A Stefania Siani – CEO e Chief Creative Officer di Serviceplan Italia e Presidente di ADCI, Art Directors Club Italiano che è protagonista questa settimana del progetto “Comunicazione e futuro. il valore di un common ground” ho anche chiesto di rispondere ad una domanda sulle donne e la pubblicità. La risposta è qui nel nostro canale Donna è Innovazione.
Lei si occupa dell’immagine della donna nella pubblicità. Come dovrebbe essere rappresentata oggi? Ha una visione chiara su cosa sia giusto fare?
“Personalmente, grazie al progetto Equal, ho il privilegio di osservare da vicino come la rappresentazione della donna stia evolvendo nel mondo della comunicazione. Uno dei problemi principali – oggi più che mai – è proprio come le donne vengono rappresentate nella pubblicità: gli stereotipi persistono, anche quando sembrano superati.
Collaboriamo da tempo con l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, e c’è un dato interessante: se solo pochi anni fa ricevevamo circa trenta segnalazioni all’anno per contenuti offensivi o discriminatori, oggi siamo a una media di una sola segnalazione annuale. Questo dimostra che i programmi di sensibilizzazione avviati da agenzie e aziende hanno iniziato a produrre effetti concreti: il sistema sta imparando ad autoregolamentarsi, a prendere coscienza.
Tuttavia, quello che oggi ci preoccupa è il rischio di una retromarcia culturale. Dopo anni di impegno per valorizzare il merito femminile – nelle agenzie, nei consigli di amministrazione, nei panel, nella direzione creativa – iniziano a emergere narrazioni che mettono in discussione queste azioni, definendole discriminatorie, in quanto non basate unicamente sul merito.
Io ho una visione molto chiara su questo punto: il merito va sempre contestualizzato. Non si tratta di favorire qualcuno, ma di riconoscere che spesso mancano gli strumenti per mappare il talento femminile. Non esistono database strutturati, le donne non vengono segnalate, e questo alimenta una condizione di invisibilità che mina alla radice ogni criterio di valutazione.
Con Equal abbiamo lavorato proprio per fare emergere queste professionalità, per dare nomi, volti e storie a talenti che per troppo tempo sono stati ignorati o sottorappresentati.
Il merito non ha genere né ideologia. Ma se vogliamo davvero difenderlo, dobbiamo assicurarci che sia misurato con strumenti equi e inclusivi.
Anche nella pubblicità. Anche nei luoghi dove si costruiscono immaginari.
E per questo continueremo, con convinzione, a fare la nostra parte”.
