La tecnologia digitale controlla anche la vita privata dei cittadini. Chi guarda le serie tv americane sa già che si può penetrare nelle memorie di dati di privati e istituzioni e financo nei telefoni personali per raccogliere notizie d’ogni genere. In America Palantir con gli algoritmi scopre gli immigrati da espellere, in Cina le telecamere spiano i movimenti di piazza, in Palestina e in Donbass i cecchini omicidi sono droni volanti ‘intelligenti’ che cercano bersagli precisi. Per tutti, qualunque messaggio e qualunque visita a sito internet è controllabile e utilizzabile a dispetto dei diritti individuali di protezione. Gli hacker arrivano dappertutto e riescono a sabotare comandi elettronici, ma lo possono fare anche le istituzioni governative e le centrali di spionaggio. Confini o barriere sempre fragili.
Noi comuni cittadini siamo tranquilli. Primo: non abbiamo segreti da nascondere. Secondo: siamo più di 8 miliardi di persone e prima di arrivare a controllare tutti ci vorrà buon tempo.
Intanto il controllo sulle persone diventa un business. La rete di sicurezza americana Ring, di proprietà di Amazon, installa videocamere, campanelli smart. Microfoni bidirezionali che monitorano in tempo reale quel che succede nelle strade ma anche sulla soglia delle case. Si parla di decine di milioni di telecamere connesse che costituiscono una rete di sorveglianza distribuita, costruita non da un ente pubblico, ma da privati. La sorveglianza è partecipata, nel senso che può essere condivisa perché le registrazioni sono conservate nel server del cloud tecnologico di Amazon.
Ring ovviamente può collaborare con altre istituzioni private oltre che con Dipartimenti di polizia, FBI, ICE e quant’altri. La rete genera un’enorme quantità di video, che possono essere analizzati tramite algoritmi di selezione. I cittadini sono ripresi senza consenso, senza regolamentazione, ogni forma di abuso o di analisi indebita di riconoscimento facciale e di comportamenti intimi o ‘sensibili’ è possibile.
Nell’Unione Europea abbiamo il GDPR (General Data Protection Regulation), la normativa sulla privacy, che cura la protezione dei dati personali. Ci sono limitazioni all’uso di telecamere e per ogni intervento è richiesta una finalità specifica con una base giuridica. Ma, attenzione, la comunicazione digitale web è senza confini, poco protetta e raggirabile tecnologicamente.
Nel mondo il controllo ‘anticriminale’ di certi governi coinvolge anche la sfera privata. La sorveglianza pubblica è estesa anche in molti Paesi. Per esempio: Regno Unito, Australia, Singapore, Russia e Cina (Tianwang), il sistema invasivo è perlopiù ‘giustificato’ sotto il controllo statale.
Il liberismo Usa elude le forme di privacy. E’ un rischio per i diritti democratici dei cittadini e può diventare uno strumento dispotico. La postilla è semplice, la protezione della vita privata non è insignificante.
Paolo Lutteri
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Paolo Lutteri
Paolo Lutteri, di Milano, si occupa di comunicazione e marketing dal 1976. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Milano e Diplomato all’Istituto Universitario di Lingue di Pechino. Giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti e all’Unione Giornalisti Italiani Scientifici. Ha lavorato con il quotidiano Il Giorno, con le società Spe, Sport Comunicazione e Alfa Romeo; con il Gruppo Rai dal 1989 si è occupato di marketing, sport, nuovi media e relazioni internazionali. Ha tenuto corsi presso le Università degli Studi di Milano e Bicocca, le Università di Roma Sapienza e Tor Vergata. Attualmente studia e scrive articoli sull’innovazione culturale e tecnologica, fa parte del Comitato di Direzione della rivista Media Duemila, è socio onorario dell’Osservatorio TuttiMedia, membro d’onore dell’EGTA-Associazione Europea Concessionarie tv e radio, membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Eurovisioni, socio e direttore del Centro Documentazione e Formazione della Fondazione Salvetti. e-mail: paolo.lutteri@libero.it