Una volta pensavo che ci fossero pochi strumenti universali che tutti nel mondo potessero utilizzare. Per esempio: le costanti di misura, ma anche il pentagramma musicale e gli spazi delle gare sportive. Mezzi eccellenti per avviare una cultura planetaria condivisa. Dopo l’ondata di innovazioni tecnologiche mi tocca aggiungere qualcun altro strumento globale, solo apparentemente innocuo, ad uso mediatico: il ‘pacchetto Office’ di Windows per i PC e Android per i telefonini.
L’egemonia mondiale digitale è targata Usa. Solo la Cina cerca di esercitare una sovranità nazionale nell’elaborazione automatica dei dati. La società Kingsoft contrappone il suo software WPSOffice (金山办公) a Windows, col quale peraltro è perfettamente compatibile. Così come nell’informatica Alibaba, Baidu, ByteDance, Huawei, Tencent e DeepMind inseguono i giganti planetari Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, OpenAI. Altrove: Paesi Arabi, India, Russia, Giappone, Africa e Sud America accettano quasi del tutto la dipendenza dalla tecnologia Usa. Ci sta anche l’Europa, poco coesa nella produzione e quindi con poca sovranità, che pensa soprattutto alla regolamentazione e al controllo fiscale.
Riepilogo qualche numero sulla diffusione nel mondo dei firmware: 1,4 miliardi di computer desktop (2/3 del totale) usano Windows di Microsoft; più di 1/3 di tutti i dispositivi connessi a internet (e il 72% di circa 7 miliardi di smartphone attivi) usano Android di Alphabet (iOS e Linux hanno quote minori).
Le statistiche potrebbero essere più precise, ma queste posizioni, in mano a privati, sembrano assolutamente di potere dominante. Tecnologia e produzione convergono. Una cosa utile? Sì, ma i leader, oltre ad avere vantaggi di intelligence e di mercato, di fatto possono influenzare standard tecnici, imporre percorsi o sbarramenti, raccogliere dati, controllare le procedure. Il marketing digitale dei privati Usa, con l’aiuto dei motori e delle AI, sta già profilando le popolazioni più che può su costumi e consumi.
Negli Usa ha sede anche ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), che gestisce gli indirizzi IP degli utilizzatori di internet in tutto il mondo. Il controllo operativo sugli IP è nazionale, ma il controllo strutturale è globale. Gli ISP (Internet Service Provider: Tim, Vodafone, Fastweb, per esempio) assegnano l’indirizzo IP e possono localizzare approssimativamente ogni sito e tracciare le attività di navigazione, inclusi i siti web visitati. Teoricamente si può proteggere la privacy con servizi (Virtual Private Network) o contenuti cifrati.
Di fatto, senza cifratura, Internet è una lettera aperta. Di fatto, anche con la cifratura, agenzie di stato e hacker privati possono essere in grado di aggirare la cifratura. La cybersicurezza, ovvero la privacy è il problema di oggi.
Così è, sperando che dietro le quinte non ci sia qualche arrogante mattatore che voglia tirare le fila di tutta la comunicazione elettronica, già oggi facilmente profilabile.
Paolo Lutteri
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Paolo Lutteri
Paolo Lutteri, di Milano, si occupa di comunicazione e marketing dal 1976. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Milano e Diplomato all’Istituto Universitario di Lingue di Pechino. Giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti e all’Unione Giornalisti Italiani Scientifici. Ha lavorato con il quotidiano Il Giorno, con le società Spe, Sport Comunicazione e Alfa Romeo; con il Gruppo Rai dal 1989 si è occupato di marketing, sport, nuovi media e relazioni internazionali. Ha tenuto corsi presso le Università degli Studi di Milano e Bicocca, le Università di Roma Sapienza e Tor Vergata. Attualmente studia e scrive articoli sull’innovazione culturale e tecnologica, fa parte del Comitato di Direzione della rivista Media Duemila, è socio onorario dell’Osservatorio TuttiMedia, membro d’onore dell’EGTA-Associazione Europea Concessionarie tv e radio, membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Eurovisioni, socio e direttore del Centro Documentazione e Formazione della Fondazione Salvetti. e-mail: paolo.lutteri@libero.it