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<em>Come incanalare i proventi del petrolio verso lo sviluppo secondo Jamal Saghir della Banca Mondiale. </em>

La sfida principale per l’Africa sub sahariana è sfruttare efficacemente i guadagni inattesi per combattere povertà e malattie e migliorare il livello di istruzione. Una buona governance, trasparenza e responsabilità sono elementi essenziali. L’Africa detiene circa il 10 percento delle riserve di petrolio mondiali e l’8 percento delle risorse di gas naturale. La produzione di petrolio è in continua crescita e, nel prossimo futuro, è destinata ad aumentare di sei punti percentuali su base annua. Sono dati molto incoraggianti quelli forniti da Jamal Saghir, direttore del Dipartimento Sviluppo Sostenibile per l’Africa della Banca Mondiale, che però avverte: “È di vitale importanza sottoscrivere contratti equi, sensibili alle problematiche sociali e ambientali e in grado di stimolare l’attività economica a livello locale”. Solo così l’Africa potrà evitare la maledizione delle risorse.

<strong>Quali sono i più grandi cambiamenti – positivi e negativi – che le nuove scoperte di gas e petrolio stanno provocando nell’Africa subsahariana? </strong>

È un periodo di grande fermento per l’Africa subsahariana. Secondo le previsioni la crescita economica raggiungerà il 6 percento, le esportazioni fanno sentire i propri effetti e i prezzi delle materie prime non sono mai stati così elevati. La scoperta di nuove riserve di gas e petrolio sta portando a un boom del settore estrattivo (in Mozambico c’è un giacimento di gas grande più o meno quanto la Norvegia) e il valore economico delle risorse naturali è destinato ad aumentare, non a diminuire.

Ora la sfida principale è incanalare i ricavi ottenuti in direzione dello sviluppo, sfruttare in modo efficiente ed efficace questi guadagni inattesi per combattere la povertà e le malattie, migliorare il livello di istruzione, la salute e l’alimentazione e proteggere l’ambiente. Sappiamo che una buona governance, trasparenza e responsabilità sono elementi essenziali per evitare la cosiddetta “maledizione delle risorse”. Gli Stati si affidano a noi per ottenere accordi equi, rafforzare il rapporto tra il settore estrattivo e le altre attività e investire i ricavi a vantaggio dell’intera economia. Nel caso dell’Africa, il passato non è necessariamente lo specchio del futuro.

<strong>Quali responsabilità devono assumersi le compagnie petrolifere per assicurare che i nuovi proventi portati ai singoli Paesi siano usati per le persone e le relative culture e non per appoggiare la corruzione o la violazione dei diritti umani?</strong>

Le compagnie petrolifere e i governi condividono la responsabilità di assicurare che le risorse vengano sfruttate per potenziare le infrastrutture e lo sviluppo umano. Un’azienda animata, seppur animata da nobili intenti, non può riuscirci da sola. Servono partnership fra pubblico e privato – con i governi, la società civile e le comunità locali, che spesso sono le più penalizzate quando gli accordi non sono trasparenti. La maledizione delle risorse non è inevitabile. È di vitale importanza sottoscrivere contratti equi, sensibili alle problematiche sociali e ambientali e in grado di stimolare l’attività economica a livello locale.

<strong>Le nuove normative statunitensi, che richiedono alle compagnie petrolifere, gassifere e minerarie quotate nelle borse degli Stati Uniti di rendere pubblici tutti i pagamenti superiori a 100.000 dollari in favore dei governi esteri, contribuiranno effettivamente a limitare la potenziale corruzione legata alle riserve petrolifere in Africa? O sono solo provvedimenti di facciata?</strong>

Queste misure rientrano in un movimento globale orientato a una maggiore trasparenza, nel quale si inscrivono anche l’Extractive Industries Transparency Initiative (EITI), la Natural Resources Charter e il Dodd Frank Act, e servono a sviluppare lo spazio e gli strumenti necessari per ulteriori riforme governative. Non possiamo però accontentarci e fare affidamento unicamente sulla legge. La chiave è formare partnership con le comunità locali, la società civile, il settore privato e i governi e stringere coalizioni per promuovere la trasparenza e l’apertura del settore estrattivo.

<strong>Quali nazioni africane stanno mettendo a frutto i ricavi derivanti dal petrolio per il proprio Paese e quali sono le best practice in questo senso? </strong>

Tutti sanno che la gestione dei ricavi non è una sfida esclusivamente africana. La buona notizia è che la metà dei Paesi aderenti all’Extractive Industries Transparency Initiative (EITI), vale a dire 7 su 14, è africana. E altre dodici nazioni africane sono prossime alla candidatura. Un’ottima premessa per il futuro, che dimostra l’infaticabile impegno dell’Africa per ottimizzare la gestione dei ricavi.

Essere in grado di negoziare accordi vantaggiosi sulle risorse naturali è un primo passo fondamentale per i Paesi africani che intendono convertire sempre più risorse minerarie in una crescita costante e utile a tutti. La complessità e la lunga durata dei contratti, unita alla scarsa esperienza e all’incapacità dei funzionari di imporre condizioni più stringenti, hanno finora impedito ai Paesi di sviluppare appieno il proprio potenziale.

Per aiutare i governi africani a ottenere accordi più favorevoli in caso di scoperte minerarie, la Banca Mondiale ha recentemente inaugurato un servizio di finanziamento per reclutare avvocati internazionali esperti, in grado di rappresentare i governi e gestire le trattative con le grandi compagnie. In questo modo, ogni Paese potrà ottenere contratti equi ed ecosostenibili, creando posti di lavoro e una crescita inclusiva e a lungo termine.

<strong>Quale sarà secondo lei il posto dell’Africa subsahariana nel mercato petrolifero globale fra 10 anni? In altre parole, quale percentuale della produzione mondiale di petrolio proverrà da questa regione e quali saranno i maggiori importatori stranieri?</strong>

L’Africa detiene circa il 10 percento delle riserve di petrolio mondiali e l’8 percento delle risorse di gas naturale. La produzione di petrolio è in continua crescita e, nel prossimo futuro, è destinata ad aumentare di sei punti percentuali su base annua.

La Nigeria, il primo produttore africano, riuscirà a fornire gli stessi quantitativi di petrolio del 2011 per altri 41 anni, mentre l’Angola, il secondo maggior produttore della regione, sarà in grado di mantenere gli attuali livelli di produzione per altri 21 anni prima che le riserve note si esauriscano.

La mia sfera di cristallo non si spinge oltre. La soluzione, sia per il presente che per il futuro, è investire gli utili inattesi nella generazione di un capitale umano, naturale e fisico da sfruttare anche quando le risorse si saranno esaurite. Investimenti di questo tipo, oculati e prudenti, sono la chiave per imbrigliare il potere delle risorse minerarie e trasformare l’Africa.