Le Postille di Paolo Lutteri14 maggio 2026
Ereditarietà: ciascuno di noi ha addosso i geni dei propri antenati, che forse tanto tempo fa si sono incrociati. Tra umani abbiamo certamente elementi comuni, ma non necessariamente unificanti. Anzi, di generazione in generazione le diversificazioni si sono moltiplicate, gli scambi sono stati fecondi di nuove personalità, nuove idee e invenzioni. Il progresso intellettuale nasce così, e non è detto che il ceppo originario sia di un solo Adamo. Creatività e fantasia, ma oggi sarebbe il caso che ci mettessimo tutti d’accordo, almeno sui punti principali della civiltà, invece di sfidarci e guerreggiare.
Il progresso nasce e cresce con l’inventiva. La storia della creatività è cominciata con gli strumenti elementari: il bastone, la leva, il vaso, la ruota… la matita… il motore… le protesi… il telescopio…, strumenti passivi.
Oggi tocca alla tecnologia informatica, strumento attivo.
Due citazioni (fra tante): 1- i motori di ricerca che scandagliano tutto quel che c’è di scritto e di visibile alla velocità della luce; 2- i modelli linguistici che a domanda generano risposte intelligenti perché arrivano a far collegare elementi che convergono anche se posizionati lontano. E non è fantascienza, ma realtà quotidiana disponibile per tutti. Lettere, consonanti, vocali, parole e ideogrammi sono tutti riproducibili e sotto controllo d’uso. Anche la sintassi e la logica? Sì, almeno quasi sempre, perché, come nelle automobili ogni tanto si rompono i freni.
Le macchine seguono o precedono? Siamo al punto che non è problematico sostituire il lavoro umano con le macchine, ma lo è se i sistemi addestrano gli umani a comportarsi come macchine. L’intelligenza artificiale può essere birichina. La creatività è per tutti o solo per un’élite?
Insomma: c’è il dubbio che qualche suprematista umano indirizzi la tecnologia a educare sudditi passivi e obbedienti. Qualche caso di neo-servitù c’è già in aziende di primo piano tecnologico, dove lo stress di tempi e metodi, calcolati con intelligenza artificiale, è di norma per produrre o far consumare di più.
Un’istituzione sociale come il sindacato dei lavoratori sta sparendo nelle tech companies. Forse che il dialogo tra imprenditori e lavoratori sia inutile? Forse che i contenziosi tra superpotenze e piccole sovranità siano affidati ad una forza tecnologica militare o al peso di un patrimonio monetario (peraltro ovunque ricchissimo di debiti)? Forse che diritti e doveri sanciti dalla storia civile non contino più?
Forse bisogna farci sopra una riflessione. Anzi, senza ‘forse’.
Paolo Lutteri
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Paolo Lutteri
Paolo Lutteri, di Milano, si occupa di comunicazione e marketing dal 1976. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Milano e Diplomato all’Istituto Universitario di Lingue di Pechino. Giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti e all’Unione Giornalisti Italiani Scientifici. Ha lavorato con il quotidiano Il Giorno, con le società Spe, Sport Comunicazione e Alfa Romeo; con il Gruppo Rai dal 1989 si è occupato di marketing, sport, nuovi media e relazioni internazionali. Ha tenuto corsi presso le Università degli Studi di Milano e Bicocca, le Università di Roma Sapienza e Tor Vergata. Attualmente studia e scrive articoli sull’innovazione culturale e tecnologica, fa parte del Comitato di Direzione della rivista Media Duemila, è socio onorario dell’Osservatorio TuttiMedia, membro d’onore dell’EGTA-Associazione Europea Concessionarie tv e radio, membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Eurovisioni, socio e direttore del Centro Documentazione e Formazione della Fondazione Salvetti. e-mail: paolo.lutteri@libero.it