che – dice – “sta distruggendo il nostro Paese”, criticandone l’atteggiamento e le decisioni verso la Cina, sull’immigrazione e nel Medio Oriente.

L’Unione europea, che ha recentemente inasprito i toni verso la Cina, più rivale che partner, non organizza proprie task force, ma non s’adagia sulle conclusioni ‘inconcludenti’ dell’indagine dell’Oms, criticata dalla stessa agenzia dell’Onu per la sanità.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.