Nell’ottobre del 2011 a Torino si celebravano i 150 anni dell’Unità d’Italia e, per l’occasione, le Officine Grandi Riparazioni ospitavano la mostra ‘Stazione Futuro. Qui si rifà l’Italia‘; l’idea era di Riccardo Luna e aveva l’obiettivo di “mostrare” come si sarebbe potuta trasformare l’Italia negli anni a venire utilizzando, non tanto, visioni o sogni, ma pratiche e strumenti che erano già presenti nel quotidiano.
In quell’occasione feci un incontro significativo, quello con il FabLab di Torino, un gruppo composto, a quel tempo, da tre giovani ingegneri, Enrico Bassi, Lorenzo Romagnoli e Davide Gomba che, primi in Italia, stavano sdoganando l’Internet degli oggetti, facendo gli artigiani digitali, i cosidetti maker.
Su di loro, per il mio blog ne avevo fatto un reportage che potete leggere qui.
Quando ho fatto mente locale e mi sono accorto che il 2011 è poco dietro alle nostre spalle mi è parsa una cosa strana che in questi giorni a Roma, si svolgesse l’evento europeo più importante per il movimento dei maker, ma soprattutto che vi fosse, attorno all’argomento, un interesse di pubblico che a Torino, al contrario, era ancora molto di specialisti.
Nel 2011 a Torino ero tranquillamente seduto con i miei tre mentori nel loro stand a farmi raccontare una storia affascinante, senza essere disturbati da nessuno, mentre al Make Faire 2014 l’accesso ad uno qualsiasi degli stand era reso impossibile dalla ressa.
Sicuramente la location, il Museo Parco della Musica di Roma, è stata una scelta felice per l’accesso centrale alla romanità, ma assolutamente infelice per la fruizione dell’aspetto più significativo, le informazioni e il dialogo con i protagonisti di questo nuovo modo di interpretare il lavoro artigianale.
La ressa, il rumore, la confusione hanno reso molto difficoltoso raccogliere informazioni e conoscere le storie e le ambizioni dei giovani maker che hanno esposto i loro prodotti, prototipi e progetti; il luogo, che non ha le caratteristiche della struttura espositiva e fieristica, ha penalizzato un approccio informativo e cognitivo.
Sicuramente chi cercava l’atmosfera del nerdismo, molto più hobbistico che imprenditoriale, con la molta disordinata passione, stereotipo dell’inventore nostrano, è stato accontentato, ma questo è solo l’aspetto da mainstream mediatico, consolidato da tanta comunicazione attorno alle nuove tecnologie.
Che poi nuove, non lo sono, anzi.
La robotica – di cui la domotica, i droni e la stampa 3D sono declinazioni di nicchia – è un’esperienza tecnologica consolidata da decenni, e con essa l’intelligenza artificiale.
Quello che è nuovo è l’aspetto del crowsourcing e dell’open source che caratterizza gli artigiani digitali.
Esposti in molti e troppo piccoli stand si è trovata, tutta insieme, la nuova mitologia dei giocattoli del futuro, le stampanti 3D, le novità della robotica, il nuovo oggetto della fantasia popolare, il drone.
Quello che unisce tutto questo è quel gioiello italiano che si chiama Arduino progettato e realizzato dall’equipe open source internazionale di Massimo Banzi, un framework di tecnologie hardware supportate dalla community cosmopolita che è lo specifico di innovazione del movimento maker.
Un filo ha unito, però, quella giornata di 3 anni fa con l’oggi.
Nell’ottobre del 2011 una bambina davanti allo stand del FabLab stava spiegando alla sua mamma che cosa fosse una stampante 3D, nell’ottobre del 2014 tutti i bambini che trascinavano i genitori da uno stand all’altro, piangevano perchè volevano portare a casa il drone da giardino per giocarci al posto della play station e dell’Ipad.
Questo è il reportage video di una giornata al Maker faire 2014.
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