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Fine luglio, anno bisestile: tempi di convention negli Stati Uniti, in vista dell’Election Day, che sarà l’8 novembre. Questa volta, prima i repubblicani dell’esuberante Donald Trump, poi i democratici dell’esperta Hillary Clinton.
L’avvento di Trump sulla scena politica ha molto semplificato l’impatto etnico (e pure di genere) nelle elezioni presidenziali: i neri non lo votano, perché loro votano la Clinton, vista come erede e quasi clone di Barack Obama; e gli ispanici non lo votano, perché lui fin dall’inizio della campagna li insulta e li criminalizza – ce l’aveva soprattutto coi messicani, “stupratori” per definizione – . Neppure i musulmani d’America lo votano: li tratta come terroristi e li vuole mettere al bando dall’Unione.
In alcuni degli Stati in bilico, quelli da cui dipende il risultato delle presidenziali, recenti sondaggi indicano vicina allo zero la percentuale dei neri che intendono votare Trump (e poco superiore quella degli ispanici), mentre la Clinton riceve quasi plebisciti: in Ohio, Florida, Pennsylvania, questa potrebbe essere una discriminante decisiva.
Più variegato il voto dei bianchi, degli asiatici, dei gruppi etnici riconoscibili, ma da molto tempo integrati nella società americana. I maschi bianchi votano Trump; le donne bianche molto meno, anche quando non sono femministe o ‘clintoniane’, perché lui le tratta male di qualsiasi colore e tendenza siano.
Gli asiatici con rappresentano una constituency ben definita; gli italo-americani e i gruppi analoghi tendono a essere progressivamente più conservatori e ad assimilare il loro voto a quello dei maschi – o delle donne – bianchi. Un’incognita sono i giovani: alle primarie, stavano con Bernie Sanders; ora, appaiono esitanti ad appoggiare Hillary.
A spostare i rapporti di forza, non servirà di certo il discorso di accettazione della nomination pronunciato da Trump a chiusura della convention di Cleveland (18/22 luglio). All’esordio come candidato ufficiale del partito repubblicano alla Casa Bianca, Trump s’è presentato come un uomo da ‘Law and Order’: s’impegna a sospendere immediatamente l’immigrazione “da tutti i Paesi coinvolti nel terrorismo” e ad innalzare un muro al confine con il Messico; afferma che “l’americanismo e non il globalismo è il nostro credo”; e mette in dubbio la solidarietà atlantica. Tutto condito con il superamento del “politicamente corretto”: “Non possiamo più permettercelo”, ci sono da ripristinare “la forza e la sicurezza”.
La platea di Cleveland accoglie con un’ovazione, tutti in piedi, l’accettazione della nomination. Hillary Clinton, la candidata democratica, gli ribatte: “Non sei la nostra voce” e, soprattutto, “costruiremo un muro tra te e la presidenza”, perché il discorso di Cleveland dimostra che Trump “è inadatto alla Casa Bianca”.
Introdotto sul palco dalla figlia Ivanka, che completa così il ritratto di famiglia della convention – mancava solo lei -, il magnate e showman fa un intervento fiume: il più lungo – nota la stampa Usa – dai tempi di Bill Clinton, che quando comincia a parlare non la finisce più.
Il canale pubblico C-span calcola sia durato 75 minuti e 6 secondi, oltre i 64 minuti e 44 secondi di Clinton nel 1996, un record dal 1972, da quando si tengono i conti. Nel 2012 il discorso di Obama durò 38 minuti e 23 secondi, quello del rivale Mitt Romney 37 minuti e 47 secondi.
Trump garantisce sicurezza e franchezza: “Se volete bugie – dice -, andate la prossima settimana alla convention democratica”. E attacca l’Amministrazione democratica e la sua antagonista: “Serve un cambio di leadership per risolvere i problemi”; e ancora “chi non comprende i pericoli non può guidare il Paese”. E assicura che d’ora in poi la sua missione è solo “lavorare per l’Unione”.
Prima di fare il suo discorso, il candidato repubblicano, in dichiarazioni alla stampa, aveva sollevato riserve sulla clausola di mutuo soccorso in caso di attacco di uno dei membri dell’Alleanza atlantica e aveva pure escluso pressioni sulla Turchia per fare cessare le purghe e ripristinare stato di diritto e rispetto dei diritti dell’uomo.

Lunedì 25, s’aprirà a Filadelfia la convention democratica.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.