Un “ombrello” capace di garantire maggiore sicurezza negli atterraggi, ideato e sviluppato interamente a Napoli, che sfrutta materiali innovativi super resistenti e super leggeri e che sarà pronto per il 2017, in tempo per il primo lancio di prova previsto in Svezia e poi per essere preso in considerazione dalle spedizioni per Marte.
Questo è il progetto Irene, presentato nella sede napoletana del Consorzio Ali di via Gianturco, alla presenza di Giuseppe Morsillo, Direttore Marketing, Strategia e Finanza dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), accolto tra gli altri da Giovanni Squame, presidente Ali.
Il programma del “protoflight” (il viaggio zero) sarà gestito dal Cira (Centro Italiano Ricerche Aerospaziali): “La piattaforma Irene sarà lanciata nel 2017 con un razzo, arriverà a 250 chilometri di altitudine e poi effettuerà il rientro – afferma Norberto Salza, fondatore di Ali – atterrando a 88 chilometri di distanza dal punto di partenza”.
Lo sforzo di privati (che hanno investito il 50% delle risorse) e i finanziamenti arrivati da ESA, Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e Ministero dello Sviluppo Economico hanno portato Ali ad avere a disposizione fondi per 5 milioni di euro, tutti concentrati sulla realizzazione di Irene.
Al lavoro per “portare” Napoli su Marte ci sono ben otto aziende del Consorzio Ali, che stanno sviluppando il progetto Irene per arrivare alla realizzazione di una piattaforma spaziale modulare per il rientro atmosferico.
Cosa ne pensa il Direttore dell’ESA, Giuseppe Morsillo?
“È un progetto interessantissimo e realmente concreto. Devo dire bravi a tutti quelli che stanno collaborando alla realizzazione di un’innovazione unica nel suo genere, alla quale sono particolarmente affezionato perché parte proprio da Napoli, mia città di origine, dove la rete tra imprese è diventata realtà”.
È un bene partire dalle “periferie” dell’Europa?
“Per l’ESA è importante constatare che ai grandi progetti, come quello di Irene, partecipano realtà regionali come Ali, che danno un grosso contributo a tutto il settore aerospaziale, sempre concentrato allo sviluppo globale dei vari progetti, ma con un occhio di riguardo alle tante piccole realtà di eccellenza come quella napoletana, dalle quali partono le idee migliori”.
L’Italia, dunque, ha un ruolo importante nei progetti dell’ESA.
“Un ruolo essenziale, che potrebbe essere ancora più importante se solo esistessero altre realtà come Ali, ma anche se ci fossero una maggiore collaborazione e una concreta interazione tra le università d’eccellenza italiane e le tante piccole, medie e grandi aziende che lavorano nel settore aerospazio”.
Il “solito” ritardo italiano?
“In pratica sì. Ci sono realtà universitarie importantissime in Italia che sfornano ogni anno ottimi ingegneri che, però, hanno avuto poche opportunità concrete di lavorare prima di laurearsi e trovano pochi sbocchi lavorativi nonostante le tante possibilità. Una maggiore interazione tra università e aziende darebbe uno slancio importante a tutto il settore, che ogni anno perde decine di bravi ingegneri che portano le proprie idee e propri progetti all’estero, spesso negli Stati Uniti, trovando fortuna e spazi molto distanti dal nostro Paese. C’è ancora tanto da fare, ma siamo sulla buona strada”.

Dario Sautto