Angela Del Vecchio, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Santa Maria Capua Vetere, interviene all’evento “Intelligenza artificiale e professioni intellettuali: competenze, regole e responsabilità”, organizzato dal COA di Santa Maria Capua Vetere in collaborazione con la Fondazione Fest unitamente all’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Caserta e al Consiglio Notarile di SMCV, riportando al centro del dibattito un elemento spesso dato per scontato: il valore del confronto tra professioni. È proprio dal dialogo tra punti di vista diversi, osserva, che diventa possibile leggere davvero la complessità dell’intelligenza artificiale.
Dalla riforma Cartabia alla giustizia digitale: promesse e criticità
Nel suo intervento, Del Vecchio ripercorre il decennio di trasformazioni che ha attraversato la giustizia italiana, segnato da una spinta decisa verso la digitalizzazione e culminato nella riforma Cartabia. Un passaggio importante, ma non privo di criticità: secondo la presidente, i risultati non sono stati quelli attesi, tanto che l’avvocatura ne ha chiesto l’abrogazione.
Il cambiamento più evidente riguarda il modo stesso di “fare processo”. La progressiva affermazione del telematico e delle trattazioni scritte ha ridotto l’oralità e il confronto diretto in aula. Strumenti utili, certo, ma che – nel bilancio complessivo – non hanno inciso in modo significativo sull’efficienza del sistema.
Emerge così una contraddizione tipica delle fasi di transizione: l’Italia si colloca tra i Paesi più avanzati nella digitalizzazione della giustizia, anche grazie agli investimenti del PNRR, ma proprio l’applicazione di queste innovazioni nei contesti più fragili mette in luce limiti strutturali, fino a rallentare la giustizia di prossimità.
Intelligenza artificiale e decisione giudiziaria: il limite dell’algoritmo
In questo scenario si inserisce l’intelligenza artificiale, che Del Vecchio invita a osservare con uno sguardo pragmatico. Il suo impiego più efficace, sottolinea, si colloca sul piano organizzativo e amministrativo, dove può contribuire a colmare carenze di risorse e migliorare l’efficienza. Più complesso, invece, il suo utilizzo nei processi decisionali.
Il nodo è chiaro: non esiste una definizione univoca di IA, ma esiste una linea di confine. Come strumento, può supportare magistrati e avvocati; come possibile sostituto, soprattutto nella cosiddetta giustizia predittiva, apre scenari che toccano il cuore stesso dello Stato di diritto.
Perché la decisione giudiziaria non è un calcolo automatico. Si fonda sulla motivazione, su un percorso argomentativo che rappresenta una garanzia costituzionale. Ridurre questo processo a un algoritmo significherebbe mettere in discussione principi fondamentali e trasformare il diritto in un sistema statico, incapace di evolversi attraverso l’interpretazione.
Accanto a queste riflessioni, resta aperta la questione infrastrutturale. La digitalizzazione ha prodotto banche dati e strumenti avanzati, ma l’interoperabilità – anche a livello europeo – è ancora incompleta. Allo stesso tempo, la velocità delle riforme ha spesso superato la capacità di adattamento del sistema, con difficoltà particolarmente evidenti nel settore penale.
Non è dunque solo una questione tecnologica. L’intelligenza artificiale porta con sé interrogativi etici e culturali profondi. In questa direzione si muove anche il quadro normativo europeo, con l’AI Act che prova a tenere insieme innovazione e tutela dei diritti fondamentali.
La riflessione resta aperta. Ed è forse proprio questo il punto più importante: di fronte a una trasformazione così rapida, serve un confronto continuo, capace di tenere insieme competenze diverse. Perché l’intelligenza artificiale, conclude Del Vecchio, non è solo una tecnologia da adottare, ma una sfida da comprendere fino in fondo, nei suoi limiti così come nelle sue opportunità.
