La democrazia è incompiuta. Anche negli Stati dove è citata nella Costituzione ci sono contraddizioni tra l’enunciazione dei principi e la reale situazione dei fatti. Le disuguaglianze sociali, per genere, censo, istruzione, disponibilità di servizi … sono discriminanti e non permettono alla popolazione di accedere con pari diritti al welfare. Sembra mancare un controllo efficiente sull’uguaglianza democratica.
Ma anche l’applicazione della giustizia è alla berlina, sia per la burocratizzazione, sia per la lentezza, sia per il comportamento degli operatori, sia per tanti preconcetti ‘culturali’ e profonda mancanza di volontà rieducativa.
Questo argomento è il pane quotidiano per i media tradizionali e anche per le comunicazioni social. Quindi succede che, come nel calcio ogni tifoso si erge ad allenatore della squadra, anche nella cronaca nera il cittadino si improvvisa commentatore di crimini. Fa indagini amatoriali, spara giudizi senza competenza completa dei fatti e delle procedure.
Questo atteggiamento nasce anche da una pressione mediatica piuttosto forte, non solo per le notizie di attualità, ma anche per la letteratura scritta e audiovisiva di genere poliziesco e criminale, che dilaga nei romanzi, nei film e nelle serie televisive (italiane e internazionali) e influisce poco positivamente sull’opinione pubblica.
Qui i thriller americani ci hanno educato a trattare assassini, complotti e corruzioni, con interventi violenti, spesso in elusione di regole di rispetto dei diritti umani. Killer, sceriffo e giudice corrotto sono i prototipi delle storie.
Anche nei talk show nostrani, i retroscena e i dettagli incuriosiscono pruriginosamente i telespettatori, suggeriscono interpretazioni di fantasia, aprono a deviazioni strumentali, fanno discutere delle cause, delle colpe e delle responsabilità con analisi più emotive che razionali. I media ci coinvolgono nel marasma dei delitti come fosse spettacolo.
Il pubblico è diventato un gigantesco tribunale, trasferito ampiamente in televisione (o su youtube per gli smartphone) che include le gazzarre tra avvocati e giornalisti d’opinione. Poco rispetto per le vittime dirette e quelle collaterali coinvolte nei casi, privacy resa pubblica e sentimenti intimi ignorati. Onori solo ai commentatori.
La platea del pubblico, come se vedesse gladiatori al circo, si distrae così dalle funzionalità di una società democratica, libera nei pensieri ma forzata nei consumi di critica. Una democrazia distratta, attenta, ma senza perizia, al gossip.
Per buona sorte, accanto a molti schiamazzi impudichi, abbiamo anche un giornalismo di inchieste sociali e politiche che tiene sotto tiro le disinvolture delle amministrazioni pubbliche e le incongruenze degli affari. Oltre alle firme più diligenti dei nostri mass media, mi permetto di citare e plaudire ai partecipanti e agli organizzatori del Premio Morrione (https://www. premiorobertomorrione.it/).
Paolo Lutteri
