Da Antonia Arslan una riflessione che attraversa la storia del Corriere della Sera e interroga il futuro dell’informazione.

Centocinquant’anni di storia del Corriere della Sera sono anche centocinquant’anni di storia delle donne nel giornalismo italiano. Un percorso lungo, complesso, spesso invisibile. In occasione delle celebrazioni per il secolo e mezzo del quotidiano milanese, la scrittrice Antonia Arslan ha richiamato l’attenzione su una realtà che attraversa non solo la storia del Corriere, ma quella dell’intero sistema dell’informazione: le donne hanno dovuto conquistare con maggiore fatica il diritto di scrivere, dirigere, raccontare il mondo. E, troppo spesso, sono state pagate meno.

La questione non appartiene al passato. Le statistiche più recenti mostrano come il divario retributivo continui a caratterizzare anche il settore dei media, nonostante la crescente presenza femminile nelle redazioni. Le giornaliste rappresentano oggi una componente fondamentale della professione, ma raramente occupano in proporzione le posizioni apicali e continuano a registrare differenze salariali, minori opportunità di carriera e una più elevata precarietà lavorativa.

La storia delle donne nel giornalismo italiano è una storia di pionierismo. Per decenni le firme femminili furono confinate nelle pagine dedicate alla famiglia, alla moda o alla cultura. Entrare nella cronaca politica, economica o giudiziaria era un’eccezione. Eppure furono proprio queste professioniste ad ampliare il linguaggio dell’informazione, introducendo nuovi punti di vista e nuovi temi, contribuendo a trasformare il giornalismo in uno strumento più aderente alla complessità della società.

Antonia Arslan, studiosa della scrittura femminile tra Otto e Novecento e voce autorevole della cultura italiana, ha dedicato parte delle sue ricerche al rapporto tra donne, editoria e giornalismo, evidenziando come l’accesso delle donne alla sfera pubblica sia stato ostacolato da pregiudizi culturali e strutturali. La loro presenza nelle redazioni non era considerata un valore aggiunto ma una concessione. Il riconoscimento economico arrivava, quando arrivava, in ritardo.

E i numeri dimostrano che quella battaglia non è ancora conclusa. Secondo il rapporto “Lo Stato del Giornalismo Italiano”, realizzato dalla Fondazione Paolo Murialdi con il contributo di INPS e Sapienza Università di Roma, il gender pay gap nel giornalismo italiano raggiunge ancora il 16%. Nel 2023 la retribuzione media annua dei giornalisti uomini è stata di oltre 62 mila euro, mentre quella delle giornaliste si è fermata poco sopra i 54 mila euro. Un divario che tende ad ampliarsi nelle fasce professionali più elevate.

Le differenze diventano ancora più evidenti quando si osservano le posizioni di vertice. Le direzioni editoriali, gli incarichi manageriali e le fasce retributive più alte restano prevalentemente maschili. Tra i professionisti che percepiscono redditi superiori ai 100 mila euro annui, la maggioranza è composta da uomini. Una situazione che si riflette inevitabilmente anche sul piano previdenziale, con pensioni mediamente più basse per le donne, conseguenza di carriere più discontinue, periodi di precarietà e minori opportunità di avanzamento.

Il tema riguarda anche l’evoluzione tecnologica del settore. Oggi il giornalismo vive una trasformazione profonda, segnata dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, dalla centralità delle piattaforme digitali e dalla crisi dei modelli editoriali tradizionali. In questo scenario, la parità di genere non può essere considerata una questione separata dall’innovazione.

Le redazioni che affrontano la sfida del digitale hanno bisogno di pluralità di competenze, di sguardi differenti, di sensibilità diverse. Diversità e inclusione non rappresentano soltanto valori etici o obiettivi di equità sociale: sono fattori che incidono direttamente sulla qualità dell’informazione, sulla capacità di comprendere i cambiamenti e di interpretare una società sempre più complessa e interconnessa.

Il digitale, tuttavia, ha prodotto effetti contraddittori. Da un lato ha moltiplicato le opportunità di pubblicazione e di accesso alla professione; dall’altro ha accentuato la precarizzazione del lavoro giornalistico. Molte giovani professioniste operano oggi come freelance, collaboratrici, autrici di contenuti per piattaforme e social media, in un ecosistema in cui la visibilità non coincide necessariamente con una giusta remunerazione. Il rischio è che le disuguaglianze del passato si riproducano in forme nuove.

A 150 anni dalla nascita del Corriere della Sera, la riflessione proposta da Antonia Arslan invita quindi a guardare oltre la celebrazione della memoria. La vera domanda non riguarda soltanto il cammino compiuto, ma la capacità della professione giornalistica di riconoscere, valorizzare e retribuire equamente il talento femminile.

La storia insegna che il cambiamento è possibile. Ma insegna anche che nessuna conquista è definitiva. Se il Novecento è stato il secolo dell’ingresso delle donne nelle redazioni, il XXI secolo dovrà essere quello della piena parità professionale ed economica. Perché la qualità dell’informazione, oggi come ieri, dipende anche dalle condizioni di lavoro di chi la produce. E perché non può esistere innovazione autentica senza inclusione, né futuro del giornalismo senza il pieno riconoscimento del contributo delle donne.

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Maria Pia Rossignaud
Giornalista curiosa, la divulgazione scientifica è nel suo DNA. Le tecnologie applicate al mondo dei media, e non solo, sono la sua passione. L'innovazione sociale, di pensiero, di metodo e di business il suo campo di ricerca. II presidente Sergio Mattarella la ha insignita dell'onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana. Vice Presidente dell’Osservatorio TuttiMedia, associazione culturale creata nel 1996, unica in Europa perché aziende anche in concorrenza siedono allo stesso tavolo per costruire il futuro con equilibrio e senza prevaricazioni. Direttrice della prima rivista di cultura digitale Media Duemila (fondata nel 1983 da Giovanni Giovannini storico presidente FIEG) anticipa i cambiamenti per aiutare ad evitare i fallimenti, sempre in agguato laddove regna l'ignoranza. Insignita dal presidente Mattarella dell'onorificenza di "Cavaliere al Merito della repubblica Italiana. Fa parte del gruppo di esperti CNU Agcom. E' fra i 25 esperti di digitale scelti dalla Rappresentanza Italiana della Commissione Europea. La sua ultima pubblicazione: Oltre Orwell il gemello digitale anima la discussione culturale sul doppio digitale che dalla macchina passa all'uomo. Già responsabile corsi di formazione del Digital Lab @fieg, partecipa al GTWN (Global Telecom Women's Network) con articoli sulla rivista Mobile Century e sui libri dell'associazione. Per Ars Electronica (uno dei premi più prestigiosi nel campo dell'arte digitale) ha scritto nel catalogo "POSTCITY". Già docente universitaria alla Sapienza e alla LUISS.