Derrick de Kerckhove è intervenuto all’evento Città nel futuro organizzato da ANCE (Associazione nazionale costruttori edili) con una riflessione originale sul destino urbano e sulle trasformazioni tecnologiche che ci attendono. Ha spiegato di sentirsi “un po’ fuori posto” perché non è architetto, ma ha ricordato come da oltre trent’anni si occupi di esperienza urbana insieme agli studenti, ed anche sul campo elaborando un concetto da lui stesso ideato e chiamato “felicità urbana”. L’obiettivo era quello di restituire alle città – in particolare a quelle del Sud Italia, spesso piuttosto tristi – un senso di appartenenza e di benessere per i cittadini.
In un primo momento, ha pensato di concentrarsi su questo tema, ma ha poi cambiato prospettiva quando ha visto che si parlava di 2030 e 2050: non solo presente, ma futuro. Secondo de Kerckhove, il vero medium del futuro è il quantico, come spiega nel suo libro “L’uomo quantistico” edito da Rai Libri. Eppure, ha sottolineato, nessuno ne aveva ancora parlato, nonostante il 2025 sia l’anno internazionale della ricerca e della tecnologia quantistica e ben sei premi Nobel siano stati recentemente assegnati in questo ambito.
Il quantico – ha osservato – è già alle porte. Ogni giorno arriva un’innovazione che ci spinge in quella direzione. Presto i telefoni saranno quantici, o forse nemmeno più necessari, sostituiti da strumenti indossabili capaci di tradurre in tempo reale senza disturbare nessuno. Ma il quantico non è solo tecnologia: rappresenta un cambiamento culturale e psicologico profondo.
Immaginando la città del futuro, de Kerckhove ha proposto per Roma la creazione di un centro urbano quantico. Finora il concetto di “gemello digitale” non è che una riproduzione della smart city, già digitalizzata. Ma con i sistemi digitali tradizionali non basta più: un computer quantico sarà in grado di dialogare con i cittadini in tempo reale, sempre. La città stessa diventerà un organismo vivente, sensibile, che parla con noi in modo continuo.
Ha ricordato che stiamo già perdendo gran parte della nostra privacy e che stiamo progressivamente delegando all’esterno anche i contenuti della mente, attraverso le intelligenze generative. La sfida, dunque, sarà quella di gestire queste macchine e di prepararci a una sensibilità nuova: quella di cittadini interconnessi, veri e propri sensori permanenti della città.
Secondo de Kerckhove, la transizione digitale che stiamo vivendo non è fine a sé stessa: è un passaggio verso il quantico. Il digitale traduce la materia in informazione, ma per gestire questa mole servono sistemi di analisi e integrazione più potenti. Per questo ha ribadito la necessità di costruire al più presto un centro digitale quantico.
Ha poi affrontato il tema dei grandi attori tecnologici globali. Pur riconoscendo che spesso operino per profitto personale, ha sottolineato che senza di loro non avremmo molte delle innovazioni attuali. Negli ultimi quarant’anni, ha detto, si è accumulato un capitale cognitivo collettivo straordinario, che alla lunga dovrà diventare un bene pubblico. I large language model dovrebbero essere considerati dominio pubblico, perché costruiti sulle informazioni prodotte da tutti noi.
Ha aggiunto che, pur con i limiti del copyright e di un sistema ancora legato alla cultura alfabetica e meritocratica del denaro, occorre apprezzare il fatto che oggi esistano enti in grado di occuparsi del nostro futuro. Condannare i “tech bros” è, secondo lui, un lusso inutile: molto più importante è accompagnare la crescita dell’intelligenza collettiva, pur affrontando i problemi legati a vecchie resistenze culturali come maschilismo e predominio bianco.
Ha infine citato la recente manifestazione organizzata da un milione di giovani per difendere un paese lontano duemila chilometri, con religione e cultura diverse, nata dall’iniziativa di una ragazza di appena sedici anni. Un segnale, per de Kerckhove, che una nuova generazione è già capace di pensare la realtà in modo diverso e di guidare il futuro.
