Il convegno Innovating Innovation, tenutosi il 20 e 21 Ottobre 2014 al CNR di Roma, mi ha dato molti spunti di riflessione attorno alla tematica della ricerca tecnico-scientifica e dello sviluppo di processi e prodotti nuovi.
Ci sono concetti, tra economia e biologia, che si intrecciano tra loro e sviluppano quell’ibridazione tanto fertile in rete da aver creato una strategia economica nuova come la coda lunga teorizzata da Chris Anderson o come i concetti espressi da W. Chan Kim e Renée Mauborgne nella loro teoria dell’ “Oceano blu”.
La coda lunga, long tail, è nota per essere quella implementata da Jeff Bezos di Amazon, uno dei più innovativi e dirompenti modelli di business resi possibili da Internet.
Oceano Blu (Blue Ocean Strategy), è un libro pubblicato nel 2005 in cui gli autori presentano un modello strategico che si basa sulla ricerca di spazi innovativi, per processi e prodotti, dove la concorrenza non è ancora presente ma è latente una domanda di mercato.

L’esplorazione di nuovi mercati e clienti non ancora consci di esserlo, la coda lunga e le nicchie di mercato sono idee che incontrano le idee della biologia, dell’etologia e dell’ecologia. Noi possiamo rappresentarle con l’idea di ecosistemi, in cui l’ambiente modifica i comportamenti e le regole, in cui gli esseri viventi si adattano per avere successo o anche solo per sopravvivere e riprodursi.

Perchè i dibattiti in corso nei settori della biologia, evoluzione, ecologia, sostenibilità sono importanti e attuali tanto da intersecarsi con quelli in corso nell’economia?
Perchè il mondo sta cambiando nel modo più veloce che la storia antrolopogica umana possa ricordare e per la prima volta questa caratteristica è percepita da tutti senza distinzioni geografiche, sociali e culturali.
E’ una percezione sensoriale attraverso la pelle, gli occhi, le orecchie, la pressione e le escursioni misurate dal resto del corpo.
L’esperienza del cambiamento coinvolge ed immerge tutti i corpi del globo nello stesso periodo storico senza bisogno di mediazioni culturali ed esegesi di esperti.
Tutti noi siamo, nello stesso tempo comune, protagonisti diretti delle modifiche tecnologiche, economiche, politiche, culturali ed esistenziali. Questo perchè siamo connessi come prima mai era stato possibile.
Tutto questo è accelerato e immediato, veloce e istantaneo.
Tutti abbiamo la sensazione che domani, letteralmente domani, quello che oggi è una certezza rassicurante, non lo sarà più perchè la competizione tra gli attori del mercato digitale, che ora include anche la finanza e la manifattura, avrà bruciato la novità che non siamo ancora riusciti a metabolizzare.
Quindi questo modello è a livello del corpo e non più della storia.
Gli oggetti non hanno più storia e noi stessi non ne abbiamo più una, siamo energia che si consuma, che non ha più motivo e tempo per costruirsi e raccontarsi.
Perdendo la storia però recuperiamo lo spazio perchè la nostra unica certezza diventa la relazione e l’ecosistema attorno a noi.
Siamo legati sempre di più a chi ci è vicino, anche virtualmente, sono la testimonianza che esistiamo e la necessità della iperconnessione è quella funzionalità tecnologica che ci mantiene esistenti, come la sistole/diastole cardiaca. Rispondere allo stimolo/rilasciare l’azione/sincronizzarsi.
Questo modello vale anche per le organizzazioni, le imprese, i mercati.
I soggeti che rimangono soli muiono, quelli che si evolvono insieme sopravvivono e prolificano con una fitness positiva.
I soggetti di dimensioni ridotte possono organizzarsi per diventare un iperorganismo, come gli insetti sociali, le termiti, le api, le formiche.
Il dilemma dell’innovatore, teorizzato dai Clayton M. Christensen, si può sintetizzare in questo concetto “le nuove tecnologie sono il sistema, o la piattaforma abilitante per l’estromissione dal mercato delle grandi aziende e per assicurare il successo alle imprese agili e intraprendenti”
Sulla Treccani alla voce ad-hoc-razia  si legge:
“Forma organizzativa fondata su piccoli gruppi di lavoro che aggregano persone in possesso di competenze specialistiche diverse, dotata di un’ampia autonomia operativa e decisionale, e capace di evolvere e di adattarsi velocemente ai cambiamenti dell’ambiente esterno”.
L’adhocrazia è l’espressione organizzativa che si contrappone alla strutturazione burocratica delle grandi aziende attuali.
In Italia il 99 % delle aziende sono PMI esattamente come in Cina.
Ma la grande flessibilità che si ha quando il tessuto produttivo è composto in questo modo è controbilanciata dalla scarsa propensione alla ricerca&sviluppo, perchè le aziende piccole sono strutturalmente focalizzate sul core business e non possono neppure stornare, per la ricerca, cifre interessanti che servono per sostenere il flusso produttivo.
Mariana Mazzucato, autrice de ‘Lo stato innovatore ha scritto per The Economist un articolo nel quale mette in evidenza che le startup non sono la soluzione di tutti i problemi dello sviluppo e del progresso, non lo è neppure un nuovo rinascimento nel quale l’uomo più che un inventore-artista-genio è un imprenditore-creativo-efficiente.
