Nella partita tra sicurezza e diritti, un punto ai diritti. Forse. Perché le interpretazioni della sentenza con cui la Corte di Giustizia europea ha cancellato la direttiva del 2005 che avallò la conservazione di tutti i dati telefonici per un minimo di sei mesi e un massimo di due anni non sono univoche. E l’incertezza e la confusione possono andare a detrimento della sicurezza senza garantire i diritti.
Quella direttiva nacque nel clima di “guerra al terrorismo” post 11 Settembre 2001, acuito in Europa dalla paura per gli attentati di Madrid 2003 e Londra 2005, e – si ammette a Bruxelles – “risentiva della fretta con cui era stata fatta”.
La vice-presidente della Commissione europea Viviane Reding, responsabile della giustizia e autrice di una proposta di riforma della protezione dei dati alla europea, osserva che la sentenza conferma che la sicurezza “non è un super-diritto”. Fonti vicine agli affari interni, invece, esprimono preoccupazioni per l’impatto del verdetto, anche se la commissaria Cecilia Malmstrom ammette le criticità già rilevate nel 2011 sulla “proporzionalità” tra sicurezza e privacy.
Nell’immediato, in realtà, non cambia nulla. Gli inquirenti potranno continuare a utilizzare i dati telefonici raccolti: la direttiva, infatti, è stata recepita e trasformata in leggi nazionali da 26 dei 28 paesi Ue (tutti tranne Germania e Belgio, che erano già finiti sotto procedura di infrazione).
Le leggi nazionali non sono abrogate dalla sentenza della Corte di Lussemburgo e “restano valide”, anche se sono evidentemente esposte al rischio di ricorsi, tanto da parte dei singoli cittadini quanto da parte delle compagnie telefoniche, fondate sulla sentenza emessa l’8 aprile.
Si profila un vuoto giuridico europeo, perché la Corte cancella la direttiva “come se non fosse mai esistita”. Per armonizzare il quadro europeo, la Commissione dovrà presentare una nuova proposta (il che non avverrà prima dell’insediamento del nuovo Esecutivo, se va tutto bene a novembre). È possibile che il Consiglio dei Ministri dell’Ue ne discuta presto e che il problema vada a ispessire l’agenda del semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Ue.
Per i contenuti della sentenza, ci affidiamo ai documenti della Corte e alle cronache dell’ANSA. Secondo i giudici europei, imporre la conservazione dei dati comporta un’ingerenza di vasta portata e di particolare gravità in due diritti fondamentali: il rispetto della privacy e la protezione dei dati. E, inoltre, il fatto che l’utilizzo dei dati possa avvenire all’insaputa degli utenti genera la sensazione di vite “oggetto di costante sorveglianza”. Quei dati, infatti, raccontano chi abbiamo chiamato e quando e da dove e per quante volte e quanto tempo abbiamo parlato. Insomma, svelano la rete di tutti i nostri rapporti.
La lotta al terrorismo e alla criminalità fu la molla che, nel 2005, spinse a varare a tempo di record la direttiva, sostenuta dalla presidenza di turno britannica dell’allora premier Tony Blair. E la Corte ora rileva che sono stati varcati “i limiti imposti dal rispetto del principio di proporzionalità”. Tre, nello specifico, gli errori: non aver indicato “alcuna differenziazione, limitazione o eccezione” nell’individuare i “reati gravi” contro cui vale il ricorso ai dati; non avere subordinato l’accesso ai dati all’autorizzazione o al controllo di un giudice o di un ente amministrativo competente; e aver indicato una durata della conservazione minima di sei mesi e massima di 24, senza dare criteri con cui determinarle.

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Giornalista, collabora con vari media (periodici, quotidiani, siti, radio, tv), dopo avere lavorato per trent'anni all'ANSA, di cui è stato direttore dal 2006 al 2009. Dirige i corsi e le testate della scuola di giornalismo di Urbino e tiene corsi di giornalismo alla Sapienza.