Intervista Roberto Saracco Responsabile della Digital Reality Initiative dell’IEEE, Istituto degli ingegneri elettrotecnici e elettronici sul “digital twin”

Roberto Saracco, anche lei crede che il gemello digitale farà presto la sua comparsa come inevitabile evoluzione del nostro modo di vivere Internet?

Partirei da una questione lessicale. “Digital twin” è stato tradotto in italiano con “gemello digitale” per la polivalenza del termine inglese. In realtà, nella sua accezione originale non ha un valore così “umanizzato” come, invece, nella nostra lingua la parola “gemello”. Anche due segni che si assomigliano sono “twin”, così come due elementi speculari. Infatti il concetto nasce dal mondo industriale. Si tratta di una tecnologia che oggi è considerata normalissima nella “digital manufactury”, la General Electrics, la Philips, Tesla, Medea sono solo alcuni esempi di grandi gruppi che la utilizzano in modo estensivo. Ormai il modello digitale corrispondente all’entità fisica è parte integrante del processo di produzione. Il che aiuta sia in fase di progettazione sia, poi, di manutenzione, in quanto permette di agire su eventuali guasti da remoto oltre a favorire un monitoraggio continuo della macchina.

Quindi tutto ciò già esiste, quali sono le nuove direttrici di sviluppo?

Ad esempio Arup sta iniziando a utilizzare il gemello digitale nel campo delle costruzioni. Lo scopo è sempre lo stesso: intervenire su eventuali malfunzionamenti che saranno segnalati spontaneamente dal sistema, oppure mappare tutto l’edificio in modo da favorire i tecnici in fase di intervento. Ovvio che tutto ciò non può prescindere da una fase di progettazione che deve comprendere, giocoforza, anche l’aspetto digitale.

Ciò però non può prescindere da un uso estensivo e costante dell’Iot, cioè del fatto che gli oggetti siano sempre connessi tra loro.

Sì, questa è una condizione preliminare indispensabile, ecco perché l’uso del “digital twin” si sta allargando così velocemente in campo industriale. D’altronde il discorso non riguarda solo le imprese. Philips e General Electrics, ad esempio, stanno lavorando sulla costruzione di un modello digitale dei pazienti per il Sistema Sanitario Nazionale. In questo modo si potrà monitorare che effetto fanno le medicine, quali sono i parametri vitali, insomma, intervenire in modo proattivo grazie alla “health analytics”, associando cosa succede a un singolo paziente in relazione a tutti gli altri casi simili. Anche Nokia sta facendo lo stesso in campo medico. Non dimentichiamo che la presenza sempre maggiore di “ware-bot” che sono in grado di raccogliere dati dal nostro corpo e trasmetterli a un “cloud” affinché questi vengano analizzati e incrociati con i dati emersi dagli esami più specifici che si fanno periodicamente, permetterà una cura sempre più personalizzata dei pazienti. In secondo luogo non si può non citare l’evoluzione della genomica che a breve termine porterà alla sequenzializzazione del genoma. Tutto ciò non potrà che arricchire le vite delle persone. Un ulteriore campo degno di nota che sta avendo sviluppi importanti è quello del modello digitale della persona dal punto di vista cognitivo. Ibm, Sap, Ieee stanno intensificando gli studi in questo settore. In pratica si potrebbe riuscire a capire cosa una persona sa, evidenziare il “gap” rispetto a ciò che dovrebbe sapere ed, eventualmente, intervenire in termini di “education” per colmare questo gap; oppure metterla in contatto con altre persone che hanno le competenze a lui mancanti in modo da costruire un team “ideale” in cui tutte le competenze necessarie sono presenti. In questo modo un’azienda potrebbe ottimizzare le sue risorse umane e digitali per cercare di stabilire piani di sviluppo efficienti.

Per concludere la nostra breve ricognizione potremmo dire che si è partiti da un quadro assolutamente consolidato, che riguarda realtà industriali e produttive, per arrivare a sviluppi sempre più correlati all’uomo (come con le applicazioni in campo sanitario) fino a giungere all’analisi cognitiva, che probabilmente sarà uno dei passi decisivi.

Rispetto a questo non teme derive pericolose, qualcosa come una società distopica in cui le macchine dialoghino con i doppi dei nostri cervelli in ogni contesto?

Mah, lo strumento è neutro. Come ogni scoperta scientifica, come ogni innovazione tecnologica, il vero discrimine è l’uso che si sceglie di fare di una determinata risorsa. Il “digital twin” di per sé non è né buono né cattivo e i suoi sviluppi in campo sociale, al momento, sono ancora relegati al mondo dell’ “e-commerce” e dei “social network”. In un certo senso in questo campo esistono già dei nostri gemelli digitali ai quali si fanno consigli per gli acquisti o proposte di vacanze. Da qui a immaginare di delegare il proprio potere decisionale però la strada è lunga e affatto scontata.