di EDOARDO FLEISCHNER

 

C’era una volta il “villaggio globale”, fatto di miliardi di cellulari e tablet. Ogni contenuto era scritto, memorizzato, letto con due segni, zero e uno. Si era passati, da tempo, dal mondo analogico a quello digitale. Qualcuno, di nascosto, smerciava dischi in vinile, una sostanza nera come la pece, che dava vibrazioni analogiche, sconosciute al rassicurante standard audio, detto Mp3. I film erano copie di copie di copie di copie di copie d’originali. Quando si voleva ricordare che quella pellicola era nata nell’antica era analogica, si usava un filtro che rigava e ingialliva le immagini. Ogni testata giornalistica del Pianeta (e ogni pubblicità) era fatta di bit, on line, no-stop news, leggibile su ogni schermo, da polso, da taschino, da tascone e da bisaccia, dove qualche incurabile nostalgico nascondeva, schiacciato sul fondo, un vecchio giornale analogico di carta stampata, che ogni tanto annusava con frenesia, come fosse una presa di tabacco coloniale.

Il villaggio globale significò la massima efficienza mai raggiunta nell’incontro della domanda con l’offerta. L’utente vi trovava tutto. Tutti i saperi erano compilati dagli abitanti dei cinque continenti. Trovava anche amori, relazioni, amici. Qualche volta, perché il villaggio fosse “tutto il mondo è paese”, trovava anche truffe, furti e malversazioni. Il villaggio globale cancellava la privacy e massacrava il copyright. Sgocciolava cablogrammi. Nel villaggio globale si trovava solidarietà, razzismo e odio. Si trovava la comunità connessa più vasta del globo con 600 milioni di iscritti, il terzo Paese transnazionale della Terra.

Chiunque trovava il modo di far sapere a migliaia di persone, tutte insieme e tutte nello stesso momento, che era lì, in mezzo ad una rivoluzione. Ogni suo cinguettio aveva il potere globale di donare ad altri il coraggio di cinguettare finalmente. Cinguettii che rimbombavano, vittoriosi, nelle piazze di mondi migranti. Dicevano convinti e convincenti che erano tutti uguali nella gerarchia della comunicazione, non più da uno a molti, ma “one to one” e “many to many”. Il villaggio globale si inventava nuove barrette di DNA della democrazia.

Ma il villaggio globale era anche un efficientissimo “sfogatoio” e un formidabile “consolatoio”.

Un giorno, il villaggio globale si accorse del villaggio crossmediale. Qualcuno guardò fuori dalla propria finestra e riscoprì il proprio territorio di appartenenza. Pensò di informarne la propria raggiungibile comunità, con i piedi nel locale ma con la mente ormai consolidata al globale. Portò in giro la voce che nel proprio palazzo ci sarebbe stata una festa grande, fatta da tante feste ad ogni piano. Così fu il villaggio crossmediale. E nulla fu più come prima. Tutto fu molto come prima-prima. Ma questa è un’altra storia… Che andiamo a raccontare.

Nel villaggio crossmediale si vive di storie e di giochi. Tutti noi siamo una storia. Tutti noi partecipiamo ad un gioco. Gli elementi del villaggio crossmediale sono anche linguaggio, contesto, strumenti e ambiente. Il linguaggio può essere squisitamente contaminato. Il messaggio parte da un “Grand Master”, che sia una sola splendida foto, oppure una magnifica produzione in HD, 16/9, 3D. Poi attraversa anche trenta, quaranta, media diversi, arricchendosi, intersecandosi, potenziandosi. Ma il contesto, gli strumenti e l’ambiente devono essere innovativi. Tutti si dicono creativi, tutti dichiarano di sposare l’innovazione. Incominciando dalla pubblicità. Tutti dicono che vogliono innovarsi, che amano il futuro. Incominciando dai “clienti”. Ma poi, piccolo arretramento dopo piccolo arretramento, come su un piano inclinato si scivola verso l’immutabile, vecchio, trito messaggio e linguaggio.

Troppe aziende sono castelli medioevali. Pur multinazionali, non vogliono conoscere la democrazia interna ed esterna. Non hanno il coraggio di sperimentare, apprendere, perdere (è utile perdere), vincere, partecipare, quindi cambiare (è utile cambiare, anzi è vitale), cioè innovare.

 

Edoardo Fleischner

Università statale di Milano

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