Agcom Elisa Giomi

Elisa Giomi, classe 1976, grossetana di origine, professoressa associata a Roma Tre in Sociologia dei processi culturali e comunicativi dal 2020 è Commissaria Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni: “Ho ricevuto una chiamata totalmente inaspettata – racconta – e ho riflettuto molto prima di rispondere. In quel momento, non lo nascondo, ero in una fase di grande appagamento lavorativo, sentivo di aver contribuito a dare dignità scientifica a tematiche che in Italia non ne avevano, spesso erano oggetti di studio senza cittadinanza o comunque marginalizzati, come la rappresentazione delle donne o della violenza di genere nei media. Per dirlo con una immagine: ruggivo, letteralmente”, aggiunge ridendo e appare emozionata.

Grazie alla collaborazione, in qualità di esperta, alla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere è entrata in contatto con due senatrici del gruppo 5 stelle, Cinzia Leone e Alessandra Maiorino, che ne hanno proposto la candidatura: “Sono stata chiamata per una selezione insieme ad altri colleghi e professionisti e dopo tre colloqui hanno scelto me – prosegue – ed è iniziata questa nuova esperienza, al tempo stesso una sfida perché devo mettere fra parentesi il mio posizionamento, situato anche nell’attivismo oltre che nell’approccio di studio, per agire come arbitra di un pubblico che è composito, stando sempre e solo sul merito delle cose, consapevole che è esso stesso una costruzione culturale”.

Benché non siano passati ancora neppure due anni dall’inizio del mandato di sette, può fare un primo personale bilancio: “L’aspetto su cui secondo me dobbiamo assolutamente lavorare di più è far comprendere al pubblico che l’Agcom è uno sportello per la cittadinanza, spesso neanche il pubblico specializzato ha idea di cosa facciamo o possiamo fare”.

Sono molti infatti gli ambiti di riferimento dell’Autorità, dal pluralismo all’hate speech alla par condicio elettorale la pubblicità, anche indiretta, di giochi e scommesse; dai rapporti fra utenti e gestori nelle telecomunicazioni alle piattaforme streaming e social media fino ai contenuti che riguardano l’audiovisivo, solo per nominare i principali.

Ebbene – aggiunge Giomi, e il suo consueto tono pacato diventa più acceso – nell’ultimo anno solo poche decine di segnalazioni sono arrivate dall’utenza riguardo i contenuti radiotelevisivi, mentre i reclami relativi a servizi di telecomunicazioni sono nell’ordine delle migliaia. Tutte questioni ovviamente legittime e che hanno bisogno di una risposta, certo, ma il dato è indicativo di una idea di pubblico inteso solo come consumatore in una transizione economica. Mentre a me interessa il pubblico inteso come cittadinanza detentrice di diritti civili e democratici che si misurano e si esplicano anche nella fruizione dei contenuti audiovisivi”.

L’idea di una collettività proattiva è un tema che sta molto a cuore alla Commissaria, che prima di rispondere sceglie con cura il suo lessico: “La normativa generale per essere messa a terra e declinata nel particolare ha bisogno del ruolo attivo della cittadinanza, anche per evitare un conflitto fra beni comuni e principi ugualmente importanti. Per esempio, l’Agcom da un lato si muove dentro il principio costituzionalmente garantito della libertà di espressione e dall’altro deve intervenire per tutelare la corretta informazione, così come deve garantire una pluralità di voci e opinioni nei media e al tempo stesso contrastare i fenomeni di disinformazione. Quel che è certo è che per svolgere al meglio questo ruolo è necessario individuare dei confini: dove si colloca la soglia di tolleranza rispetto a ciò in cui ci imbattiamo quotidianamente sulle piattaforme di condivisione? Come si ridefinisce la nozione di ciò che è socialmente accettabile e legittimo e di cosa smette di esserlo? Rispondere a queste domande è un processo che ha una radice eminentemente collettiva”.

Anche perché, aggiunge: “Come sociologa non ho un orientamento di determinismo tecnologico: senza dubbio oggi viviamo in un panorama mediale infinitamente più immersivo, complesso e pervasivo che ripropone in forma spesso inedita annosi problemi – penso ad esempio alla violenza sui minori o alla discriminazione in tutte le sue forme – ma non credo che la tecnologia sia di per sé causa necessaria e sufficiente del cambiamento sociale, piuttosto credo sia responsabilità degli individui e della collettività abbandonare atteggiamenti e pratiche nocive, anche nell’uso della tecnologia. Per capirci meglio: le diffide o le sanzioni sono strumenti afflittivi certamente utili perché hanno un effetto deterrente, ma li interpreto anche come un fallimento di quel che viene prima. Il divieto messo per legge è importante perché illumina il limite, ma perché il limite sia riconosciuto come tale è necessario lavorare sul piano culturale”.

Come farlo? Giomi menziona una importante iniziativa istituzionale, portata avanti da Agcom d’intesa con il MISE, finalizzata a far conoscere le competenze dell’Autorità che sono al servizio della cittadinanza.

Poi sottolinea la centralità delle segnalazioni tra gli strumenti offerti all’utenza da questa struttura che nel tempo ha maturato ricche competenze e professionalità: “Le segnalazioni sui contenuti da parte del pubblico sono bandiere segnavento del sentire comune, permettono di capire cosa urta la sensibilità di gruppi sociali diversi e potrebbero assicurare un collegamento con l’opinione pubblica, che finora ci viene rappresentata solo nelle forme note del sondaggio o delle narrazioni giornalistiche. Soprattutto ora che la nuova normativa chiede in maniera più esplicita all’Agcom di intervenire sul pluralismo informativo e sulla tutela della dignità umana”.

Esiste un modello a cui far riferimento, l’inglese Ofcom, a cui ci si ispirò negli anni Novanta innestando il prototipo anglosassone dell’autorità indipendente sulla nostra cultura della pubblica amministrazione più verticistica e gerarchica.

Ecco, a volte, qui da noi i processi decisionali non sono sempre così immediati e lineari – spiega Giomi –. Quando sono arrivata ho pensato di essere al posto giusto per mettere le mie competenze al servizio dell’istituzione e che rivestendo un ruolo apicale non avrei fatto più solo divulgazione – insieme alla ricerca è quello che mi manca di più dell’università – potendo incidere in modo diretto. Non avevo fatto i conti con la difficoltà di trovare una sintesi tra posizioni e culture legittimamente diverse”.

Non ha dubbi Giomi sul fatto che “Non c’è nessun ruolo di potere che ti garantisca di averlo davvero. Per me il potere è potere di fare, ma è anche un concetto relazionale: è qualcosa che alcune persone danno ad altre, quindi non è mai scontato, deve essere continuamente rinegoziato, ridefinito, riappropriato. Persino quando ci i trova in contesti apicali. Di sicuro, in questi mesi ho scoperto il piacere, e per chi arriva come me dall’accademia è qualcosa di decisamente eccitante, nell’individuare soluzioni pratiche a problemi pratici. Utilizzo mentalmente il metodo virtuoso dell’imbuto con un diametro molto piccolo: metti dentro tutto quello che sai per dare una risposta circoscritta, chirurgica e comprensibile all’esterno. E il più possibile imparziale”.