Quello che serve per innovare è essere immersi in un ecosistema fertile determinato prima di tutto dalla conoscenza e dall’istruzione generalizzata. Scrive:
“Una ricerca dell’Università di Cambridge (Hughes 2008) suggerisce che il governo britannico spende (direttamente e indirettamente) qualcosa come 13 miliardi di dollari ogni anno per le PMI, più di quanto spende per la polizia e circa quanto spende per le università . È qualcosa di giustificato questo? Come facciamo a sapere se non sarebbe, invece, investire di più nell’insegnamento, dato che è conclamato che un’istruzione di qualità aumenta il capitale umano e la crescita? […]
Nel focalizzarsi sugli ecosistemi imprenditoriali è sintomatica l’ossessione per le PMI e le start-up in termini di capacità di generare innovazione e crescita. Quello che credo debba essere promossa non è la start-up o l’imprenditoria in se stessa, ma sono gli ecosistemi dell’innovazione in cui operano e che da essi dipendono, se si vuole avere il valore aggiunto: imprese innovative ad alta crescita (di qualsiasi dimensione) all’interno di quel sistema.”
Paolo Annunziato, direttore generale del CNR,  nell’introduzione alla seconda giornata del convegno ha presentato la tabella della percentuale di ritorno dell’investimento pubblico dove la ricerca & sviluppo è abbondantemente al primo posto con un 27 % di ritorno a fronte delle infrastrutture pesanti come ferrovie e autostrade che sono tra il 4 e il 2 %.
Un altro dato, curioso ma significativo, è la stima del valore di manufatti al chilo, un satellite ha un valore di 40 mila euro al chilogrammo mentre un vestito di Valentino è superiore agli 8 mila.
Ovviamente è l’imponderabile che pesa di più dove l’immateriale che lo struttura è la conoscenza.
Questo significa che continuare a produrre tondini di ferro o tele di cotone non farà crescere il PIL se non aumentando la produttività in modo infinito.
Ma aumentare la produttività e non la conoscenza è, purtroppo, il mantra che sentiamo da sempre quando si parla di soluzioni per il lavoro e l’economia.
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La fine del costo marginale, il costo dell’ultima unità prodotta, teorizzata da Rifkin nel suo ultimo libro prevede che nel futuro il costo dei manufatti saranno tendenti a zero e quindi, nel regime di concorrenza capitalistica, i prodotti saranno distribuiti senza il margine di profitto che è quello attuale, un ulteriore dato che mette in evidenza come il valore aggiunto sarà generato dall’immaterialità, dalla conoscenza e non più massicciamente dalla produzione di manufatti.
Ne sono segnali tendenziali il movimento dei maker, la robotica generalizzata, il digitale in tutti i settori dell’intrattenimento, la tendenza a usare energia pulita e sostenibile ma soprattutto l’effetto dirompente che, per Rifkin, avranno l’internet of things e soprattutto l’idea colloborativa che vi sottostà e che porterà ad una nuova idelogia del no profit e della fine dei mercati così come li abbiamo conosciuti fino ad oggi.
Il capitale gestirà le commodities ed il no profit il «Commons collaborativo» e questa è la fine del sistema economico odierno.
Ma c’è anche un’altra fine per quanto riguarda le certezze dell’economia industriale: la fine del vantaggio competitivo.
La professoressa Rita Gunther McGrath della Columbia University ha infatti scritto che
«si tratta di passare dal concetto di “imparare a pianificare” a quello di “pianificare di imparare”»
La McGrath, osserva che non è più possibile ottenere un vantaggio competitivo sostenibile e che oggi bisogna accontentarsi di un vantaggio competitivo transitorio, condizione che deve indurre le aziende di ogni dimensione  a guardarsi costantemente intorno alla ricerca di occasioni per il proprio sviluppo, magari concentrandosi sulle microeconomie dei paesi emergenti come l’India.
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Tra i problemi che ho sentito emergere nel corso della due giorni del Convegno ‘Innovating innovation” vi è quello dell’abbandono dei progetti dopo il loro startup o alla prototipizzazione.
Abbandoni dovuti a fattori contingenti, mancanza di un mercato, obolescenza del prodotto, mancanza di ulteriori investimenti e quant’altro.
Lo sviluppo però si porta dietro quasi sempre dei fattori, soluzioni e idee positive che potrebbero essere riadottati e magari sviluppati in campi completamente diversi da quelli iniziali.
Quello che Gould nell’evoluzione biologica ha chiamato exaptation, il riuso, da parte della selezione di fattori genetici per l’adattamento all’ambiente di organi che non avevano, fino a quel momento, avuto quello scopo.
Ne è un esempio le ali di alcune specie rettili non volatili che si sarebbero poi evolute per il volo.
La storia dell’innovazione ha qualcosa di molto simile ai meccanismi dell’evoluzione, il gran numero di sperimentazioni e prove non arrivano alla sopravvivenza, non generano eredi e non hanno fitness e successo ambientale, ma concorrono tutte insieme a creare il successo, quello che  arriva raramente, specialmente nella sempre maggiore complessità.
Sono fallimenti generosi e generano resilienza.
Ma come la storia naturale delle specie è la storia degli ambienti in cui si è praticato l’adattamento, così gli ecosistemi hanno una funzione chiave.
Ma anche la memoria del lavoro fatto, così come la genetica mantiene nei codici silenti la menoria dell’informazione che diverrà un giorno quella del successo adattativo.
Questi sono i mie reportage video delle due giornate.
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