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di FORTUNATO PINTO –

L’engagement dei cittadini nella vita politica attraverso i social network è sempre più diffuso: questo è il dato che riporta il Pew Research  Center nell’ultimo studio sull’attività dei cittadini americani nel contesto politico che li circonda. Nei dodici mesi precedenti le interviste, riferisce il centro di ricerca, il 39% dei soggetti analizzati si è impegnato in attività politiche utilizzando i social media, sopratutto Facebook e Twitter. Nell’analisi effettuata sui cittadini americani nel 2012 rispetto ai dati del 2008, il 28% ha utilizzato questi siti di networking per condividere articoli o storie di vita politica, corrispondente al 17% in più rispetto allo stesso periodo di quattro anni prima. Infatti, nel 2008 solo l’11% degli iscritti ai social network condivideva contenuti politici e, inoltre, in quel anno il 13% degli utenti connessi online è entrato a far parte di una community virtuale di tipo politico mentre lo scorso anno era il 21%.

I cittadini che sono impegnati politicamente sui social network svolgono, inoltre, altri tipi di attività,  ad esempio il 68% di essi partecipa a comizi politici oppure invia lettere  – sia offline (53%) che online (60%) – a soggetti politici a loro vicini o, ancora, contribuisce economicamente a cause di interesse comunitario (20%). Risulta nello studio del Pew Research Center che l’83% degli attivi politicamente sui social network compie anche azioni al di fuori di questi in un continuum tra diversi mezzi e modalità di interazione. A tal proposito abbiamo intervistato la professoressa Maria D’Ambrosio, dell’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa, chiedendo il suo parere sul concetto di democrazia liquida e del diffuso utilizzo dei social network, soprattutto Twitter, per partecipare alla vita politica.

Secondo la prof. D’Ambrosio, Twitter è un ambiente che richiede una modalità di comunicazione dove sono necessari la brevità e la semplificazione. Costituisce una modalità che non può essere sostitutiva delle altre forme (e degli altri luoghi) della democrazia. Può essere cioè parte di una strategia più complessa (e certo non breve e non semplice) per attivare un dialogo, un confronto e una riflessione pubblica che coinvolge una comunità più o meno estesa nel processo decisionale di chi esercita il potere (per conto della comunità). “Stabilire la popolarità o l’impopolarità di una decisione, o farsi orientare dai contributi dei cinguettatori di Twitter, non credo sia un metodo partecipativo ma solo un modo per fare audience-consenso. La democrazia non può essere ridotta al consenso” sostiene la professoressa. E’, dunque, importante il dibattito, il confronto, il dialogo: da cui emergono le decisioni.

“Twitter non può ‘risolvere’ i problemi della democrazia, così come le votazioni in Parlamento non possono ridursi ad un sì o un no né tantomeno ad una logica da sondaggio, ma essere parte di un processo decisionale più complesso che parte dalla necessità di ciascun uomo politico di stare dentro le questioni su cui dovrà decidere”. In questo senso, secondo la prof. D’Ambrosio, la democrazia che sceglie e riconosce il Web come spazio sociale e Twitter come forma di comunicazione pubblica, riconosce il significato dei rituali e delle istituzioni che la società democratica si è data per rendere le scelte politiche un’azione sociale che investe cioè l’interesse collettivo e non individuale. “A partire dal Parlamento, considerato un ‘dispositivo’, una ‘macchina’, per l’esercizio democratico del potere decisionale fino ad altri dispositivi e luoghi della comunicazione come Twitter, c’è bisogno di chiedersi se sia legittimo l’uso che si fa di questi dispositivi. Chiedersi, cioè, se le finalità per le quali vengono usati rispondono e riguardano il ‘bene comune’”.

Rispetto alla percezione dei cittadini relativa al contesto politico e al ruolo che può rivestire l’uso di Twitter, la prof. D’Ambrosio sostiene che gli utenti online costruiscono un loro immaginario sociale partecipando e osservando ciò che Twitter e altri spazi rendono visibile tenendo in considerazione però che la percezione che ciascuno spazio offre, dentro o fuori dal Web, è solo un punto di vista. “Essere cittadini vuol dire potersi muovere e partecipare di quanti più spazi pubblici possibili. Se il concetto di partecipazione è diventato così centrale per qualificare la democrazia, vuol dire che si sta rivendicando il senso politico, cioè pubblico, del potere”.

Fortunato Pinto

media2000@tin.it

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