MAXXI2La libertà d’espressione e d’informazione come elemento componente dell’integrazione europea e, in questo contesto, il ruolo del servizio pubblico un tempo audiovisivo e oggi multimediale: argomenti corposi, e magari a rischio di risultare un po’ noiosi, che vanno forte in questi giorni (settembre ha la vocazione a essere mese di convegni che non lasciano traccia nei fatti, ma mobilitano potenti, esperti, affabulatori, giornalisti).
Se n’è parlato a Roma a The Promise of the EU, un evento organizzato al Maxxi dalla presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Ue, dal dipartimento delle Politiche europee della Presidenza del Consiglio e dalla Commissione europea. Se n’è parlato al Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale della Sapienza, a un seminario della serie ‘Pallacorda, idee e proposte per ripensare la Rai’. E se ne parlerà, sabato 20, a Torino, a un convegno allestito da Infocivica su un modello europeo di servizio pubblico, in occasione del Prix Italia Rai –ci torneremo su-.
Nell’evento al Maxxi, comunicazione e informazione erano i temi forti di due dei gruppi di lavoro: uno su come rendere il processo d’integrazione più democratico, l’altro sull’autonomia editoriale come valore democratico. Soggetto, questo, mal posto, con implicito riferimento ai media pubblici, più che ai media in generale.
Evidente, infatti, che l’autonomia editoriale non può mai prescindere dalla proprietà dei media. E, se nei media pubblici ci si può attendere, anzi si deve pretendere, una pluralità interna, il discorso non vale per i media privati. Ecco, quindi, emergere, come valore democratico imprescindibile, più che l’indipendenza editoriale il pluralismo mediatico, che non è di per sé garantito dalla pluralità delle testate.
Quanto all’autonomia editoriale, essa appare affidata, in prima battuta, ma anche essenzialmente, all’indipendenza di giudizio e all’onestà intellettuale –e non solo- del singolo direttore e, più ancora, del singolo giornalista: un’informazione fatta con la schiena dritta vale più d’un’informazione prona ai poteri politico ed economico e alle fonti, pur posta sotto le egide altisonanti di leggi e carte.
La discussione è andata oltre questi confini: la nostalgia della qualità dell’informazione –ma quando mai fu l’Età dell’Oro del giornalismo?, dove mai sta l’Eden del Giornalismo?-; l’asserita –da alcuni: io non ci credo!- contrapposizione tra tempestività e accuratezza; l’impatto di blog, new media e social media.
Roba da uscirne convinti che, se si fa una buona informazione, si fa l’Europa unita. Magari è proprio vero!

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.